Eterno ritorno (alle origini)

copertina regnoIn questa festa degli apostoli Pietro e Paolo, in certo modo “co-fondatori” di Roma, mi tornano alla mente le parole di Emmanuel Carrère verso la fine del suo “Il Regno”, un libro interessante, ambizioso, accattivante.

“Ciò che più mi sorprende non è che la Chiesa sia così diversa da com’era alle origini. Al contrario, è che si sia fatta un dovere di essere fedele a quel suo passato, anche se poi non ci riesce. La Chiesa non ha mai dimenticato le sue origini. Ha sempre riconosciuto la superiorità e cercato di farvi ritorno come se la verità si trovasse là, come se la parte migliore dell’adulto stesse in ciò che resta del bambino… Pensa, come i suoi critici più violenti, che quei due o tre anni in cui Gesù ha predicato in Galilea e poi è morto a Gerusalemme rappresentino il momento della sua verità assoluta, dopo il quale le cose non potevano che peggiorare, e per sua stessa ammissione la Chiesa è viva soltanto quando si avvicina a quel momento”.

Che sarebbe poi l’Eucaristia e gli altri sacramenti, visto che non c’è nulla di più realmente vicino a “quel momento”.

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Tenerezza

TenerezzaÈ un vero cambio di prospettiva quello di cui parla la giovane filosofa e teologa Isabella Guanzini nel suo “Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile” (ed. Ponte alle Grazie, 2017). Un invito a incontrare, riconoscere, avvicinarsi, in un’epoca in cui non è difficile assistere al dramma di vite – potrebbero essere anche le nostre – senza identità, senza futuro, senza comunità.

Il suo linguaggio è filosofico e poetico: pensato col cuore, coi sensi. Invoca uno stile di vita che rinuncia alla paura e al controllo per diventare più sensibile alla vulnerabilità gli uni degli altri, al contatto dei corpi. Un modo particolare di essere presenti alla realtà: “una cortesia che è come un modo di pregare”. Qualcosa di raro nella società della diffidenza, eppure non c’è altra via di umanizzazione possibile per il tempo presente e futuro, dice l’autrice citando papa Francesco. Sono numerosi gli echi della sua programmatica gioia del Vangelo.

Di fronte al rischio di vite che si autoconsumano senza sapere bene il perché, il libro cerca luoghi in cui sia possibile fare una nuova esperienza: quella di “una stanchezza buona e di un tempo diverso, salvato dall’imperativo della prestazione e dell’autorealizzazione, e per questo aperto a una condivisione più umana”. Per trovarli basta guardare a “ciò che sembra valere poco, in quanto destinato a svanire: un giorno di festa, un gioco, un incontro gentile, l’essere chiamati per nome. È nei passaggi della tenerezza che il mondo si fa effettivamente vivibile… e che si aprono mondi di significati destinati a durare e a tenerci in vita ancora per un po’”.