E poi, due passi nel futuro…

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San Vittore, Milano

Sconosciuta ai più e “schiacciata” fra il carcere omonimo e il Museo della scienza e della tecnica, la chiesa milanese di San Vittore è un gioiello assoluto. La facciata semplice non lascia immaginare il trionfo manieristico dell’interno, da scoprire centimetro dopo centimetro.

La grata e la neve

Il monastero agostiniano dei Santi Quattro Coronati, a due passi dalla basilica romana di San Giovanni in Laterano, è una vera oasi di pace e di bellezza. A giudicare dalla testimonianza di suor Fulvia, assolutamente imperdibile, deve anche custodire il segreto della felicità!

Delle sue parole, mi colpisce particolarmente un bel gioco di parole. “C’è chi chiamato a parlare di Dio agli uomini – dice la giovane monaca di clausura – e chi è chiamato a parlare degli uomini a Dio”. Un bel modo per riassumere la sua vocazione…

Non so se don Lorenzo

se don lorenzoDopo il libro di Affinati, ho proseguito la serie di letture su don Milani con le memorie di Adele Corradi, presenza fissa accanto al Priore negli ultimi anni della scuola di Barbiana (“Non so se don Lorenzo”, Feltrinelli 2012).

È difficile definire il genere letterario del volume: i ricordi della professoressa non sono una semplice testimonianza, né una collezione di episodi emblematici. Vedere don Milani con i suoi occhi è qualcosa di prezioso, così come seguirla in un itinerario che è anche un personalissimo percorso umano e professionale.

Dei numerosi appunti, mi piace riportare qui come Adele riassume in pochi tratti l’anima del luogo visto dall’interno: “Quando venivano le mie sorelle a trovarmi provavano l’impressione di venire in un mondo di solitudine. Le case erano lontane l’una dall’altra. La strada si arrampicava nella solitudine. Vivendo lassù, invece, si sapeva che era una ‘solitudine abitata’ e chi l’abitava non era distratto, ma attento. E il più attento di tutti era il Priore di Barbiana”.

Gli ultimi giorni dei nostri padri

imageIl secondo romanzo di Joel Dicker (in realtà scritto per primo, anche se giunto in Italia solo alla fine del 2015) è molto diverso ma non meno appassionante del più noto e pluripremiato “La verità sul caso Harry Quebert”. Ambientato nell’Inghilterra e nella Francia della seconda guerra mondiale, narra le vicende di un gruppo di giovani transalpini arruolati nei servizi segreti britannici, addestrati nell’isola e paracadutati in patria per svolgervi missioni di sabotaggio e sostegno alla resistenza.

Più del succedersi degli eventi, che si svolgono lungo le fasi finali del conflitto nell’Europa occidentale, a tenere incollato il lettore è la storia dell’amicizia che si instaura fra gli agenti, le loro angosce, gli slanci e i desideri. Le trasformazioni che subiscono, soprattutto. Tra debolezze e scelte eroiche, si finisce con l’immedesimarsi un po’ con loro, anche perché gli ingredienti sono quelli che tengono in piedi una vita: l’amore, la fedeltà, il legame col padre, ciò che consente di restare umani.

Dalla prima all’ultima pagina, il giovane autore svizzero rimarca le sue convinzioni sulla crudeltà e l’insensatezza della guerra, testimoniata anche dalla citazione di Hemingway posta in esergo: «Ma non crediate mai che la guerra, anche la più necessaria, anche la più giustificata, non sia un crimine. Chiedetelo ai soldati e ai morti».