Il cortile dei girasoli parlanti

  Una tira l’altra, come le ciliegie. Sono le piccole storie che Antonia Arslan raccoglie ne “Il cortile dei girasoli parlanti” (Piemme). Magie d’infanzia, vivaci ricordi, appunti di viaggio e di incontri d’altri tempi. Un mondo che non c’è più e chissà se c’è mai stato. D’altra parte, riconosce la stessa autrice, il segreto delle storie che si amano è “che creano mondi in cui desideriamo entrare, e da dove non usciamo senza rimpianto”.

Quello che è reale di certo è il cortile del titolo: il regno dei girasoli parlanti. Non solo, è anche a due passi da qui, alle pendici dei colli di Longiano. È da lassù che lo si può scoprire, guardando verso Cesena lungo il paesaggio che degrada verso il mare. Una sorpresa per la scrittrice italo-armena dagli occhi capienti. “Poi, direttamente sotto il castello, in un grumo di case dai tetti perfetti, geometricamente incastrati fra loro, vedo un cortile pentagonale, con alti muri intorno… In un angolo, splende un ciuffo di girasoli: cerca il sole benigno – e gli parla”.

La grazia da chiedere

 È una bella compagnia, all’inizio della Settimana Santa, l’intervista che Andrea Tornielli ha realizzato a papa Francesco l’estate scorsa e Piemme ha pubblicato all’inizio di quest’anno. La misericordia è descritta in tutti i suoi aspetti, da quelli biblici e teologici a quelli sociali e pastorali. Qui c’è il cuore dell’intero pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Il suo animo, la sua vita di prete e di vescovo.

Diverse le pagine sul sacramento della confessione, definito un “dono”. Il papa non si nasconde le obiezioni più comuni, ma resta convinto che “se tu non sei capace di parlare dei tuoi sbagli con il fratello, sta’ sicuro che non sei capace di parlarne neanche con Dio e finisci per confessarti con lo specchio, davanti a te stesso”. Ma non si tratta solo di riconoscere degli errori: “Senza la grazia, al massimo si può arrivare a dire: sono limitato, ho i miei limiti, questi sono i miei sbagli. Ma riconoscersi peccatori è un’altra cosa. Significa mettersi davanti a Dio, che è il nostro tutto, presentandogli noi stessi, cioè il nostro niente. Le nostre miserie, i nostri peccati. È davvero una grazia che si deve chiedere”.

Educare significa ferirsi

Autoritratto_Lorenzo_MilaniSto leggendo da qualche giorno “L’uomo del futuro”, il resoconto del viaggio di Eraldo Affinati “sulle strade di don Lorenzo Milani”, come lui stesso descrive la sua opera. Già nelle prime pagine di questa biografia-riflessione intrecciata con le esperienze che, nei diversi continenti, presentano oggi i tratti più profondi della scuola di Barbiana, ci si imbatte in perle di grande valore. “Educare significa ferirsi”, scrive Affinati. “Bruciarsi le mani. Andare diritto dove sai che ti fa male… L’insegnante dovrebbe essere l’uomo del faccia a faccia”.

Ieri però a colpirmi è stata una piccola coincidenza. Di passaggio a Milano per un impegno di lavoro, avendo tempo, ho ingannato l’attesa con una passeggiata nei pressi della stazione centrale. Piazza della Repubblica, i giardini oggi intitolati a Indro Montanelli, piazza di san Gioachimo. Solo più tardi, sulla via del rientro, ho scoperto che proprio qui, in uno scantinato, aveva il suo studio il giovane Lorenzo Milani, aspirante pittore all’Accademia di Brera tra la fine del 1941 e il 1942. Dopo il liceo, aveva optato per l’arte rinunciando all’Università. Sono anche gli anni della conversione religiosa. Nel 1943, a vent’anni, entrerà in seminario e a ventiquattro aprirà la sua prima scuola, a San Donato di Calenzano. Aveva accantonato il cavalletto per dipingere nei cuori dei “suoi” ragazzi.