Per imparare bisogna perdersi

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Confesso di essere tra quelli che, prima dell’esibizione sanremese, non conosceva il compositore e pianista Ezio Bosso. Ora però sarà impossibile non ascoltarlo. L’emozione che suscitano le sue note non è l’unica: pur se strappate con fatica alla malattia, le parole non sono meno toccanti. Lo dimostra, tra le tante, questa risposta affidata a un intervistatore prima della grande kermesse:

“Se io voglio seguire, devo perdermi. Questo ci fa paura, perché siamo fragili. Abbiamo dato un0accezione negativa all’atto del perdersi, mentre è utile, perché ci porta a guardarci intorno. Ti perdi e incontri l’altro da te. Come quando visiti una città, ti smarrisci e cominci a chiedere… il principio dell’empatia è perdersi. Se stai fermo, non ti perdi di sicuro, ma nemmeno trovi nulla. Bisogna lasciare che la novità sia parte di noi, che ciò che abbiamo non sia una gabbia. Solo così impariamo. Solo così siamo liberi”.

 

Scorre la Senna

$_1“Scorre la Senna” è un piccolo libretto di Fred Vargas del 2012. Contiene tra racconti polizieschi, neppure cento pagine in tutto. Non si tratta di veri e propri gialli, nel senso classico del termine, con il percorso logico-deduttivo che porta all’individuazione dell’assassino. Ma storie di vita, spaccati di umanità spesso inquietante, però genuina e non di rado toccante. Come quella di Pi, il protagonista della terza vicenda (“Cinque franchi l’una”), che finisce per commuovere perfino il commissario Adamsberg, il personaggio tutt’altro che tenero uscito dalla penna della vulcanica scrittrice francese. È proprio lui a chiudere il racconto, inchinandosi davanti alla semplicità fanciullesca del suo testimone chiave, anonimo rappresentante del popolo degli esclusi: “Sei tu a scrivere la storia. E io verrò a leggerla”.

A volte la vita trabocca

  Nei giorni in cui arriva in libreria l’ultimo romanzo di Mariapia Veladiano, mi passa tra le mani “Ma come tu resisti, vita” (Einaudi, 2013), in cui la preside-scrittrice vicentina sceglie e commenta una lunga serie di sentimenti, azioni, parole.

Non mancano aforismi fulminei e definizioni toccanti, secondo il criterio del vero parlare: “dire solo parole che fanno la differenza”. La speranza, allora, è “c’è qualcuno che mi aspetta”. La gratitudine “un camminar leggeri… Vivere accompagnati. Preceduti, regalati, mai soli”. L’amore – spiega ancora la Veladiano – “è eterno in avanti e anche indietro”. La sua potenza è imprevedibile: “E poi cielobenedetto viene il giorno in cui si può quello che non si sapeva di potere”. 

La pagina che più mi ha affascinato è quella dedicata alla gioia. Eccola:

“A volte la vita trabocca. Su di noi, con noi, attraverso di noi. Allora arriva la gioia, che ci prende e ci solleva in alto, sguardo largo sul mondo, sopra la fatica, che certamente o forse ritroveremo, ma sarà parte del nostro camminare, non avrà più il peso del tutto. Non sempre si vede da dove arriva, può essere un lampo, vita che illumina altra vita, oppure un lento costruirsi di minuscoli eventi, parole date e ricevute, attenzioni, incontri che non manchiamo, risposte dalle quali non scappiamo. E l’ultimo di questi frammenti, per caso, senza apparire in alcun modo, ricompone la nostra storia.

Improvvisamente la vita basta a sé stessa, non c’è attesa vaga di un oltre. C’è un nascere nuovo che non sa la sua ragione ma sa di aver valore. Non una qualsiasi felicità d’ombra e polvere, come ci capita di vivere, intravvedendo già il suo confine. Magari cercata, inseguita e poi scappata. C’è una gioia che non ha prima e dopo. Non ricorda nulla della pena dei giorni, ma solo, per lo spazio di quello sguardo largo sul mondo, solo l’incanto di esser parte di una cosa buona. Molto buona. Sentire che tutto può essere coltivato, come una vita appena nata”.

Perché non riusciamo più a fare scelte definitive?

220 2In una relazione di Giuliano Zanchi, tenuta un anno fa, trovo un’osservazione fulminante che ritengo meriti una sosta meditata. “Perché non si riesce più a fare scelte definitive?”, si chiede il teologo bergamasco, per poi rispondere: “Perché non c’è più niente di definitivo da scegliere”.
Tanto semplice quanto acuto. Nel campo delle relazioni e dei legami interpersonali, non c’è più nulla che sia percepito come definitivo, come sembrano dimostrare le esperienze pressoché quotidiane di patti infranti, di rapporti inariditi nel tempo, di implosioni affettive trascinate fino all’abbandono.
Ad alimentare questo deficit di fiducia – prosegue l’articolo – vi è il fatto che il soggetto umano si concepisce ormai come proprietà privata e cerca di dare forma alla propria identità soprattutto attraverso oggetti di cui godere: “siamo quello che compriamo”. Complici anche i “cattivi definitivi” che sono emersi lungo la storia moderna, come certi assolutismi ideologici ed etici, spesso asfissianti, ben lontani dal garantire una “pienezza umana”.
Trovo interessante anche la conclusione di Zanchi, specie là dove fa notare che non esiste una libertà astratta, intesa come facoltà che precede le scelte. “La libertà umana è sempre mossa, svegliata, suscitata”. O dalle lusinghe dell’ipermercato globale – che nasconde la tirannia di prestazioni sempre più esigenti – o da promesse di relazioni che portano in sé una grazia di definitività. La libertà, spiega, “non è un vuoto di cui cercare un riempimento. È uno spazio creato da una promessa preveniente” che apre a un impegno perenne, “persino di fronte all’ovvia smentita della morte”.

La sedia di cartone

Sulla rivista “Mondo e missione” di febbraio trovo un lungo articolo (questo) su “Una sedia che cambia la vita”. È la storia del piccolo Joffrey, un bimbo kenyano disabile, e di Timothy Kiragu, uno dei responsabili del centro Saint Martin, e della sua creatività. Documentata dalla Fondazione Fontana di Trento, la vicenda è stata raccontata in un cortometraggio di 16 minuti. “La sedia di cartone”.

Non solo. Per finanziare un progetto in Africa, è stato realizzato un kit contenente il cd con il video e una sedia di cartone da realizzare e personalizzare. Chi effettua una donazione riceve il kit e può costruire la propria sedia di cartone, può dipingerla e decorarla a piacere ed eventualmente regalarla. L’idea ha avuto successo, tanto che tutti i cofanetti de “La sedia di cartone” sono andati esauriti nel giro di un mese.

Leggo nell’articolo inoltre che il film ha ricevuto 21 premi, in Italia e in altri paesi europei. Fra questi, c’è il primo posto al Siloe Film Festival 2015, della cui giuria facevo parte anch’io. È stata una bella sorpresa imbattermi nuovamente in Joffrey e nella sua mamma. Un “incontro” che consiglio a tutti, anche solo grazie a questo trailer.

 

Più tecnologia, meno educazione?

copHo letto in due giorni, un po’ per dovere e ancor più per piacere, l’agile saggio di Adolfo Scotto di Luzio “Senza educazione. I rischi della scuola 2.0” (ed. Il Mulino), da poco giunto in libreria. L’autore non nasconde il taglio provocatorio della sua riflessione, la cui tesi di fondo è che – dati alla mano – sia ancora indimostrato che il massiccio inserimento di internet e computer nelle aule scolastiche abbia sostanzialmente giovato alla crescita degli studenti. Anzi, spiega lo storico della pedagogia, finisce con allargare il divario tra gli alunni, è insostenibile dal punto di vista economico, riduce l’educazione alle esigenze del lavoro allineandola ai bisogni della nuova economia. “L’abuso del tablet rafforza una didattica volta a formare individui passivi oggi e politicamente sudditi domani”, scrive. E ancora: “La tecnologia non è assolutamente in grado di risolvere i problemi fondamentali dell’educazione”.

Per la mia esperienza, trovo in queste pagine molte provocazioni utili insieme a tesi discutibili. Un merito però è innegabile: portare il discorso sull’educazione come funzione principale della scuola, la cui qualità – secondo l’autore – dipende da buoni insegnanti e presidi capaci. E studenti motivati. Perché la posta in gioco è costituita non “da giovani che si preparano a un mestiere, ma da individui che crescono. E crescere significa sviluppare naturalmente dentro di sé problemi di natura morale e intellettuale che solo un adulto colto e appassionato è in grado di accogliere”.

I pastelli dell’alleanza

Marc-Chagall-The-sacrifice-of-Isaac-5-Riprendo a scrivere, dopo una breve pausa, grazie a un bellissimo regalo ricevuto qualche giorno fa: il volume “Il gesto e la parola” dedicato ai disegni a pastello di Chagall sulle storie bibliche. Sono un centinaio di opere davvero affascinanti. “L’incompiuto e il perfetto si sposano – scrive un critico – il pastello è per sua natura polvere, cipria sulla carta, ma il risultato è straordinario: il livello di sintesi cromatico-compositiva raggiunta fa gridare al capolavoro”.

In particolare mi colpisce uno dei pastelli dedicati al sacrificio di Isacco. È meno cupo e forte degli altri, non c’è una goccia di rosso. Al centro è il coltello, in grande evidenza. A ben vedere, però, la scena ricorda la circoncisione del figlio più che la sua immolazione. Il patto di alleanza con Dio più che la prova estrema imposta al patriarca. E infatti sullo sfondo ci sono l’albero dell’Eden e il crocifisso.