Non è qui, ma lo troverete

DSC_0054 (Large)L’ultimo tratto di cammino verso la Pasqua non poteva cominciare meglio: una riflessione di don Dionisio Candido sul vangelo di Marco e una visita al complesso di S. Agnese, sulla Nomentana, dove si trova la tomba della dodicenne martire romana. Un suggestivo sovrapporsi di basiliche, pini, mosaici, testimonianze di una fede antica.

Delle parole di don Dionisio mi ha colpito particolarmente la sottolineatura del doppio finale del vangelo di Marco, il cui racconto iniziale si concludeva davanti al sepolcro vuoto, con l’invito dell’angelo alle donne a continuare a cercare Gesù. “Lo troverete”. Lui spesso non è dove penseremmo che fosse, è imprevedibile, si smarca dai nostri schemi, ma non resta inaccessibile, si fa incontrare.

Un finale sospeso, dunque, quello del vangelo di Marco, come quello del Cantico dei Cantici, dove l’incontro fra gli amanti è prefigurato ma non mostrato. Un’analogia certo non casuale…

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Pensate se fosse vero…

ImmagineL’altro incontro che ha lasciato un bel segno è stato domenica mattina a Como. Invitato dall’Azione Cattolica diocesana per un’assemblea sui temi del prossimo Convegno ecclesiale di Firenze, sono rimasto molto toccato dalle parole di Giuseppe Anzani.

Il magistrato, la cui firma avevo spesso visto su “Avvenire”, ha alternato i riferimenti filosofici alla sua esperienza personale. Dalla cultura classica al pensiero contemporaneo – ha spiegato – l’uomo resta in buona parte un mistero. E soprattutto resta senza spiegazione la crudeltà di cui egli è capace, di cui non c’è traccia nel resto della natura. L’uomo sembra stonare nell’armoniosa partitura del cosmo. Come condannare, dunque, il nichilismo o la disperazione che affiora continuamente, non solo nei filosofi ma anche nell’uomo comune? “Non c’è giustizia in questo mondo. Non è affatto vero che siamo uguali”.

“Si può amare l’uomo?”, ha proseguito Anzani. “Secondo alcuni, Dio ci ha provato. E quando si è commosso per gli uomini, non ha mandato un assegno. Ha mandato suo figlio, è diventato come noi. Pensate se fosse vero…”.

La bellezza funziona

d_avenia_2903007_702447Giornate dense di incontri e provocazioni quelle della settimana appena conclusa. Per primo ci ha pensato Alessandro D’Avenia, il giovane professore-scrittore di origine siciliana il cui recente “Ciò che inferno non è” sta ottenendo ottimi risultati. Il romanzo è ispirato alla vita di don Pino Puglisi, il prete ucciso dalla mafia palermitana per il suo impegno educativo nel quartiere di Brancaccio.

E l’educazione è stato il filo rosso della serata, col professore da una parte a testimoniare che “la bellezza funziona” e dall’altra una platea attentissima di giovanissimi tesi a non perdere una parola e a sfruttare l’occasione di un dialogo. “Quando ti trovi a tu per tu con la persona che ami – aveva confidato poco prima – non cominci dalle cose in cui sei perfetto ma da quelle in cui sei drammaticamente imperfetto”. E i ragazzi l’hanno preso in parola, aprendosi come con un amico e un maestro.

“Diamo loro progetti, non oggetti”, ha incalzato D’Avenia, rivolto ai molti adulti presenti. E ancora: “Educare significa essere custodi del destino dell’altro”. Non padroni o creatori. Anche perché “il contrario dell’amore è il controllo”.

National Gallery

locandina NGDopo aver visto il film sulla vita di William Turner non potevo mancare all’appuntamento con il documentario di Frederick Wiseman dedicato alla National Gallery: una maratona di 3 ore fra sale, corridoi e laboratori del celebre museo londinese nei cinema italiani per un solo giorno.

Ho ricordi molto belli delle mie visite alla Gallery – due finora, quindi dovrà seguirne una terza… – sempre prodiga di meraviglia e soddisfazioni. Il film, però, va oltre quello che si offre agli occhi del visitatore, aprendo alla telecamera le porte delle aule didattiche, delle operazioni di restauro, di mostre ed eventi ospitati nello scrigno di Trafalgar Square, comprese un paio di incursioni nel consiglio di amministrazione e tra gli addetti alle pulizie e agli allestimenti. Un’esperienza “totale”, con gli artisti italiani in primo piano. E un’inevitabile drastica selezione delle opere mostrate, in gran parte del Rinascimento.

Alla fine la stanchezza si fa un po’ sentire, ma quando si riaccendono le luci subito ci si chiede: a quando la prossima visita (non solo) virtuale?

McCurry, obiettivo riuscito

193_jpgSul numero di marzo del mensile “Luoghi dell’infinito” c’è un articolo molto bello di Giovanni Gazzaneo su Steve McCurry, forse il più celebre fotografo vivente. Quello, per capirci, dello scatto alla ragazza afghana (in copertina su National Geographic del giugno 1985) divenuto il simbolo di un continente e di un’epoca.

E proprio su quella foto inizia l’intervista. Perché proprio quell’immagine? “Non so darle una risposta”, afferma. “So che ero felice quando scattavo quelle foto: sentivo che la piccola profuga afghana era come un dono. E poi le immagini sono come la musica, come le note sembrano perdersi nell’aria e poi ti entrano dentro, diventano tue. Entra liberamente negli occhi e nel cuore. In qualche modo Sharbat Gula è entrata in rapporto con me, mi ha colpito subito con quello sguardo e poi ha colpito tanti altri, sempre di più”.

Nel fotografo di Philadelphia Gazzaneo riconosce tre qualità: nei suoi scatti c’è una dolcezza e una sapienza che si accompagna a un grande coraggio. Più una: il suo obiettivo non ci mostra mai il povero, il nemico, la schiava, l’ingiustizia, la guerra, la malattia. Ma ci aiuta a entrare in rapporto con una persona che ha un nome, una storia, dei sogni e una domanda di pace. C’è l’umanità che emerge potente dalle periferie del mondo, con la sua dignità e il suo “sorriso impossibile”.

“Mi piacerebbe che il mio lavoro – dice di sé McCurry – mostrasse la nostra umanità condivisa”. Obiettivo pienamente riuscito.

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Le tentazioni della famiglia

Layout 1Anche quest’anno, in apertura di Quaresima, arriva la lettera del vescovo Douglas ad accompagnare i primi passi del cammino verso la Pasqua. Da quando sono così a lungo lontano da casa è ancora più piacevole tenere questo filo con la mia Chiesa soffermandomi sulle meditazioni proposte a tutta la Diocesi.

Al primo posto è ancora la contemplazione di Gesù mediante un’opera d’arte: il crocifisso di San Zenone. Subito a ruota viene la lectio biblica, impreziosita da frequenti rimandi ai Padri e al magistero del papa. Le “tentazioni della famiglia” a cui monsignor Regattieri fa riferimento sono quelle dell’accumulo dei beni materiali, dell’apparenza, del potere degli uni sugli altri, della rinuncia educativa. C’è poi il rischio della chiusura nei confronti della vita, della fragilità, dei poveri.

Fra le medicine, il vescovo Douglas mette anche l’operazione dolorosa dello scavare dentro di sé: “Quanto è salutare per la famiglia affrontare con coraggio i problemi, non minimizzarli, evitando la tentazione di coprirli con attività spesso fuorvianti. È necessario allora fermarsi e guardarsi negli occhi, farsi domande, anche dure, e scavare dentro alla vita. Bisogna avere il coraggio di uscire da certi comodi nascondigli e vivere alla luce del sole, entrando nei grovigli della propria storia”.