Questo cero che sto per accendere…

Frasassi e Loreto 2012 - 143a (Large)Un piccolo gesto di devozione che mi è sempre piaciuto compiere è accendere candele e piccoli ceri nelle chiese in cui sostavo o visitavo di passaggio.

Fra queste, la basilica milanese di Sant’Ambrogio è certamente ai vertici della classifica, anche perché vi si trova una meravigliosa preghiera, che spiega il significato del gesto. Questa:

Signore, Ti prego: questo cero che sto per accendere
sia luce perché tu mi rischiari nelle mie difficoltà e nelle mie decisioni.
Sia fuoco perché tu bruci in me ogni egoismo, orgoglio e impurità.
Sia fiamma perché tu riscaldi il mio cuore.
Io non posso restare a lungo in questa tua chiesa;
lasciando bruciare questo cero, è un po’ di me stesso che voglio donarti.
Aiutami a prolungare la mia preghiera nelle attività di questa giornata.
Amen.

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Ancora Assisi…

Dalle giornate ad Assisi la settimana scorsa ho portato anche questi scatti della Basilica di San Francesco. Sopra, sotto, dentro e fuori, si potrebbe dire con una vecchia canzoncina…

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Amare guarisce con dolore

IMG_20141114_185545aa (Medium)«Madre, madre mia l’ essere molto amati non medica la solitudine, la affina anzi, la escrucia in un limite o d’ inanità e di rimorso. Amare, questo sì, ti parifica al mondo, ti guarisce con dolore, ti convoglia nello stellato fiume e sono dove tu sei, si battono creato ed increato, allora, in un trepidare unico».

Sono alcuni versi del poemetto “Per il battesimo dei nostri frammenti” di Mario Luzi, pubblicato nel 1985. Durante il convegno di venerdì scorso dedicato al poeta fiorentino, nato nel 1914 e scomparso nel 2005, sono stati citati più volte. L’iniziativa è stata promossa a Firenze dalla comunità di San Leolino ed è culminata nella messa in scena di “Opus Florentinum” di Luzi sotto le volte di Santa Maria del Fiore. Un evento suggestivo e davvero unico.

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Inconsueti incontri fotografici

La tradizionale visita al cimitero, domenica scorsa, ha regalato anche un interessante tour fotografico. Quello cesenate non è certo un camposanto monumentale come si trovano nelle grandi città, ma ha molto da rivelare – tra arte, storia e curiosità – a chi voglia capire meglio da dove veniamo.

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Interstellar

interstellarDa sempre i film di fantascienza sono candidati a trattare le domande più radicali. “Interstellar” di Christopher Nolan, naturalmente, non fa eccezione. Mentre però si interroga sul destino dell’umanità e sui misteri dell’universo, l’obiettivo della telecamera resta ben fisso su quel microcosmo che è il rapporto tra padri e figli, perché è l’amore – suggerisce il regista – la chiave di tutto, l’unica cosa capace di curvare il tempo e lo spazio. Altro che le complicate e fredde equazioni che lasciano ben poca speranza. Perfino il coraggio dell’impavido protagonista di turno scompare per far posto ad umanissimi errori e paure. Specialmente quella di aver deluso la piccola Murph.

Di grande impatto scenografico, il film corre per quasi tre ore senza intervallo. Il pensiero va spesso all’epica Odissea di Kubrick, ma io ci ho trovato di più il “Contact” di Zemeckis, che riconciliava scienza e fede. Gli appassionati del genere vi troveranno le teorie dei wormhole e della relatività, della complessità e della singolarità. Il rischio apocalittico e le leggi della robotica. A me basta anche solo una frase, che da tanto tempo non sentivo: “Un tempo alzavamo lo sguardo al cielo chiedendoci quale fosse il nostro posto nella galassia, ora lo abbassiamo preoccupati e intrappolati nel fango e nella polvere”.