Sogni di bambino

playmobilOggi “segnalibro” di tutt’altro tenore… Con l’età si diventa nostalgici, così questa mattina mi sono quasi commosso quando ho letto del 40esimo “compleanno” dei playmobil, i piccoli pupazzi colorati, inventati appunto nel 1974, che hanno imperversato nei miei giochi di bambino. I miei preferiti erano quelli ambientati nel vecchio West, ma avevo anche una specie di emporio, la macchina della polizia e una scialuppa dei pirati. Il veliero no, costava troppo!

Niente a confronto con l’ampia gamma offerta ai bambini di oggi, con tanto di avveniristici centri commerciali e piramidi dell’antico Egitto. Confesso che, rapito tra i nuovissimi modelli, mi sono ridetto ciò che, scherzando ma non troppo, andavo annunciando allora: se avessero bisogno di qualcuno per “provare” le novità, io sono disponibile… 🙂

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La Gmg dei quattro papi

veglia canonizzazione Papi - 26 aprile 2014 038 (Large)Come accadeva sempre anche alla Gmg, il momento più intenso – e di maggiore preghiera – della storica canonizzazione dei due papi è stato per me la notte della vigilia. Capitato in piazza Navona proprio mentre iniziava la festa dei polacchi, ho proseguito il pellegrinaggio di avvicinamento a San Pietro passando di chiesa in chiesa, tra un rosario e l’adorazione, un’eucaristia e l’altra. Fra canti, bandiere e suore di tutti i colori, ho schivato il breve acquazzone – era previsto ben di peggio – e lambito la zona rossa, fermandomi a salutare il folto gruppo di giovani venuti dal Texas e i cavalieri polacchi nei costumi tradizionali, fieri sotto le mura di Castel S. Angelo. Una specie di Gmg, appunto. Non è mancata neppure un’inattesa e toccante omelia, nella sacristia di S. Maria in Vallicella, sulla fede e l’agitazione del cuore.

Dall’evento interiore a quello mediatico il passo è breve, e non sempre felice. L’impressione che ho avuto, però, nonostante una certa enfasi giornalistica, è quella di una grande festa alla quale era difficile sentirsi esclusi. Cattolici e non, consacrati e laici, simpatizzanti di un carisma o di un altro. Tutti invitati; tutti con un episodio o un’intuizione nel cuore. Sarebbe potuta sembrare l’esaltazione della Chiesa istituzionale, intenta a celebrare se stessa con contorno di popolo osannante, e invece ne è uscita l’immagine evangelica di quelle folle che, trovato un buon pastore, lo seguono ovunque. E in piazza, questa mattina, ce ne era ben più d’uno…

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Un padre e un amico

Il Papa tra i giovaniDomenica delle Palme, Roma, piazza San Pietro. La Messa sta volgendo al termine e gli occhi di tutti sono puntati sui due gruppi di ragazzi che, ai piedi del grande sagrato, si avvicinano abbracciando una grande croce di legno. Da una parte ci sono i giovani brasiliani di Rio de Janeiro, dove si è celebrata la Gmg nel luglio scorso. Dall’altra, i coetanei venuti da Cracovia: toccherà a loro, fra due anni, ospitare il prossimo raduno internazionale.

Papa Francesco li saluta e, ricordando la canonizzazione ormai prossima di papa Wojtyla, li affida a lui. “Giovanni Paolo II, che è stato l’iniziatore delle Giornate mondiali della gioventù, ne diventerà il grande patrono; nella comunione dei santi continuerà ad essere per i giovani del mondo un padre e un amico”.

Per chi era bambino quando, nel 1978, il mondo si sorprese davanti al primo papa non italiano dopo secoli, e con lui ha visto crescere la propria esperienza cristiana ed ecclesiale, quelle di Francesco non sono parole retoriche. Giovanni Paolo II, con la sua fede granitica e totale, lo slancio universale, gli occhi chiari e profondi, ha contribuito davvero a dare forma all’avventura della fede di tanti di noi, che ci sentivamo ripetere da lui: “Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro”. Mentre ci affacciavamo alle prime scelte impegnative, quel paterno “Non abbiate paura” ha diradato non poche nebbie.

I suoi gesti e le parole – dal “mi corrigerete” fino all’urlo silenzioso degli ultimi momenti – appartengono al cammino secolare della Chiesa, sono scolpiti nella grande storia e allo stesso tempo intimamente intrecciati con i giorni e i passaggi delle nostre vite. Ricordo che stavamo preparandoci alla Cresima, in calendario tre settimane dopo, quando il turco Agca scosse il mondo con i suoi colpi di pistola, cercando di fermare la rivoluzione avviata da Giovanni Paolo II. Dieci anni dopo, nell’agosto 1991, eravamo con lui in ginocchio ai piedi della Madonna di Czestochowa. Il muro di Berlino era caduto, sgretolando i blocchi contrapposti. Chi se non il papa polacco poteva indicare speranze credibili al mondo nuovo che stava sorgendo?

Nella notte di Tor Vergata, al cuore del giubileo del 2000, ci disse: “E’ Gesù che cercate quando sognate la felicità… Vedo in voi le sentinelle del mattino in quest’alba del terzo millennio”. E nell’ultimo viaggio fuori Roma, a Loreto, ancora davanti a Maria, tornò a ribadire: “Il Vangelo ha bisogno del vostro sì per farsi storia nel mondo di oggi”.

Questa idea che la fede può cambiare il corso degli eventi, che non siamo condannati a subire rassegnati ma possiamo orientare il cammino dell’uomo, senza sensi di inferiorità o paure, è una delle eredità più importanti che Giovanni Paolo II ci ha lasciato. Insieme all’intensità della sua preghiera, alla difesa della dignità umana, alla forza della debolezza. Cercava i ragazzi perché vedeva in essi il futuro, ma era molto più del “papa dei giovani”. Ciò che insegnava, infatti, vale per tutti, a qualsiasi età e latitudine: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore”.

“La nostra risposta è la vita”

garcia-marquez_980x571Del grande scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez, scomparso lo scorso 17 aprile, ho letto solo due opere: “Cent’anni di solitudine” (lo ammetto, con difficoltà) e “Dell’amore e di altri demoni” (con più gusto). Fra le numerose commemorazioni pubblicate in questi giorni, ho trovato anche il discorso che tenne a Stoccolma il 10 dicembre 1982, ritirando il Nobel per la letteratura. Un testo molto affascinante sull’America Latina e sul “tenace vantaggio della vita sulla morte”. Perché, affermò in quell’occasione, “di fronte all’oppressione, al saccheggio e all’abbandono, la nostra risposta è la vita”.

Così, concludeva, davanti alla sconvolgente e inedita possibilità che l’uomo possa distruggere se stesso, “che nel corso di tutto il tempo umano è dovuta sembrare un’utopia, noi inventori di racconti, che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non sia troppo tardi per iniziare a creare l’utopia contraria. Una nuova e impetuosa utopia della vita, in cui nessuno possa decidere per gli altri perfino sul modo di morire, dove sia davvero reale l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla Terra”.