Ponti che non si dimenticano

mostar2La telefonata a R., questo pomeriggio, mi ha riportato indietro nel tempo. Ai viaggi a Mostar e Sarajevo, subito dopo la guerra, per accompagnare un piccolo carico umanitario e testimoniare una vicinanza non puramente sentimentale. Piccolo però non è il ponte di solidarietà e affetto che negli ultimi vent’anni ha scavalcato non solo l’Adriatico. Nella famigerata piazza del mercato della capitale bosniaca e sul “vecchio” ponte di Mostar sono tornato, anni dopo, insieme a un bel gruppo di giovanissimi liceali. Il modo migliore per studiare la storia.

Fra i ricordi della prima incursione in terra balcanica c’è anche la visita a Medjugorie, di cui tanto si parla in questi giorni, essendo ormai concluso il lavoro della speciale commissione vaticana. Ci sono i colori di splendidi tramonti e il calore di un’accoglienza straordinaria, mescolati però a non poche sofferenze, prove e sacrifici. Alcuni durano tutt’oggi e forse peseranno fino alla fine. A questi volti rigati ben si adattano le belle parole del giovane scrittore ottocentesco Ambrogio Bazzero: “Gli occhi stanchi di pianto sono i più degni di riposarsi nella contemplazione del cielo”.

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Vivere pienamente

ettyNella mia pressoché quotidiana lettura del Diario di Etty Hillesum, oggi mi fermo su una delle prime pagine. La coscienza del dramma che si sarebbe consumato negli anni successivi è ancora lontana; a premere di più, nel marzo 1941, è il turbinio affettivo ed esistenziale di una ventisettenne che corre incontro alla vita. Queste parole, però, Etty le rinnoverà anche nei momenti più bui.  C’è in esse qualcosa di universale, come non è raro d’altronde tra i pensieri usciti dal giovane “cuore pensante”.

“Una volta vivevo sempre come in una fase preparatoria, avevo la sensazione che ogni cosa che facevo non fosse ancora quella ‘vera’, ma una preparazione a un realtà diversa, grande, vera, appunto. Ora questo sentimento è cessato. Io vivo, vivo pienamente e la vita vale la pena viverla ora, oggi, in questo momento; e se sapessi di dover morire domani direi: mi dispiace molto, ma così com’è stato, è stato un bene”.

Onora il genitore 1 e il genitore 2

giacomo-porettiSu “Popoli”, la rivista missionaria dei gesuiti, il comico Giacomo Poretti, del trio “Aldo, Giovanni e Giacomo”, tiene una rubrica mensile sui dieci comandamenti. La puntata di gennaio, riportata di seguito, era dedicata al quarto.

A un certo punto l’essere umano ha cominciato a parlare e a dare nomi alle cose e agli oggetti, così che tutti intendessero la stessa cosa e non succedessero guai. Infatti poteva capitare che un marito desiderasse un risotto per cena, ma lo chiedeva con un grugnito inarticolato, così che la moglie capiva minestrina in brodo: quando portava in tavola la brodaglia il marito spaccava tutto con la clava. Oppure magari c’era un dinosauro dietro a un cavernicolo e il suo amico con frasi sconnesse cercava di farlo scappare, al che quell’altro gli ripeteva: «Ma perché non ti applichi nella grammatica?». Alla fine veniva inghiottito da un Triceratopo.

Così, dopo tutti questi equivoci spiacevoli, gli umani hanno deciso di chiamare le cose con i loro nomi. Per esempio, fin dal principio, «zanzara» era quell’animale fastidioso che tutti cercavano di sfracellare contro le pareti della caverna senza riuscirci. «Flatulenza» era il fuggi fuggi che accadeva nella caverna quando qualcuno mangiava il Tirannosauro rex cucinato in fricassea con purea di castagne. O, ancora, con la parola «papà» si definiva il genitore maschio e «mamma» la genitrice femmina, e questo da molto molto prima che Charlton Heston, il mitico Mosè nel film I dieci comandamenti, scendesse dal Sinai con le Tavole della Legge.

Oggi, in un Paese vicino al nostro, giusto per svecchiare la lingua e i concetti, il papà e la mamma si è deciso di rinominarli «genitore 1» e «genitore 2». Resta da definire se il maschio indosserà la maglietta numero 1, o se invece verrà attribuita alla femmina; ancora più complessa è la vicenda di quando i genitori saranno entrambi maschi o entrambi femmine: forse si deciderà ai rigori o, più democraticamente, 6 mesi a testa, come per la presidenza Ue.

Abolite, perché sorpassate, la festa della mamma e del papà, al loro posto verranno istituite la «festa del genitore 1», che verrà celebrata il 2 novembre al posto dei morti che fa un po’ tristezza, e la «festa del genitore 2» il 25 aprile, al posto dell’inutile «festa della liberazione». I primi anni potrà capitare che i bambini sbaglieranno e regaleranno una cravatta al genitore femmina e un paio di orecchini al genitore maschio, ma dopo qualche decennio di assestamento i bambini, per non sbagliare, regaleranno in entrambe le occasioni una trousse di trucchi.

E i nonni, se non verranno aboliti, come li chiameremo? «Colei che vizia 1» e «Colui che porta sempre i regali 2»? Io, che non ho studiato le lingue, continuerò a parlare la lingua delle caverne e a onorare gli unici mamma e papà che conosco.

I tiepidi vanno all’inferno

i-tiepidi-vanno-all-inferno_copertina_piatta_foUn prete francese (ma con cognome e origini per metà italiane) sta facendo molto parlare di sé, non solo oltralpe, per lo stile della sua predicazione e le folle che attira. Nato 55 anni fa da madre ebrea, dopo gli studi fa il cantante nei night club parigini, ma da lì a poco entra nell’ordine domenicano, iniziando un cammino che lo porta a diventare prete per la diocesi di Marsiglia. Dove oggi è parroco in un popoloso quartiere a maggioranza islamica.

Padre Michel-Marie Zanotti-Sorkine è oggi protagonista di un paginone di “Avvenire”, in occasione della traduzione italiana di una sua raccolta di meditazioni (“I tiepidi vanno all’inferno”, ed. Mondadori). Tra gli aforismi anticipati dal quotidiano ne trascrivo parecchi. Questi due in particolare:

“Non avere paura del tuo corpo, strumento d’amore per eccellenza, somma di possibilità inventate di sana pianta dal Creatore per rendere palpabile e assicurata in terra la sua tenerezza invisibile. È toccando la carne infetta che Gesù guariva”.

“E’ nella lettura dei poeti, quelli puri e quelli maledetti, che il giudizio si affina e rompe l’isolamento delle idee ricevute, così che Dio possa esprimere in noi, e domani attraverso di noi, l’ampiezza dei suoi disegni. A mondo chiuso, idee ristrette. Esci dal santuario. Di quando in quando, ascolta un po’ di musica, quella che preferisci, se ti va danza nel tuo corridoio, arieggia il tuo universo chiuso, abbandona i tuoi libri, così come le tue piccole e grandi manie. Solleva la tua anima attraverso la bellezza dei suoni, lasciati trasportare, raggiungi la verità tutta intera che oltrepassa qualsiasi definizione”.

La lista di Bergoglio

lista bergoglioHo iniziato ieri a leggere “La lista di Bergoglio” (ed. Emi), l’inchiesta pubblicata dal giornalista Nello Scavo sulle persone messe in salvo dall’allora superiore dei gesuiti argentini al tempo della dittatura militare. Un tempo, tra l’altro, tremendamente recente.

Non si tratta di un libro celebrativo, come dimostra l’ampia panoramica sul rapporto complesso e differenziato tra gli uomini di Chiesa e il regime, e la stessa prefazione del Nobel Esquivel. La rete clandestina messa in campo da padre Jorge, però, emerge limpida dalle testimonianze delle decine di persone che ne usufruirono, non raramente senza avere avuto alcun rapporto precedente con la Chiesa locale né una vita di fede.

Fra i sentimenti che si mescolano fin dalla lettura delle prime pagine, c’è l’orrore per le crudeltà perpetrate, lo stupore per situazioni spesso sconosciute – nel bene e nel male – la commozione per il coraggio di molti, Bergoglio compreso. Per questo ritengo sia una lettura assai utile, sia per squarciare il velo dell’ignoranza su un dramma dei nostri giorni, sia per capire ancor più profondamente chi sia colui che oggi governa la Chiesa. Cosa abbiano visto quegli occhi che, anche da soli, parlano di tenerezza e di fraternità.

Le meraviglie di San Gennaro

famiglie-a-museo-04 (Mobile)Settanta opere di inestimabile valore. Per la prima volta al di fuori della città di Napoli, il Tesoro del Santo, documenti originali, dipinti, sculture, disegni e arredi sacri, che restituiscono la straordinaria storia di un culto, una città, un popolo.

Si presenta così la mostra “Il tesoro di Napoli”, in procinto di lasciare la capitale per un tour nelle principali città del mondo. E mantiene la promessa. È stato molto interessante visitarla, ieri pomeriggio, non solo per la bellezza degli oggetti esposti, quanto per lo straordinario legame tra il patrono e il suo popolo, di tutte le estrazioni sociali, testimoniato ad ogni colpo di scalpello e di cesello. Complice il bell’allestimento (e la guida d’eccezione), è difficile non rimanere affascinati dalla devozione più schietta e allo stesso tempo più barocca che si possa incontrare, specchio di un mistero dai tanti volti.

09 - Collana di San Gennaro (Small)