Settant’anni dopo Etty

etty-hillesum-un-atto-degno-di-un-uomo-c3a8-inginocchiarsi-davanti-a-dioIl 30 novembre di settant’anni fa moriva ad Auschwitz Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese diventata famosa in tempi più recenti per le lettere e le pagine del Diario, che lasciano stupefatti e ammirati. Era arrivata nel campo di concentramento polacco nemmeno tre mesi prima, insieme ai genitori e a uno dei fratelli, dopo essere stata, da volontaria, fra i deportati di Westerbork.

Fra i diversi articoli che ricordano l’anniversario, mi è molto piaciuto quello di Marina Corradi (si può leggere qui). Ma è soprattutto attingendo alle parole di Etty stessa che ci si sente sciogliere e innalzare. Come queste, fra le ultime affidate al suo diario:

“La miseria che c’è qui è veramente terribile, eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare – e questa forza dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravvivremo intatti a questo tempo, corpo e anima, ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch’io una piccola parolina”.

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Questione di tempo

Questione-di-Tempo_LocandinaUn po’ di “Notting Hill” e di “Quattro matrimoni e un funerale”, con cui ha in comune lo sceneggiatore, Richard Curtis. E una spruzzatina di “Sliding doors” e Mr Bean. Ma sono solo echi leggeri e piacevoli, perché “Questione di tempo”, da qualche settimana nelle sale, è una riuscitissima commedia romantica che sta in piedi con le proprie gambe. Due ore – forse un po’ troppo – di divertenti via e vai nel tempo per dire in realtà che non c’è bisogno di cose straordinarie per essere felici, e neppure di magie che modifichino il corso degli eventi.

Nel film, è vero, ci sono. E questo è l’aspetto favolistico del racconto, ambientato tra Londra e la campagna inglese. Ma prevale di gran lunga il valore dei rapporti veri, di ogni singola giornata, dell’accettare la vita con generosità. È tanto per una commedia sull’amore e sul tempo priva di grandi pretese ma che, forse per questo, dice moltissimo sui padri e sui figli, sugli affetti e perfino sulla morte.

La missione è questione di gioia

ITALY-POPE-VATICANÈ stata resa pubblica solo da poche ore, ma l’esortazione apostolica “Evangelii gaudium” di papa Francesco è già fra i principali argomenti di discussione. I motivi non mancano di certo, visto l’ampio spettro di temi e specialmente la modalità con cui sono trattati, all’insegna della semplicità, della franchezza e della speranza.

La chiave di lettura dell’intero documento è la visione di Chiesa che papa Francesco manifesta. Il suo “sogno”, per usare una parola che lui stesso non teme di adoperare. “No alla mondanità spirituale”. “No alla guerra tra di noi”. Sono solo alcuni dei paragrafi da meditare profondamente. Quello dedicato alle “altre sfide ecclesiali” – inizia così: “I laici sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio. Al loro servizio c’è una minoranza: i ministri ordinati”.

Sono troppe le citazioni che meriterebbero fin da subito la più colorata sottolineatura. Quelle, ad esempio, in cui il papa è durissimo verso le comunità ecclesiali che dovessero chiudersi in una “tranquillità” di riunioni infeconde e discorsi vuoti. Parole seguite, poco dopo, da un bellissimo passaggio sul valore inviolabile di ogni vita umana e sulla custodia del creato.

È una lettera da cui lasciarci invadere, che spinge alla missione per esigenze di felicità. Un dinamismo, lo dice lo stesso Francesco, “di giustizia e di tenerezza, di contemplazione e di cammino verso gli altri”.

Ho vissuto con un santo

9788817069052Uomo e speranza. Sono le parole più ricorrenti nel libro-intervista al card. Stanislao Dziwisz, oggi arcivescovo di Cracovia ma per una vita segretario personale di Karol Wojtyla. “Ho vissuto con un santo” – così si intitola il volume – è stato scritto di getto, subito dopo l’annuncio della prossima canonizzazione di Giovanni Paolo II il 27 aprile 2014. E’ dunque la santità la principale chiave di lettura con cui “don Stanislao” ricorda e racconta. Insieme a gesti e episodi che rischierebbero di restare nascosti, esclusi dalle biografie ufficiali o dalle ricostruzioni geopolitiche, frequenti sono i riferimenti al momento attuale, e i parallelismi – mai forzati, va riconosciuto – con papa Francesco.

“Karol Wojtyla – spiega Dziwisz – aveva una visione dell’umanità e della storia che gli faceva cogliere la vera natura, le vere cause di certi problemi, di certe situazioni. E questa capacità gli veniva dal fatto di guardare tutto nell’ottica della fede”. Egli – continua – “voleva essere un testimone dell’uomo, di ogni uomo, in quanto immagine del suo Creatore, e quindi depositario di diritti inalienabili, inviolabili… E, insieme, papa Wojtyla voleva essere un testimone di speranza. Speranza viva, concreta, reale, per una umanità impaurita, divisa, attraversata da ingiustizie immani. Ma speranza anche per una Chiesa che era allora ripiegata su se stessa”.

La sua passione e la sua libertà sono stati decisivi nella fede e nella giovinezza di tanti di noi. Invocarlo come santo sarà un modo in più, quanto mai reale, di continuare a sentirlo vicino.

Il maggior bene del cucciolo d’uomo

coppia-gay-bambino-corbis-kiOE--258x258@IlSole24Ore-WebFra i molti commenti che ho letto sul recente caso di Bologna, dove il tribunale minorile ha disposto l’affidamento temporaneo di una bambina a una coppia omosessuale, l’articolo di Mariolina Ceriotti Migliarese (Avvenire del 17 novembre scorso) è quello che ho trovato più convincente.

“Come medico, attento al radicamento primario della nostra identità nel corpo – scrive l’autrice –  non posso che ricordare per prima cosa un dato semplice e incontrovertibile: la creatura umana può nascere solo come maschio o come femmina, e tutto il nostro corpo, in ogni singola cellula, fosse anche la più piccola, porta in sé questo decisivo marchio genetico (cromosoma XX per la femmina, XY per il maschio) che continuerà a rimanere inalterato per tutta la vita, indipendentemente dalle scelte sessuali e affettive che ciascuno vorrà compiere successivamente”. Per poi concludere: “Se il maschile e il femminile costituiscono due modelli identitari che esistono e che hanno un valore, un padre e una madre sono le guide indispensabili perché ogni bambino maturi pienamente la propria identità. Pur nell’inevitabile imperfezione di molti padri e madri, questo rimane comunque il maggior bene per il cucciolo d’uomo”.

Il testo integrale si può leggere qui.

Chiusano il “provocatore”

0502l130Grazie a un paio di regali per l’onomastico e una sosta al negozietto sotto la stazione fiorentina di Santa Maria Novella, ieri ho fatto il pieno di libri. Non che il comodino fosse proprio vuoto, ma in questo campo le scorte non fanno mai male.

Mentre non aggiungo altro sui titoli dei volumi, di cui certamente non mancheranno i “segnalibri”, volentieri annoto la ragione del rapido passaggio nella città di Dante. A Firenze infatti si apriva ieri un convegno promosso dalla Comunità di San Leolino sul saggista e romanziere Italo Alighiero Chiusano. Un nome che mi è familiare da quando, poco più che adolescente, presi a leggere i suoi articoli su un mensile di attualità e cultura religiosa.

“Provocato rispondo” era il titolo della rubrica, e del volume che poi ne ha raccolto un’ampia selezione. Fra le varie riflessioni, spesso pungenti, mi è piaciuto ritrovare questa: “Se ‘civiltà cattolica’ non deve essere soltanto la testata di una famosa rivista, ma una realtà vissuta e radiosa, questa civiltà va dimostrata nell’essere fermi senza essere immobilisti, forti senza essere violenti, dolci senza essere deboli, rispettosi senza essere arrendevoli, convinti senza essere intimidatori”.