Città di Dio

Times_Square_New_YorkIn attesa di pubblicare il diario fotografico dell’ultima (breve) escursione fuori dai confini nazionali, mi ha molto meravigliato leggere questa riflessione su New York (la meta di un prossimo viaggio? Chissà…). Sia per il contenuto, ad alto tasso spirituale, sia per l’autore: Carlo Carretto, più noto per le lettere scritte nel deserto. Comunque, ecco qua le sue parole sulla città forse più simbolica del mondo contemporaneo. E dunque anche della sua ricerca.

«Dove la città è più città, la tecnica più tecnica è sui marciapiedi. Penso a New York. Vedere New York in una sera fredda e lucida come cristallo è un qualcosa di irreale, c’è in tutto una vera poesia. Io l’ho contemplata sovente, mi pareva un mare di diamanti, uno spettacolo unico, veramente sublime. Avevo sentito parlare male delle città moderne come attuali babeli, le avevo sentite disprezzate da uomini in fuga e alla ricerca della salvezza nei boschi solitari. È strano: io l’ho capita, io l’ho amata una cittଠcittà come New York e l’ho pensata come una cosa grande, dove, nelle scatole d’acciaio, cemento e vetro, gli uomini potevano trovare il loro più alto isolamento con Dio».

Olivetti, il fascino di un’utopia realizzabile

Tra ieri e oggi, RaiUno dedica la prima serata ad Adriano Olivetti, il geniale e poliedrico imprenditore, politico e uomo di cultura che è tra gli indiscussi protagonisti del “miracolo italiano” del dopoguerra. Non ho le competenze per valutare la fiction televisiva, ma so per certo che si tratta di una figura straordinaria, di una modernità impressionante, anche se tanto amato ma poco seguito. Un anno e mezzo fa ebbi la fortuna, collaborando a un bel programma di Tv2000, di incontrare più volte il nipote, Beniamino, e conoscere la Fondazione Olivetti, che porta avanti il progetto ideale di Adriano sul versante culturale. Ne venne fuori la puntata che si può vedere qui sotto.

 

Una piccola luce

buch-inge-schollIl 18 febbraio 1943 i fratelli Hans e Sophie Scholl, insieme ad altri compagni del gruppo antinazista “La Rosa Bianca”, sono catturati a Monaco dalla Gestapo. Quattro giorni dopo viene eseguita la loro condanna a morte. Passano altri quattro giorni e la polizia di Ulm fa irruzione in casa Scholl, arrestando i genitori e le due sorelle. Sono accusati di “responsabilità penale familiare” e di aver ascoltato trasmissioni radiofoniche clandestine. Resteranno in prigione diversi mesi.

Inge (nella foto) era la sorella maggiore di Hans e Sophie. A lei si deve il merito di aver fatto conoscere la storia del piccolo gruppo di universitari i cui volantini terrorizzarono il regime. Nel 1993, cinquant’anni dopo la prigionia, ha pubblicato i biglietti e le lettere che i familiari detenuti riuscirono a scambiarsi fortunosamente dalle celle che li dividevano. “Una piccola luce. Lettere della famiglia Scholl dal carcere nazista” è il titolo della traduzione italiana (Vita e pensiero, 1995). Pagine commoventi, dense di scene di vita quotidiana, piccole attenzioni, parole di conforto. Testimonianze di fede e di umanità. Sogni e sacrifici. Il racconto di una famiglia straordinaria.

Oggi pomeriggio, frugando fra gli scaffali di una biblioteca abbandonata, mi è capitato il libro fra le mani. In questi giorni, in cui è tornato prepotentemente a galla il ricordo della barbarie nazista, l’ho considerato un segno. Un invito – come ripetè Inge per tutta la vita – a “strappare il mantello dell’indifferenza”.

Giuseppe Verdi, note in cerca di Dio

verdi-231x300Ricorre oggi il 200esimo anniversario della nascita di Giuseppe Verdi. Al grande musicista, simbolo di un’epopea nazionale, sono dedicate miriadi di iniziative, in tutta Italia. Forse non tutti ricorderanno che il 4 febbraio scorso, una settimana prima di annunciare la sua rinuncia, Benedetto XVI assistette a un concerto promosso dall’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, con musiche di Verdi e Beethoven. Al termine, ebbe parole molto interessanti sul compositore di Busseto. Queste:

“Nelle sue opere colpisce sempre come egli abbia saputo cogliere e tratteggiare musicalmente le situazioni della vita, soprattutto i drammi dell’animo umano, in modo così immediato, incisivo ed essenziale come raramente si trova nel panorama musicale.

E’ un destino sempre tragico quello dei personaggi verdiani a cui non sfuggono i protagonisti de La Forza del Destino: la Sinfonia che abbiamo ascoltato, fin dalle prime battute, ce lo ha fatto percepire. Ma affrontando il tema del destino, Verdi si trova ad affrontare direttamente il tema religioso, a confrontarsi con Dio, con la fede, con la Chiesa; ed emerge ancora una volta l’animo di questo musicista, la sua inquietudine, la sua ricerca religiosa.

Ne La Forza del Destino non solo una delle arie più famose, “La Vergine degli Angeli”, è un’accorata preghiera, ma vi troviamo anche due storie di conversione e avvicinamento a Dio: quella di Leonora, che riconosce drammaticamente le sue colpe e decide di ritirarsi in una vita eremitica, e quella di don Alvaro, che lotta tra il mondo e una vita in solitudine con Dio.

E’ interessante notare come nelle due versioni di quest’opera, quella del 1862 per San Pietroburgo e quella del 1869 per “La Scala” di Milano, i finali cambino: nella prima don Alvaro termina la vita suicida, rifiutando l’abito religioso e invocando l’inferno; nella seconda, invece, egli accoglie le parole del Frate Guardiano a confidare nel perdono di Dio e l’opera termina con le parole “Salita a Dio”. Qui è disegnato il dramma dell’esistenza umana segnata da un tragico destino e dalla nostalgia di Dio, della sua misericordia e del suo amore, che offrono luce, senso e speranza anche nel buio.

La fede ci offre questa prospettiva che non è illusoria, ma reale; come afferma san Paolo «né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né altezze, né profondità, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39).  Questa è la forza del cristiano, che nasce dalla morte e risurrezione di Cristo, dall’atto supremo di un Dio che è entrato nella storia dell’uomo non solo con le parole, ma incarnandosi”.

“Io e mio padre C.S. Lewis”

Web dw Douglas as a boyNel film me lo ricordo bene. Soprattutto nella scena in cui si sfoga col padre adottivo – C. S. Lewis, interpretato da Anthony Hopkins – all’indomani della morte della madre, Joy, di cui Debra Winger veste i panni. Sto parlando di Douglas Gresham, adottato dallo scrittore inglese quando aveva otto anni ed era appena giunto ad Oxford dagli Stati Uniti. Oggi Douglas ha 67 anni, vive a Malta e cura l’eredità letteraria del padre, comprese le produzioni cinematografiche dei film tratti dalle “Cronache di Narnia”, l’opera più nota di Lewis.

Per essendo un grande estimatore dello scrittore inglese, non mi ero mai interessato del figlio. Questa mattina, perciò, sono rimasto assai piacevolmente colpito nel trovare su “Avvenire” un’interessante intervista a Douglas Gresham. Belle soprattutto le parole dedicate al padre, di cui ricorda la fede e la carità:

“Mi ha insegnato con l’esempio che cosa significhi amare Cristo. Se avesse cercato di convertirmi mi sarei ribellato. Invece rispondeva a tutte le domande che gli facevo e viveva la sua fede, dal momento in cui si svegliava al mattino al momento in cui andava a letto alla sera. Pensava in continuazione a che cosa poteva fare per servire meglio Gesù. Cerco di imitarlo ed essere come lui. Non sono altrettanto bravo, ma imparo, piano piano. Guardandolo ho capito che la vita cristiana era la migliore possibile”.