Scoperte a San Pietro

Un capitello che non avevo mai notato e un ensemble di ottoni che, nascosto nell’atrio della basilica, accompagna il giro del papa con la jeep in piazza San Pietro. Io avevo sempre pensato fosse una musica registrata… 🙂

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Lo sguardo di Francesco

Papa-FrancescoAvevo già pronto un post sul bel film visto lunedì sera – “Rush” – sull’antagonismo automobilistico tra Niki Lauda e James Hunt, con contorno di annessi ricordi infantili, quando ho letto queste belle parole del vaticanista Lucio Brunelli (Tg2), al termine di un commento all’intervista del papa dei giorni scorsi. E non ho resistito:

“La novità di Francesco è innanzitutto una novità di sguardo. Viviamo in un mondo di feriti, aveva detto in Brasile. Ora parla della chiesa come di un ospedale da campo, dopo la battaglia. Prima curare le persone ferite. Poi si parlerà di tutto il resto. E la medicina migliore, il balsamo più efficace per le ferite dell’anima è la misericordia. Dire che il papa “apre” ai gay, ai divorziati, alle donne che hanno abortito è termine che mette tristezza. Tristemente politico. Gesù non aprì all’adultera. La guardò in modo diverso dai sacerdoti e dai benpensanti che la volevano lapidare. Il suo sguardo ebbe il potere di cambiarle la vita più del timore della punizione prevista dalla legge di Mosè, che lei certo non ignorava”.

“Perché sono tornato a credere”

giacomo-porettiSull’ultimo numero del settimanale paolino “Credere”, dedicato alla gioia della fede, il pezzo forte è una bellissima intervista a Giacomo Poretti. Il noto comico del trio “Aldo, Giovanni e Giacomo” si racconta a tutto campo, rispondendo alle domande sulla famiglia e sul lavoro, senza sottrarsi a quelle sulla fede. Seminata in un campetto d’oratorio, ha vissuto stagioni difficili, fino a rifiorire qualche anno fa, con l’aiuto di un prete.

Avevo già letto la sua testimonianza, ma non ho potuto non soffermarmi sul Dio “grande artista”, sulle parole dedicate a Maria, sulla sua convinzione che “esiste – eccome! – una gioia della fede e credo sia soprattutto la gioia della relazione, con Lui e tra noi”.

Mentre leggevo, pensavo che bisognerebbe avere più spesso il coraggio – vale anche per i “credenti” – di non accontentarsi di una spiritualità un po’ generica, che si riduce all’idea di un essere assoluto, creatore, e di una vita dopo la morte, più qualche devozione. E cercare di guardare un po’ più in faccia questo Dio, la sua parola, la sua strada. Al di là di tanti luoghi comuni. Quante sorprese avremmo, tutti.

“Io sono figlio della Chiesa”. Anch’io.

1236057Nella straordinaria intervista a papa Francesco pubblicata due giorni fa dalla rivista dei gesuiti “La civiltà cattolica” ho cercato di individuare soprattutto i punti di cui far tesoro per la mia vita personale. Lascio ben volentieri ad altri i commenti e le interpretazioni, io voglio accogliere prima di tutto nel cuore le sue parole, dalle ricadute molto concrete. Soprattutto tre.

La prima è una meravigliosa e sintetica descrizione. “Io sono figlio della Chiesa”. Qui c’è tutto, compresa la forza creativa e rinnovatrice. C’è l’umiltà e il coraggio, la fatica e la bellezza, la speranza e la certezza. Quella, dice il papa, che “Dio è nella vita di ogni persona”.

Il secondo passaggio, destabilizzante ma anche rasserenante, è quello in cui siamo spinti sempre oltre, senza paura di non vedere tutto chiaro o di cambiare. Perché Dio “non può rinnegare se stesso”. Egli “è tutto promessa”. E “la nostra vita non ci è data come un libretto d’opera in cui c’è tutto scritto, ma è andare, camminare, fare, cercare, vedere”. Un bel programma…

Infine, non smetto di pensare alla confidenza finale: “La sera, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione”. È molto bello saperlo, è quasi un appuntamento.

La fede è darsi

domenico-quirico_0L’impressionante racconto di Domenico Quirico, l’inviato de “La Stampa” tenuto in ostaggio dai ribelli siriani per cinque mesi, è la lettura migliore che si può fare in questa giornata di memoria. In queste settimane di trepidazione per una guerra annunciata. Non è certo una lettura facile ma, come suggerisce Marina Corradi in questo bell’editoriale, andrebbe fatta nelle scuole, “perché i figli sappiano” cos’è la guerra.

“Sono parole che ci lasciano muti”, prosegue. Soprattutto mi colpisce l’insistenza con cui Quirico parla di un male che “trionfa, lavora, inturgidisce”. E di una fede “che è darsi”, come sottolinea nel toccante finale del suo diario:

“In tutta questa esperienza c’è molto Dio. Pierre Piccinin è un credente. Io sono un credente. La mia è una fede molto semplice, la fede delle preghiere di quando ero bambino, dei preti che quando andavo a trovare mia nonna in campagna incrociavo mentre raggiungevano in bicicletta delle piccole parrocchie con gli scarponi da operaio e la borsa attaccata alla canna della bici, e portavano estreme unzioni, benedivano le case, con la fede dei preti di Bernanos, semplice ma profonda.
La mia fede è darsi, io non credo che Dio sia un supermercato, non vai al discount a chiedere la grazia, il perdono, il favore. Questa fede mi ha aiutato a resistere. È la storia di due cristiani nel mondo di Maometto e del confronto di due diverse fedi: la mia fede semplice, che è darsi, è amore, e la loro fede che è rito”.

E qualche volta trova il tempo…

heaneyIl recente viaggio in Irlanda mi ha reso particolarmente sensibile a tutto ciò che riguarda la storia e la geografia di quell’isola meravigliosa. Così non è passata inosservata la notizia della morte di Seamus Heaney, massimo poeta nordirlandese contemporaneo. Premiato col Nobel per la letteratura nel 1995, Heaney è morto a Dublino il 30 agosto scorso.

Scrivendo “in morte di un poeta”, il critico Marco Testi ricorda la sua capacità di rovesciare i più triti luoghi comuni sul cattolicesimo e sull’Irlanda, portando nei suoi versi il dramma delle violenze nel Nord, pur senza essere un militante in senso stretto. “Ma la poesia è fatta di realtà”. E il poeta, ricordando le origini da una modesta famiglia contadina, confessava: “Io non ho la vanga per seguire uomini così. / Tra l’indice e il pollice / ho la penna. / Scaverò con quella”.

Chi ha ancora vivo il ricordo di una visita nella terra delle cliffs non può che apprezzare – e forse anche commuoversi – i versi di “Postscript”, fin dal titolo molto simile a un congedo:

“E qualche volta trova il tempo di andare a ovest,
verso County Clare, lungo Flaggy Shore,
a settembre o ottobre, quando il vento
e la luce si azzuffano così che da una parte
l’oceano è selvaggio di schiuma
e bagliori, e all’interno fra le pietre
la superficie di un lago color ardesia è illuminata
dal lampo terrestre di uno stormo di cigni,
le piume scompigliate, bianco su bianco,
le teste dall’aria testarda
sommerse o affioranti o indaffarate sott’acqua.
Ma non pensare di parcheggiare e cogliere la scena
più completamente. Non sei né qua né là,
una fretta per cui passano cose note e ignote
mentre forti morbide raffiche colpiscono l’auto di sbieco
e sorprendono il cuore all’improvviso
e lo aprono con un soffio”.

Il mio nome è Asher Lev

9788811632153“Mio padre lavorava per la Torah. Io lavoravo per… per cosa? Come potevo spiegarlo? Per la bellezza? No. Molti quadri che dipingevo non erano belli. Per che cosa, allora? Per una verità che non sapevo tradurre in parole. Per una verità a cui potevo dare vita solo mediante il colore, la linea, la struttura e la forma”.

L’intimità e la rigorosità dell’ebraismo ortodosso insieme all’incontrollabilità creativa e pulsante schiavitù della vena artistica. Entrambe possessive, implacabili, intransigenti. Alternative agli occhi di tutti tranne a quelli di Asher Lev, allo stesso tempo vittima e persecutore delle persone amate.

La storia dell’ebreo chassid pittore di crocifissioni è così ricca di paradossi che non poteva uscire se non dalla penna di Chaim Potok, che quell’esperienza l’ha provata sulla sua pelle. È lui infatti il giovane educato nella stretta osservanza della Torah che lascia le tradizioni familiari per diventare un artista. Scrittore, nel suo caso.

Asher va addirittura oltre, infrangendo con la sua pittura i comandamenti più sacri della famiglia e della fede. Nulla può trattenere l’urlo che lo attraversa, spingendolo a un viaggio senza ritorno. Un viaggio che passa per Firenze e Roma, mostre e musei, maestri e solitudini, successo e incomprensione, appartenenza ed estraneità, dolore (tanto) e appagamento (raro). Il romanzo si affaccia su molti temi, come il rapporto tra genitori e figli, tra insegnante e allievo, tra arte e società. E non credo sia casuale che il punto di conflagrazione di tutte le contraddizioni alla fine sia un crocifisso.

Inchiodati alla finestra, nel quadro come nella realtà, i genitori di Asher sono il segno di un mondo che – per dirla con Potok – “non è leggiadro”. Ma in fondo resta sempre nelle mani del cielo. Come ricorda, in uno dei più bei dialoghi del racconto, l’anziano Rabbino capo:

“Una vita dovrebbe essere vissuta per amore del cielo. Un uomo non è migliore di un altro perché è un medico e l’altro un calzolaio. Un uomo non è migliore di un altro perché uno è un avvocato e l’altro è un pittore. Una vita la si misura in base a come è vissuta nell’amore del cielo. Mi capisci, Asher Lev?”.

“Tutto è nelle mani del cielo, tranne il timore del cielo”, citò. “Cosa posso dirti, mio Asher? Non so cosa abbia in serbo per noi il Padrone dell’Universo. Alcune cose sono date, ed è compito dell’uomo utilizzarle per portare la bontà nel mondo. Il Padrone dell’Universo ci dà qualche barlume, solo barlumi. Tocca a noi aprire bene gli occhi”.