Ciao, Benedetto!

foto8Che incredibile e paradossale stridore: noi tutti presi a sottolineare l’evento epocale e la straordinarietà del momento e lui, senza perdere il sorriso neanche per un attimo, a cercare la minima enfasi possibile, a farsi da parte quasi in punta di piedi. “Buona notte” sono state le sue ultime parole pubbliche, poco fa, dal balcone di Castel Gandolfo. Più normale di così…

Mi ha molto colpito anche la brevità dei suoi ultimi discorsi. Questa mattina, congedandosi dai cardinali, è tornato nuovamente a parlare della Chiesa. Lo ha fatto con un pensiero di Romano Guardini che mi ha emozionato: sulle stesse parole di questo grande teologo discussi infatti la mia tesi di laurea, il 7 aprile di vent’anni fa. “La Chiesa si risveglia nelle anime”, così iniziava. E così lui ha proseguito: “La Chiesa non è un’istituzione escogitata e costruita a tavolino, ma una realtà vivente. Essa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi. Eppure nella sua natura rimane sempre la stessa, e il suo cuore è Cristo”.

Il mio batteva forte, poco fa, nel seguire il volo dell’elicottero sui tetti e i campanili di Roma. Stasera accoglierò volentieri la proposta di accendere un lumino sul davanzale. In fondo, quello che ci ha voluto dire è molto semplice. E contiene anche un invito a pregare di più. Lui è andato avanti, chissà se sapremo seguirlo anche in questo.

Vorrei…

finestra vuota (Medium)Resta nel cassetto la quarta enciclica di Benedetto XVI, ma forse le parole – e i modi – di questo ultimo scorcio di pontificato vi somigliano molto. Non definirei un testamento l’ultima catechesi, tenuta questa mattina, perché lui stesso ha ancora una volta ribadito che “la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare”.

C’è chi ha dipinto la Chiesa come il covo di tutti gli intrighi e il suo primo rappresentante come uno sconfitto che se ne va sbattendo la porta. Certo, l’ha detto lui stesso, “vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa”, ma la serenità e la pace, la fede e la commozione che non ha nascosto davanti al popolo cristiano parlano piuttosto di un grande amore, di una fiducia non vana, perfino di una gioia “bambina”, a prova di qualsiasi scandalo. “Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi!”.

Se proprio vogliamo leggere e conservare alcune parole come un lascito di questi otto anni sul “trono” più difficile della terra, ascoltiamo i “vorrei” che come padre ha confidato alla platea mondiale poche ore fa, con tratto amorevole e forza delicata:

“Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano”.

Varia (e bella) umanità

faro leuca (Medium)In questi giorni così particolari per la vita della Chiesa, ho avuto la fortuna di fare due preziose esperienze, entrambe in contesti che, secondo certi criteri, potremmo definire di periferia. Una piccola parrocchia di montagna, nell’alto Lazio, e un’assemblea diocesana nello splendido lembo di terra che taglia l’Adriatico e lo Ionio. Sono stati due incontri molto diversi, ma in cui ho percepito un uguale profondo senso di fede e di responsabilità. L’eco degli eventi romani, così pregnanti, è risuonata nell’uno e nell’altro dialogo, ma con intonazioni profondamente diverse da quelle che da ormai quindici giorni imperversano sui media. Ho visto persone piene di interrogativi, talvolta anche provate dalle difficoltà quotidiane, ma estremamente solide e generose. Gente che sa pensare e rimboccarsi le maniche, ricevere e dare, avere passioni e non inseguire pericolosi perfettismi. Uno spaccato di Chiesa che fa ben sperare a più largo raggio, davanti cioè alle tante debolezze educative e agli egoismi risorgenti un po’ ovunque. Chi la racconta una Chiesa così?

Pubblicità di ieri e di oggi…

Ecco un’antica “cassetta delle offerte” nell’angolo della chiesetta cinquecentesca della Madonna del Riposo, a Roma: “Elemosina per la Madonna del Riposo. Chi ben vive ben muore”…

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… ed ecco la locandina pubblicitaria affissa esattamente di fronte, a pochi passi…

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Campioni di Dio

Campioni-di-DioDirebbe qualcuno di mia informatica conoscenza che non c’è compagnia migliore per la Quaresima di quella dei santi. Così questa mattina quando ho trovato fra la posta “Campioni di Dio” di Anna Peiretti (editrice Ave), ho pensato: è un libro per bambini, sarà bello regalarlo a qualche piccolo amico, ma prima potrei dargli un’occhiatina anch’io… 😉

Il volume racconta, con brevi testi e simpatiche illustrazioni, la vita di venti santi, ognuno dei quali è “campione” di qualche virtù: la bontà, la pace, la mansuetudine… Ci sono le figure più conosciute – come Francesco, Chiara, Martino, Lucia, Rocco – e diversi testimoni meno noti al grande pubblico e tutti da scoprire, quali Macrina, Brendano, Notburga… In fondo ad ogni capitolo, al piccolo lettore è proposto un semplice esercizio per seguire le orme del santo appena conosciuto. Che dire? La via della santità è davvero il più bel gioco in cui lanciarsi.

Benedetto ed Etty

etty-hillesumNella catechesi tenuta ieri da Benedetto XVI durante l’udienza generale, la penultima del suo pontificato, non poteva sfuggirmi il passaggio riservato ad Etty Hillesum, nel contesto del tema delle tentazioni e della conversione. Una felice coincidenza, che mi ha confermato nell’impegno di dedicare la Quaresima a (buon parte del) suo Diario.

“Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: ‘Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri’ (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: Vivo costantemente in intimità con Dio”.

Il senso di una fine

il-senso-di-una-fine-julian-barnes-libriStrano romanzo questo di Julian Barnes. Tony, il protagonista, giunto ai sessanta, ripercorre la sua vita. Amicizie che sembravano destinate a durare per sempre finite di colpo, un matrimonio fallito, fili che lo legano al passato debolissimi ma difficili da tagliare. Poi, una strana eredità viene a turbare la sua mediocre tranquillità. Ancora più sconvolgente sarà la scoperta che farà in seguito, raccontata nelle pagine finali. Una rivelazione che lascia sospesa la trama del racconto. Perché la vita non è finita, o meglio ha tante fini, e altrettante cose che non si possono cambiare. “C’è l’accumulo. C’è la responsabilità. E al di là di questo, c’è il tempo inquieto. Il tempo molto inquieto”.

Vedo in questa lettura anche un messaggio per la Quaresima che inizia oggi. Un invito a considerare il tempo, il suo scorrere, le sue opportunità di ogni momento. Anche a ripensare al passato, leggendolo con verità e non dando credito solo alle storie che ci raccontiamo per renderlo più innocuo. Seguendo Barnes, si può riconoscere che non è vero che il tempo lenisce le ferite. Solo le scioglie un po’. E che la vera fine di una vita arriva solo quando rinunciamo a rischiare la probabilità di cambiamento nascosta in ogni istante.

Les Misérables

les_miserables_ver11 (Small)Dei vari film visti negli ultimi giorni (Django unchained, Lincoln, Zero dark thirty) il più bello è stato certamente Les Miserables. Maestoso. Emozionante. Intenso. Merito di un cast straordinario, di una toccante colonna sonora e di un realismo curato nei minimi particolari.

Il romanzo di Victor Hugo vibra nelle note cantate dal vivo e in una fotografia che usa tutte le sfumature, ma soprattutto accende i rossi. Più che una storia, una filosofia della storia, in cui la Grazia ha sempre in mano il timone, anche quando gli eventi lasciano solo piccoli spiragli alla speranza. Il basso e l’alto si rovesciano, il sacrificio è l’unico linguaggio dell’amore. E la giustizia non è sempre quella che gli uomini invocano come tale.

Avevo già preparato il post, questa mattina, quando è arrivata la notizia, inattesa e sorprendente, della rinuncia di Benedetto XVI al ministero di vescovo di Roma. Ho pensato però di pubblicare lo stesso la mia piccola recensione cinematografica. Lo capisco: potrà forse apparire scentrata in mezzo allo scatenarsi dei commenti (e delle interpretazioni) sul gesto di Joseph Ratzinger. Ma di questo non vorrei parlare tanto, come ha fatto lui stesso. Non è il tempo dei giudizi, ma dell’ascolto e della preghiera.

Zero Dark Thirty

locandinazerodarkthirtyÈ uscito ieri nelle sale italiane “Zero Dark Thirty”, il film sulla ricerca e l’uccisione di Osama Bin Laden che ha suscitato tante polemiche negli Stati Uniti nei mesi scorsi, a causa di presunte rivelazioni di segreti militari. La pellicola, che annuncia subito di aver attinto a fonti di prima mano, condensa in due ore e mezza i dieci anni tra l’attentato alle Torri Gemelle e il blitz che scovò e uccise il leader di Al Kaeda. Fin dalla prima scena – l’audio originale di alcune telefonate dalle Twin Towers, su schermo nero – si capisce che il film mescola diversi generi: dal reportage all’azione, dalla denuncia alla (scarsa in realtà) celebrazione.

Al centro della storia, la giovane agente della Cia che, con la sua intuizione e determinazione, è stata decisiva per il successo della caccia all’uomo più complicata e terribile dei nostri giorni. La sua interpretazione – insieme alla splendida regia – è il pezzo forte del film. Difficili da digerire, invece, le immagini delle torture e dello svilimento dei prigionieri. “Non potevamo ignorarle”, ha riconosciuto lo sceneggiatore. Una scelta coraggiosa e che contribuisce a rendere la pellicola tutto tranne che una saga epica.

È questo che più ho apprezzato, e che emerge chiaro dal finale. Nella lacrima della protagonista si riflette anche il subbuglio di chi, pur seduto nella poltrona di un cinema, sente almeno per un attimo il peso delle troppe violenze, odi, assurdità che si consumano tra la rimozione e la giustificazione. E di non dover chiudere gli occhi

Il cammino di Pietro

banner-lungocamminodipietroNon vedo l’ora, questa sera, di partecipare all’inaugurazione della mostra “Il cammino di Pietro”, promossa dal Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione in occasione dell’Anno della Fede. La mostra, ospitata a Castel Sant’Angelo, resterà aperta fino al 1 maggio ed è stata curata da quel genio dell’arte e della fede che è don Alessio Geretti.

È lui ad aver studiato l’allestimento come una grande opera teatrale, secondo un percorso che non segue il mero filo cronologico della vita dell’apostolo, ma va dallo stupore alla resistenza, dalla crisi all’abbandono, dalla missione alla somiglianza. Un discorso affidato fra gli altri a Guido Reni e Georges de la Tour, Brueghel e Veneziano, a pochi passi dal luogo dove Pietro, la “roccia” della cristianità, conobbe il martirio ed è ancora oggi sepolto. Un modo per ricordare che la fede, per quelli che “pur non avendo visto crederanno” (Gv 20,29), è in fondo un vedere attraverso gli occhi di chi ha visto.

Un unico amore

cielo_e_terra1_googleIl seminario di studio sulla custodia del Creato, questo pomeriggio, si è concluso con una bella citazione del filosofo russo Nikolaj Berdjaev: “Bisogna amare la terra fino in fondo, sino all’ultimo confine, cioè sino al cielo; e bisogna amare il cielo sino in fondo, sino all’ultimo confine, cioè sino alla terra. E allora capiremo che non sono due amori, ma un unico amore”.