La casa della seta

“Erano gli ultimi giorni di novembre dell’anno 1890 quando avvenne questo scambio di battute. Londra era nella morsa di un freddo impietoso…”.

Con un incipit del genere, è proprio il momento giusto per iniziare a leggere “La casa della seta” di Anthony Horowitz (ed. Mondadori). “Il nuovo romanzo di Sherlock Holmes”, come compare scritto bello grande in copertina. Si tratta, infatti, dell’unico romanzo autorizzato (e addirittura commissionato) dalla “Artur Conan Doyle Estate”, la fondazione che ha ereditato i diritti del padre del famoso investigatore e del fido Watson. Le opere uscite direttamente dalla sua penna, infatti, si riducono a 4 romanzi e 56 racconti. Che io – ovviamente – ho letto tutti, e già da un po’ faticavo a resistere alla tentazione di tuffarmi nel sequel ufficiale.

L’inizio è dei più classici. Al 221B di Baker Street il fuoco arde nel caminetto e Sherlock Holmes sta bevendo il tè insieme al dottor Watson quando un uomo vestito con grande eleganza si presenta inaspettatamente, in preda a una grande agitazione. È Edmund Carstairs, un giovane mercante d’arte che si rivolge a Holmes in cerca d’aiuto. Cosa succede dopo? Tra sabato e domenica lo scoprirò di certo.

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Della speranza

Tra le piccole perle che si scoprono fortuitamente qua e là, metto quella che mi è venuta incontro questa mattina, leggendo un’intervista al giornalista e scrittore francese Jean-Claude Guillebaud. All’interno di una stimolante riflessione sul futuro dell’Europa – che per inciso si conclude riconoscendo che “la domanda religiosa non è alle nostre spalle, ma davanti a noi: è un soggetto del futuro” – l’autore ha un’intuizione fulminante sulla speranza.

A coloro che la considerano inutile, perché sposterebbe una felicità nel futuro, togliendola al presente, egli risponde: “La speranza riguarda senza dubbio il futuro, ma si vive al presente. Lungi dal sottrarre qualche cosa al presente, essa lo aggiunge”.

Non ci avevo mai pensato, ma è verissimo: vivere nella speranza o nell’attesa (siamo quasi in Avvento) non è vivere con qualcosa in meno, ma con qualcosa in più, già oggi. La speranza e l’attesa sono una diversa forma di presenza.

Una bellezza difficile da reggere

Il 7 agosto 1974 il funambolo francese Philippe Petit lasciò New York col fiato sospeso per quarantacinque minuti. Tanto durò infatti la sua “passeggiata” su un cavo d’acciaio sospeso alla sommità delle torri gemelle del World Trade Center, da poco innalzate nello skyline metropolitano. A 480 metri d’altezza. Qui accanto una foto del “delitto artistico del secolo”, come fu definito sui giornali: un’immagine da brividi vista con gli occhi di oggi…

Attorno a questo episodio (autentico), lo scrittore Colum McCann intreccia un gomitolo di storie poetiche e convulse, spesso dall’equilibrio precario come l’attraversata del giovane acrobata. Alla fine, tra qualche filo spezzato e intrecci imprevedibili, la trama è quella di un mondo in cui forza e debolezza si scambiano continuamente le parti, e tutto si tiene grazie ai piccoli nodi stretti da atti di folle e pura umanità. Sotto i grattacieli, il dolore si spreca, ma chi sono davvero i vinti?

Avevo già accennato, qualche settimana fa, al romanzo “Questo bacio vada al mondo intero”, pubblicato nel 2009 e portato in Italia da Rizzoli. Ne parlo ancora perché solo ieri ho terminato la lettura, lasciandomi invadere dal crescente senso di una speranza quasi ineluttabile a giudicare dalla tenerezza che sopravanza lo squallore, nonostante tutto. Non è stato facile seguire le vicende raccontate “che si sfiorano e si scontrano come biglie”, a cui però mi sento ora quasi affezionato. Tanto da voler conservare alcune frasi che ho raccolto qua e là.

“Dolore è ciò che infliggi, non ciò che ricevi”.

“La particolarità dell’amore è che diventiamo vivi in corpi che non sono il nostro”.

“Era stanca di tutta quella gente che voleva andarsene in paradiso evitando però di morire… A volte in questa vita c’è più bellezza di quanta il mondo possa reggerne”.

Vermeer, Doisneau e la pace

In una bella infornata di arte e varia cultura, ho approfittato per visitare con calma la mostra “Vermeer. Il secolo d’oro dell’arte olandese”, allestita alle Scuderie del Quirinale fino al prossimo 20 gennaio. Le molte recensioni apparse concordano su un elemento: le 8 opere dell’artista fiammingo esposte a Roma (quasi un quarto delle 35 che ci sono rimaste della sua intera produzione) valgono da sole il biglietto di ingresso. Il confronto con gli altri quadri esposti, coevi e in qualche caso chiaramente influenzati dal maestro di Delft, è tutto a favore di quest’ultimo, pur non mancando altre opere degnissime. Vermeer – che tra l’altro era fra i pochi cattolici nell’Olanda calvinista del ‘600 – resta comunque un unicum, soprattutto per la sua capacità di convogliare la luce, di farla filtrare, di controllarne i toni, l’impeto e le sfumature. Che sia una scena semplicissima del suo paese, un interno quotidiano o una raffigurazione dal forte taglio simbolico, i suoi quadri sono al tempo stesso domande e rivelazioni. Sembrano appena usciti dal suo pennello. A me, l’ho riscontrato anche dal vivo, mettono una grande pace.

Se Vermeer dipinge con la luce, lo stesso fa Robert Doisneau con la sua macchina fotografica. Altra consigliatissima visita è quella al Palazzo delle Esposizioni, per la rassegna dei suoi scatti su Parigi. Duecento immagini, rigorosamente in bianco e nero, comprese in oltre cinquant’anni di vita, per una suggestiva passeggiata nel tempo e negli angoli della capitale francese che fa sorridere e sognare. Chi non l’ha fatto davanti al suo “Bacio dell’Hotel de Ville”? Dopo quasi due ore non ero ancora sazio di vedere con i suoi occhi, tanto che, scendendo in metropolitana sulla scala mobile, ho visto subito, appena sotto di me, a pochi gradini l’una dall’altra, due giovani coppie teneramente abbracciate. Avessi avuto la mia macchinetta, gli avrei fatto vedere io a Doisneau… 🙂

Tutte le pagine di Etty

Esce oggi presso l’editore Adelphi la versione integrale del Diario di Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel settembre 1943 e di cui, tra poco più di un anno, si celebrerà il centenario della nascita (gennaio 1914).

A chi passa di qui è difficile che sia sfuggito il fascino, la commozione, la gratitudine che provo verso questa grandissima figura di donna e di credente. Una persona unica, gigantesca, inesauribile, le cui Lettere (e il Diario, appunto) hanno contribuito a far conoscere e amare. (qui una bella sintesi della sua vicenda).

Dopo aver letto, riletto e consumato la traduzione italiana del Diario, non tarderò a fare altrettanto con l’edizione integrale: 800 pagine, più del doppio di quanto finora pubblicato. Intanto, mi gusto la presentazione che ne fa oggi su Avvenire Marina Corradi: Etty Hillesum, la Shoah e la Croce.

Argo

Per la serie “lunedì al cinema” (il terzo di fila!), ieri sera ho visto “Argo”. Diretto e interpretato da Ben Affleck, il film racconta l’avventurosa messa in salvo di alcuni addetti dell’ambasciata americana a Teheran, fortunosamente scampati al rapimento di 50 loro colleghi nell’autunno del 1979.

Incuriosito dalle recensioni positive, ho approfittato della serata libera e posso confermare il giudizio lusinghiero dei critici (“Affleck studia da Clint”) e il successo di botteghino: è un pellicola ben costruita, ottimamente recitata e ricca di tensione al punto giusto. Nessun effetto speciale ma tanti buoni motivi per vederla (a me piacciono i film ispirati a fatti realmente accaduti), compresa l’interpretazione secondaria ma impeccabile di un attore che considero straordinario, John Goodman.

Io sono tuo

Ho scoperto solo di recente, grazie a una bella lectio biblica in parrocchia, un testo straordinario di Benedetto XVI. Mi riferisco alla meditazione da lui tenuta il 6 ottobre di quattro anni fa, in apertura del Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio.

Parlando a braccio durante l’Ora Media, il papa si soffermò su alcuni versetti del salmo 118, appena recitato. Sono due i passaggi che ho sottolineato fin quasi a consumare il foglio.

Il primo si riferisce al rapporto tra la parola di Dio e la realtà: “Tutta la creazione è pensata per creare il luogo dell’incontro tra Dio e la sua creatura, un luogo in cui si sviluppi la storia dell’amore tra Dio e la sua creatura… La storia della salvezza non è un piccolo avvenimento, in un pianeta povero, nell’immensità dell’universo. Non è una cosa minima, che succede per caso in un pianeta sperduto. È il movente di tutto, il motivo della creazione. Tutto è creato perché ci sia questa storia, l’incontro tra Dio e la sua creatura. In questo senso, la storia della salvezza, l’alleanza, precede la creazione”.

Tutto da contemplare è poi il finale della meditazione. “Tuus sum ego”, dice il salmo. Io sono tuo. “Prima che noi possiamo dire ‘Io sono tuo’ – spiega il papa – Egli ci ha già detto ‘Io sono tuo’… Il Signore si è fatto preparare un corpo per venire. Con la sua incarnazione ha detto: io sono tuo. E nel Battesimo ha detto a me: io sono tuo. Nella sacra Eucaristia lo dice sempre di nuovo: io sono tuo, perché noi possiamo rispondere: Signore, io sono tuo”.

Qui il testo integrale della meditazione.