Nessuno è una “dolce metà”

La giornata trascorsa al “Festival francescano”, disseminato nelle piazze riminesi, è stata davvero ricca. Soprattutto ho goduto della “lezione” di fra Paolo Martinelli, acuto teologo e caro amico. Con quattro parole ha smontato il mito platonico delle due metà che tendono a riunirsi superando ogni differenza. Piace anche a me pensare che uomo e donna non sono realtà dimezzate, ma due modalità distinte di essere persone umane. Ciò non le rende affatto complete e autosufficienti. Anzi. Va accettato che la differenza non sia mai del tutto superabile. Tanto meno si scioglie in un tutto indistinto. Questa è la radice della vera reciprocità e dell’autentico rispetto.

Belle anche le parole di fra Paolo sul senso della verginità in rapporto al matrimonio. È come se il consacrato dicesse agli amanti: “Non sposatevi per cercare un compimento nella generazione, né per paura della morte. Sposatevi perché la morte è stata vinta”.

Nel pomeriggio, ho prolungato la sosta a Rimini per ascoltare Alessandro D’Avenia, “il prof della bellezza”. Anche lui ha messo in risalto il nostro (quasi spasmodico) desiderio di relazione. “Per essere noi stessi abbiamo bisogno dello sguardo di un altro”, ha affermato. Soprattutto, di uno sguardo che veda in noi il capolavoro che c’è.

Per credere serve una Madre

Ho già annotato, qualche giorno fa, quanto sia stimolante rileggersi oggi l’intervista che nel 1985 lo scrittore Vittorio Messori fece al cardinale Joseph Ratzinger, certo non immaginando che vent’anni dopo sarebbe diventato papa. Ora, prima di riporre il volume in libreria, raccolgo i segnalibri lasciati fra le pagine e mi annoto alcuni passaggi.

“Il cattolicesimo della mia Baviera – racconta – sapeva far posto a tutto ciò che è umano: alla preghiera ma anche alla festa, alla penitenza ma anche all’allegria. Un cristianesimo gioioso, colorato, umano. Può anche essere che ciò avvenga perché mi manca il senso del ‘purismo’ e perché fin dall’infanzia ho respirato il barocco”.

Il capitolo sull’ecumenismo, che il cardinale considera “parte integrante dello sviluppo della fede”, inizia con un’acuta messa in guardia: “Quando si è sulla via sbagliata, più si corre e più ci si allontana dal traguardo”. È convinto inoltre che “le definizioni chiare della propria fede servono a tutti, anche all’interlocutore”. E che “il dialogo può approfondire e purificare la fede cattolica, ma non può cambiarla nella sua vera essenza”.

Le pagine che forse più mi hanno scaldato l’animo sono quelle su Maria. “Guardando a lei, la Chiesa è messa al riparo da quel modello maschilista di cui parlavo che la vede come strumento di un programma d’azione socio-politico… Se in certe teologie ed ecclesiologie Maria non trova più posto, la ragione è semplice: hanno ridotto la fede a un’astrazione. E un’astrazione non ha bisogno di una Madre”.

Intervista su Dio

La giornata di oggi è cominciata proprio bene: con l’acquisto di tre romanzi per le prossime serate – che qui sono già autunnali… (prossimamente i particolari). Prima però mi aspetta l’impegnativa ma attesissima lettura di “Intervista su Dio”, il libro-dialogo del cardinale Camillo Ruini con Andrea Galli uscito qualche giorno fa presso Mondadori. Trecento pagine di teologia e filosofia, ma anche un racconto autobiografico e la lezione di un “giovane professore” di una volta. Già moltissime le recensioni e i commenti, in attesa della presentazione di domani pomeriggio e accanto alle trasmissioni che vedono su Tv2000 lo stesso cardinale confrontarsi a tutto campo. Giovedì sera, ad esempio, dialogheranno con lui sull’emittente del digitale terrestre (ore 21,20) una nutrita platea femminile: Marina Corradi, Monika Bulaj, Eugenia Roccella, Emma Fattorini, Rosy Bindi. Una serata da non perdere, prevedo. Tutto ruota attorno a un nodo centrale: “presentare le motivazioni razionali della fede in Dio”. Perché – scrive Ruini – dedicare la nostra intelligenza alla ricerca di Dio non è l’unico modo per trovarlo, e nemmeno il più importante. È però un aspetto da cui non si può prescindere”.

Per chi lavori?

Domani sarà il decimo anniversario della morte del cardinale F.X. Van Thuan, uno dei più grandi testimoni della fede del Novecento. Molti conoscono la sua parabola di vita dalle prigioni di Saigon al Pontificio Consiglio della giustizia e pace. In quei tredici anni terribili, riuscì a far filtrare clandestinamente alcuni pensieri, destinati ai suoi fedeli ma a cui moltissimi si sono alimentati e continuano a farlo. Avvicinandosi questa ricorrenza, lo voglio ricordare con due dei suoi luminosi frammenti.

“Se non sei una persona di preghiera, nessuno crederà che lavori solo per Dio”.

“Tu diventerai santo facendo il tuo dovere. Con esso aiuterai gli altri sulla via della santità. Del resto, compiere il dovere del momento presente non significa accettazione passiva, ma un incessante rinnovamento di se stessi nel credere all’infinito amore del Signore, nell’agire con tutto l’ardore del cuore, e nel riflettere questo amore mediante il tuo amore per gli altri in questo preciso momento”.

Le feste scippate

È in uscita per l’editore Ancora “Le feste scippate. Riscoprire il senso cristiano delle festività”, del giornalista e scrittore Mimmo Muolo. L’autore, un caro amico, me ne ha anticipato ieri una copia, di cui ho subito avviato la lettura. Lo stile avvincente tiene incollati e, non di meno, catturano l’attenzione le tematiche presentate nel volume.

Tra vivaci racconti, schede e pungenti osservazioni, l’intero anno liturgico è preso in rassegna per mostrare la trasformazione delle feste che una cultura penetrante ha avviato sotto i nostri occhi. La posta in gioco è molto alta, ma il grido d’allarme sotteso al volume – fin dalla presentazione di mons. Rino Fisichella – non è tanto l’urlo di chi si ritrova scippato, quanto il segnale di chi intravede l’impoverimento generale a cui ci stiamo consegnando.

Non abbiamo la verità, è lei che ci possiede

Non voglio certo fare un blog monografico, ma non riesco proprio a trattenermi dal condividere ancora un bellissimo brano di Benedetto XVI. Questa volta la citazione è tratta dall’omelia che il papa ha tenuto il 2 settembre scorso, durante la Messa conclusiva dell’annuale incontro con i suoi “ex alunni”, il famoso “Ratzinger Schülerkreis”. Il tema è quello, tanto discusso, della verità. Queste parole mi sono particolarmente piaciute perché mettono in risalto come il “non possedere” la verità non significhi affatto che non sappiamo dove incontrarla o, peggio, che sia tutto relativo o indifferente. Ecco la citazione (qui il testo completo dell’omelia, che contiene altri splendidi passaggi, ad esempio sulla riforma della Chiesa):

“Se leggiamo oggi, ad esempio, nella Lettera di Giacomo: «Siete generati per mezzo di una parola di verità», chi di noi oserebbe gioire della verità che ci è stata donata? Ci viene subito la domanda: ma come si può avere la verità? Questo è intolleranza! L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità. Sembra essere lontana, sembra qualcosa a cui è meglio non fare ricorso. Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. E’ la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi. Penso che dobbiamo imparare di nuovo questo «non-avere-la-verità». Come nessuno può dire: ho dei figli – non sono un nostro possesso, sono un dono, e come dono di Dio ci sono dati per un compito – così non possiamo dire: ho la verità, ma la verità è venuta verso di noi e ci spinge. Dobbiamo imparare a farci muovere da lei, a farci condurre da lei. E allora brillerà di nuovo: se essa stessa ci conduce e ci compenetra”.