Parole che sciolgono

La citazione di santa Teresa d’Avila saltata di bocca in bocca, a cui accennavo ieri, mi ha parecchio incuriosito, così ho fatto una piccola ricerca.

La frase della grande mistica è tratta dal capitolo XXV della sua autobiografia spirituale e non si riferisce in realtà alle parole in generale, ma alle parole che Dio rivolge a noi interiormente e che “non si odono con le orecchie del corpo, ma si sentono molto più chiaramente che non percependole con esse”. Sono queste, scrive Teresa, che producono effetto, che “preparano l’anima, la rendono pronta, la portano alla tenerezza, le danno luce e la rendono contenta e tranquilla”. E ancora, la conducono a “disfarsi nell’amore”.

Se le parole letterarie provocano lo stesso effetto – e può certo capitare – significa che catturano e rilanciano un riflesso ben superiore a loro stesse.

Estate on the road

Leggo in un articolo di Alessandro D’Avenia che Raymond Carver, uno dei più apprezzati scrittori americani, non credente, dedicò l’ultimo discorso pubblico, poche settimane prima della morte, a una frase di Santa Teresa d’Avila. Questa: “Le parole conducono ai fatti. Preparano l’anima, la rendono pronta e la commuovono fino alla tenerezza”.
Da qui lo scrittore prende le mosse per una riflessione sulle letture estive. Per le mie vacanze, io ho già scelto. Sarà un classico della beat generation ad accompagnarmi: “Sulla strada”, di Jack Kerouac. Può esserci una lettura più estiva?

Vinca il migliore

Alla vigilia dell’Olimpiade londinese, si moltiplicano sui media gli articoli dedicati agli aspetti meno noti della kermesse sportiva, a quelli di costume o di retroscena. Lasciando da parte il gossip e le dietrologie – come la lunghissima denuncia dei simboli massonici contenuti nel Villaggio olimpico e nella prossima cerimonia d’apertura – ci sono alcune notizie che meritano di essere conosciute e rilanciate.

Fra ciò che mi ha maggiormente interessato, segnalo:

. il desiderio del barone De Coubertin di celebrare a Roma le Olimpiadi del 1908: un desiderio favorevolmente accolto da papa Pio X ma non dal primo ministro italiano Giovanni Giolitti. Leggi qui.

. la coincidenza con l’annuale Giornata per la vita promossa dalla Chiesa inglese, i cui vescovi scrivono: “Riconosciamo i traguardi meravigliosi raggiunti dal corpo umano in eventi come le Olimpiadi e le Paralimpiadi». Aggiungendo poi che quello stesso corpo il rispetto e l’onore lo merita «dal momento del concepimento, quando il suo unico piano genetico è già presente, fino al momento della morte naturale, perché il mio corpo è parte del piano di Dio su di me». Continua qui.

. la bella testimonianza di fede della vogatrice britannica Debbie Flood. Qui in italiano.

. i “piccoli eroi” che lo scenario olimpico porta all’attenzione del mondo. Come questi.

Il mondo, la carne e le stelle

Un ritaglio di giornale del giugno scorso mi ricorda il venticinquesimo anniversario della morte dello scrittore scozzese Bruce Marshall, nato a Edimburgo nel 1899, convertito al cattolicesimo nel 1917 e scomparso settant’anni dopo, in Costa Azzurra, il 18 giugno 1987. Negli anni dell’Università di lui ho letto con grande gusto tre romanzi di successo: “Ad ogni uomo un soldo”, “Il mondo, la carne e padre Smith”, “Il miracolo di padre Malachia”, tutti ripubblicati di recente da Jaca Book.

Sono storie originali, assai gradevoli, “piene di comprensione per la fragilità umana e di gratitudine per la misericordia di Dio” (Lorenzo Fazzini). Al centro del racconto, spesso, è la figura di un prete: di quelli tutti d’un pezzo ma non fanatici, credenti a caro prezzo, rivolti all’eterno non meno che alle vicende umanissime con cui entrano in contatto. Intellettualmente acuti quanto semplici e candidi. Raccontati con ironia e tenerezza. Sì, perché il talento del romanziere scozzese sta proprio nel suo particolare modo di tratteggiare la terra e il cielo nella loro mescolanza, i bagliori della gloria impastati fra le nostre miserie. Non mancano i drammi, come dimostrano i frequenti riferimenti alle due guerre mondiali – alle quali l’autore partecipò direttamente, uscendone gravemente menomato – ma anche nel buio più fitto Marshall sa scorgere e far vedere la più tenue fiammella, che basta a ridisegnare la scena. Come in questo bel passaggio tratto da “Il mondo, la carne e padre Smith”:

«Quando tolse l’Ostia dal tabernacolo, cominciava a farsi buio; nella cappella, le sole luci erano le candele dell’altare, che splendevano come stelle. Nell’ombra sfumata e tenera, le suore, in ginocchio, cantavano parole bellissime, e perfino la grossa fetta di viso di mons. O’Duffy aveva un che di sacro, lì sospesa sopra la tastiera, come una luna rossa e cruda. Le suore cantarono “O Salutaris Hostia” e le litanie della Madonna: al padre Smith parve di non aver mai udito un suono più squisito delle sillabe “Speculum Justitiae” modulate chiare e dolci da quelle invisibili labbra francesi. Poi cantarono la “Salve Regina” e il “Tantum ergo”, e il vescovo, alzando l’ostensorio, tracciò il segno della Croce, lassù, sopra le suore inginocchiate, stendendo le braccia come a benedire anche tutti i peccatori che si trovavano nel mondo. Poi, mentre il padre Smith riponeva il Santissimo nel tabernacolo, le suore cantarono, come un piccolo galoppo pio, “Laudate Dominum”, e dopo ricantarono tutti insieme, in mezzo alle volute d’incenso, “Adoremus in aeternum”».

Qual è Matteo?

Mi è molto piaciuta l’interpretazione che Sara Magister ha dato, nel corso di una trasmissione di TV2000, della notissima opera di Caravaggio sulla vocazione di San Matteo. In particolare, merita risalto la sua identificazione del futuro apostolo non con il ricco barbuto al centro del tavolo, come sostiene l’esegesi tradizionale, ma col giovane all’estrema sinistra, avidamente concentrato sul mucchio delle monete.

È una lettura suggestiva e convincente, che la studiosa spiega così: “Molti storici dell’arte identificano Matteo con il personaggio barbuto che con la mano pare indicare se stesso, guardando Gesù. Ma recenti analisi del dipinto, più attente, si sono rese conto che costui è uno dei prestatori di denaro – con l’altra mano sta dando le monete a chi le raccoglie – e che il suo è un gesto scandalizzato riferito al giovane che gli sta accanto. Come se dicesse: ‘Proprio lui, Il peccatore, l’immondo?’. Ci dice il papa nella sua omelia: ‘I dodici apostoli non erano uomini perfetti. Gesù non li chiamò perché erano già santi, ma affinché lo diventassero, affinché fossero trasformati, per trasformare così anche la storia’. Ed è questo che il dipinto fa capire”. Verrebbe da aggiungere: come abbiamo fatto a non pensarci prima?

Il bisogno del Corpo

Fra un viaggio e l’altro, tra convegni e relazioni, ho dedicato i ritagli di tempo delle ultime settimane agli scritti di Jacques Le Goff su San Francesco d’Assisi. La “questione francescana” mi ha sempre attirato molto, dal punto di vista storico non meno che da quello spirituale. Prima di approfondire un po’ l’argomento, non avrei mai immaginato la complessità e il volume di ricerche, utili però per incontrare un Francesco ancora più vivo e affascinante. Così uomo del suo tempo da essere “un oggetto di storia totale, storicamente e umanamente esemplare per il passato e il presente”.

Probabilmente alcune conclusioni del noto storico francese sono oggi superate, e altre certamente discutibili, ma i saggi contenuti nella raccolta di Laterza sono serviti a disegnare un mondo tutto sommato non così lontano. Fra le tesi dell’autore, sottolineo con forza specialmente quella che riguarda il rapporto tra Francesco e la Chiesa:

“Ciò che soprattutto lo trattenne fu la determinazione fondamentale, ripetuta senza posa al di là di ogni pressione, di restare a qualunque prezzo (e sarà in effetti un caro prezzo), lui e i suoi frati, nella Chiesa. Perché? Indubbiamente perché non voleva spezzare quella unità, quella comunità cui tanto teneva. Ma soprattutto a causa del suo bisogno viscerale dei sacramenti… Francesco ha, nel suo intimo, bisogno dei sacramenti e fra gli altri del primo di essi, l’eucaristia”. Il corpo di Francesco aveva un bisogno viscerale del corpo di Cristo.