La Madonnina di don Ivan

Come tanti, anch’io ieri ho passato la giornata con un orecchio agli impegni di lavoro – nella fattispecie un incontro di studio sulla custodia del Creato – e l’altro alle notizie provenienti dall’Emilia. Ieri sera, poi, ho seguito i tg con grande commozione. Mi si sono attaccate dentro molte immagini, invocazioni, angosce. Soprattutto una storia: quella di don Ivan Martini, il parroco di Rovereto rimasto ucciso dal crollo di una trave, nella sua chiesa, mentre cercava di recuperare una statuetta della Madonna. Un prete di grande sensibilità, cappellano in ospedale e in carcere, da poco rientrato da un viaggio in Malawi a portare aiuti alla missione.

È stato un gesto imprudente e sconsiderato, il suo, ho subito pensato. Poi ho letto l’ultimo messaggio inviato, la sera prima, al settimanale diocesano di Carpi, “Notizie”. Dopo la scossa del 20 maggio aveva riorganizzato con grande energia e forza d’animo la vita della parrocchia, allestendo due tende in un campo per le Messe domenicali dove sia il 20 che il 27 maggio aveva celebrato due battesimi. Nell’inviare al giornale un’immagine della celebrazione, don Ivan scriveva: “Ecco le foto promesse. La Madonnina è la statua che io uso per la tradizionale Processione della Madonna del Voto, alla Domenica in Albis, che si svolge come ringraziamento per fine peste del 1500 e il quadro, commissionato dai roveretani di allora per l’occasione, verrà presto portato fuori dalla chiesa, come da telefonata ricevuta, con altre opere d’arte, dai vigili del fuoco. Come spiegherò alla gente vedo una certa analogia tra la motivazione della processione del Voto e quella che faremo a fine di questo maggio funestato dal terremoto che, in Rovereto, non ha fatto vittime. È una processione di ringraziamento e di invocazione ad essere forti nella fede nelle prove”.

Non ci sarà, don Ivan, a quella processione. Ma la “sua” Madonnina ci parlerà della sua fede e ci darà la sua forza.

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Se il seme gettato in terra…

Fin dai primi momenti in cui presi possesso del mio balcone romano, ho giocato al piccolo giardiniere, curando alcune pianticelle ricevute in eredità. Un anno fa, tentai di più, provando a gettare io stesso qualche seme in un vaso. Dodici mesi dopo, ecco sbocciare il risultato. Dopo tanta attesa e curiosità, c’è da essere contenti, no?

Il vento che non spegne ma accende

Se il vento è uno dei segni della Pentecoste, direi proprio che ci siamo… Qui vola via tutto! 🙂
Della meravigliosa festa che sta iniziando mi piace sottolineare soprattutto un significato: lo Spirito di Dio soffia fra gli uomini fin dal primo giorno. Viene per rimanere. Dio non ha bisogno di affacciarsi dall’alto e intervenire per rispondere alle nostre preghiere. Egli è sempre vivo e attivo fra di noi. Come dice bene San Luca, ubriachiamoci di Lui…

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La Messa non è finita

In questa settimana il lavoro mi lascia pochi spazi, tanto che il blog è un po’ spento e perfino il libro sul comodino rischia di accumulare polvere… Ieri sera sono riuscito a fuggire al cinema, restando però molto deluso da “To Rome with love” di Woody Allen. Magari nel week end infilo “Dark Shadows”: qualcuno l’ha visto?

A rendere poco esaltanti queste giornate ha contribuito anche l’email di alcuni cari amici che vivono nel bel mezzo dell’Emilia terremotata. Paura, disagi, incertezza: questo riservano ancora le notti della bassa padana

Mentre aumentano i biglietti di bus e metrò e il week end si annuncia ancora una volta piovoso, una bella notizia è l’uscita del libro di un amico giornalista. Gianni Di Santo, infatti, firma con don Domenico Amato “La Messa non è finita” (ed. Rizzoli), biografia di don Tonino Bello e del suo “vangelo scomodo” . Il vescovo di Molfetta, di cui è in corso la causa di beatificazione, è stato per molti un maestro di accoglienza e di spiritualità. Con la sua prosa seducente ancora oggi accarezza e striglia gli animi. Pensieri come i suoi di solito vengono archiviati alla voce “utopia”. Succede sempre quando c’è qualcuno che prende le cose sul serio e, dunque, ci fa paura.

Fede e sacrificio di un giovane di Azione Cattolica

Pietro Pironi, Pio Moretti e ora Rino Suzzi. Si allunga la lista dei giovani presidenti parrocchiali di Azione Cattolica che, nel corso della seconda guerra mondiale, sono andati incontro alla morte offrendo una testimonianza di fede e di spirito di giustizia. A farli conoscere è lo storico cesenate Claudio Riva, che in questi anni ha setacciato archivi parrocchiali e militari, intervistato testimoni diretti, scovato lettere e fotografie, e restituito così alla memoria collettiva tre straordinarie figure di eroi “normali”, giovani romagnoli come tanti, animati da grandi ideali, civili e religiosi.

Rino Suzzi, di cui Claudio ha appena dato alle stampe la storia, nasce a Calisese nel 1921. Primo di quattro fratelli, cresce in parrocchia, dove si impegna nell’Ac, anima la filodrammatica e conosce Pina, con cui si fidanza giovanissimo. A diciannove anni è arruolato nell’Aeronautica militare e a metà del 1942 è trasferito in Grecia, presso l’aeroporto di Rodi. Dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, i rapporti già tesi fra i soldati italiani e quelli tedeschi si inaspriscono ulteriormente. Quando, ad Atene, il 1 agosto, rifiuta di consegnare la baionetta a una pattuglia tedesca, è ferito a morte da una raffica a bruciapelo. Riesce solo a dire poche parole al cappellano militare e a dargli in suo ricordo la tessera dell’Azione Cattolica su cui era stato scritto: “Ti sia sprone a compiere meglio il tuo sacrificio”. La stessa di cui parlava in una lettera al parroco di Calisese pochi mesi prima: “l’ho ricevuta e l’ho gradita più di qualsiasi altra cosa, la terrò sempre con me e sempre e dovunque manterrò alti quei principi che voi mi avete insegnati e che tuttora sono impressi nel mio cuore”.

Conoscere la storia di Rino e della sua famiglia, leggerne le lettere, fermarmi sulle fotografie con lui, Pina, gli altri giovani della parrocchia, non mi ha solo dato il senso di un passato doloroso e memorabile, ma soprattutto il gusto di una vita e una fede semplice, fresca, energica. Grazie a chi ce la fa assaporare e a chi ci è maestro, anche settant’anni dopo.

Il corpo ci insegna il tempo e il rispetto

Fra pochi giorni si terrà a Milano l’incontro mondiale delle famiglie con Benedetto XVI. In vista di questo momento, che vuole essere anche un invito a riflettere, e considerando il vivo dibattito in corso sull’argomento, scelgo di fermarmi su questi stralci di un prezioso discorso del Papa, che risale giusto a un anno fa. Un testo che consiglio di leggere integralmente, anche per i bei riferimenti iniziali a Michelangelo.

“L’unione in una sola carne si fa allora unione di tutta la vita, finché uomo e donna diventano anche un solo spirito. Si apre così un cammino in cui il corpo ci insegna il valore del tempo, della lenta maturazione nell’amore. In questa luce, la virtù della castità riceve nuovo senso. Non è un “no” ai piaceri e alla gioia della vita, ma il grande “sí” all’amore come comunicazione profonda tra le persone, che richiede il tempo e il rispetto, come cammino insieme verso la pienezza e come amore che diventa capace di generare vita e di accogliere generosamente la vita nuova che nasce. (…)

La famiglia, ecco il luogo dove la teologia del corpo e la teologia dell’amore si intrecciano. Qui si impara la bontà del corpo, la sua testimonianza di un’origine buona, nell’esperienza di amore che riceviamo dai genitori. Qui si vive il dono di sé in una sola carne, nella carità coniugale che congiunge gli sposi. Qui si sperimenta la fecondità dell’amore, e la vita s’intreccia a quella di altre generazioni. E’ nella famiglia che l’uomo scopre la sua relazionalità, non come individuo autonomo che si autorealizza, ma come figlio, sposo, genitore, la cui identità si fonda nell’essere chiamato all’amore, a riceversi da altri e a donarsi ad altri”.

Ferito dall’amore

Domenica scorsa, a causa del maltempo scatenatosi sulla zona di Arezzo, Benedetto XVI non ha potuto raggiungere il Santuario della Verna e incontrare, come previsto, la comunità francescana. Il discorso preparato per l’occasione è stato però pubblicato e meno male perché è bellissimo. Una meditazione sull’amore che rapisce e ferisce, tocca i sensi e riapre la nostra storia con la sua “ardente e dolce forza”.

C’è un tale condensato di spiritualità francescana e di mens ratzingeriana che passare dalla lettura alla preghiera alle lacrime è questione di un attimo. Un esempio, fra i tanti, in cui c’è tutto Francesco e tutto (papa) Benedetto, certo diversi ma entrambi maestri di umiltà e abbandono:

“La Crocegloriosa di Cristo riassume le sofferenze del mondo, ma è soprattutto segno tangibile dell’amore, misura della bontà di Dio verso l’uomo. In questo luogo anche noi siamo chiamati a recuperare la dimensione soprannaturale della vita, a sollevare gli occhi da ciò che è contingente, per tornare ad affidarci completamente al Signore, con cuore libero e in perfetta letizia, contemplando il Crocifisso perché ci ferisca con il suo amore”.