Con intelligenza e fiducia

La giornata di ieri resterà a lungo nella mia memoria per i molti doni che la beatificazione di Giuseppe Toniolo ha condotto con sé. Parlo di persone riviste, seppur brevemente, dopo tanto tempo, di uno spirito di comunione e stupore che si rinnova ad ogni Eucaristia, di parole che hanno colpito la mente e il cuore.

Fra le testimonianze del pomeriggio, valeva davvero la pena ascoltare Paul Bhatti, fratello di Shahbaz Bhatti, il ministro pakistano per le minoranze religiose ucciso un anno fa da alcuni estremisti. Ricordate il suo “testamento”? Oggi, lui ha preso il posto del fratello e ne porta avanti la delicatissima opera di riconciliazione, a costo della vita. Apparentemente nulla accomuna il beato professore universitario vissuto fra Ottocento e Novecento e il giovane martire dei nostri giorni, in realtà ci insegnano una dedizione appassionata che stride con tanti (nostri) mediocri equilibrismi.

Fra gli appunti che vorrei conservare, metto anche le riflessioni del cardinale Bagnasco. Una soprattutto: Giuseppe Toniolo “cercò, con intelligenza e fiducia, di capire la volontà di Dio dall’osservatorio dei suoi ambienti di vita, attento alla famiglia e all’economia, alla politica e alla società, sempre alla ricerca delle forme più opportune ed efficaci per dialogare ed essere presente nella storia perché la fede cattolica potesse incidere nel tessuto umano e ispirare il nuovo assetto politico-istituzionale, e innanzitutto culturale, che si andava faticosamente delineando”.

Per conoscere Toniolo

Domenica prossima parteciperò anch’io, nella Basilica di San Paolo fuori le mura, alla beatificazione di Giuseppe Toniolo, grande testimone del vangelo nella sfera sociale ed economica. Per prepararmi un po’, non è però sui suoi testi etici o giuridici che mi soffermo, ma sugli scritti più personali e intimi. Come la lettera al parroco di Pieve di Soligo, a cui chiede di presentare la sua richiesta di fidanzamento alla giovane Maria. O quanto scrive alla stessa ragazza, “perché il nostro deve essere affetto e non sentimentalismo”. Toccanti, inoltre, le parole al figlio Antonio subito dopo la sua laurea in scienze naturali.

Certo, il linguaggio di fine Ottocento suona strano alle nostre orecchie, ma più che sorridere delle espressioni di allora, mi impressiona la franchezza e la profondità. Chi vuole saperne di più sul nuovo beato, troverà qui abbondante materiale.

Un giorno questo dolore ti sarà utile

È il titolo di un romanzo di Peter Cameron su cui di recente è stato realizzato un film, sotto la regia di Roberto Faenza. Non ho letto l’uno, né visto l’altro (ma forse dovrei, da quanto mi sembra di cogliere), il titolo però mi ha colpito. Rivela una grande verità sul dolore, o meglio sulla vita, a patto di schivare qualche scorciatoia retorica.

Non penso, infatti, che sia sempre così. Che cioè il soffrire ci renda automaticamente migliori o più preparati per la volta successiva. È una scuola, certo, ma come sui banchi non si impara semplicemente aprendo le orecchie, allo stesso modo credo che l’amarezza vada masticata insieme a grandi dosi di volontà. E l’educazione della volontà è la più trascurata oggi. Più ancora, forse, di quella sentimentale.

Un giorno questo dolore ci sarà utile. Magari dopo averci scavato l’animo senza risparmio. Ma difficilmente lo sarà senza il nostro impegno ad ascoltarlo senza diventarne dipendenti. E la benedizione di qualcuno che allunga la mano per tirarci fuori da noi stessi. Difficile rialzarsi senza un punto fermo esterno e vicino.

Nella storia portata al cinema, “Un giorno questo dolore ti sarà utile” è la dedica con cui la nonna Nanette accompagna l’ultimo regalo per il nipote James, in piena crisi adolescenziale e circondato da adulti tutt’altro che significativi. “Ho vissuto pienamente? Ho saputo amare? – continua l’anziana, unica vera guida del ragazzo – Se alla fine potrai rispondere sì, non avrai vissuto invano”. In caso contrario, non ce la caveremo dando la colpa ad altri, neppure all’ingiusto dolore.

Il segreto della conoscenza

Domani cade il 1625esimo anniversario della conversione di Agostino d’Ippona. Il 33enne professore, giunto quattro anni prima in Italia dall’Africa, riceveva infatti il battesimo a Milano dal vescovo Ambrogio il 24 aprile 387. Per sottolineare la memoria della bella ricorrenza, celebrata con molte iniziative a Pavia, presso la tomba del grandissimo Padre della Chiesa, lascio la parola direttamente a lui, là dove spiega qual è il segreto per conoscere Dio (e forse non solo lui):

“Dammi un cuore che ama, e capirà ciò che dico. Dammi un cuore anelante, un cuore affamato, che si senta pellegrino e assetato in questo deserto, un cuore che sospiri la fonte… e capirà ciò che io dico…”.

p.s. Lungi da me rubare il mestiere a Lucyette, ma sono capitato per caso qui e credo ci sia pane per i suoi denti…

Pantheon in miniatura

Un Pantheon in miniatura. Definizione azzeccatissima per la piccola chiesa cesenate di Santa Cristina, voluta agli inizi dell’Ottocento da papa Pio VII. Dopo anni di chiusura per restauri, ieri sono tornato un po’a godere di questo gioiello, incastonato in via Chiaramonti senza dare nell’occhio. L’opera del Valadier, rimessa a nuovo con maestria e competenza, comprende anche una cripta, finora chiusa al pubblico: un locale che ne accresce il fascino con un tocco di mistero.

Una rapida visita a San Zenone, al Suffragio e a Sant’Agostino ha completato il giro fra le piccole (e grandi) perle della storia sacra cesenate che non è facile trovare aperte ma che hanno ancora molto da dire alla nostra città.

Tre uomini in barca (per tacer del cane)

“Adoro il lavoro: mi affascina. Sono capace di starmene per ore e ore a guardarlo”. Avevo sentito spesso questo aforisma ma ignoravo chi fosse l’autore. Così, ieri sera, quando mi sono imbattuto nell’ironica dichiarazione, ho sorriso di gusto e ringraziato Jerome K. Jerome.

Da qualche giorno, infatti, sto leggendo il suo bestseller “Tre uomini in barca (per tacer del cane)”, romanzo nato quasi per caso nel 1889 dal progetto di una guida turistica e letteraria del Tamigi. La trama è la storia strampalata di un viaggio in barca di tre amici (l’autore, Harris e George) che decidono di intraprendere, insieme al fido cane Montmorency, una gita di quindici giorni lungo le rive del grande fiume. Dei quattro – fa notare l’autore – il cane è il più avveduto: infatti, quando viene messa ai voti la decisione di intraprendere l’escursione, è l’unico che vota contro… Sarà certo un caso, ma Jerome iniziò la stesura del libro al rientro dalla luna di miele, lungo lo stesso itinerario, con Georgina, nove giorni dopo il divorzio di lei dal primo marito.

Il racconto è molto piacevole, ricco di umorismo (tipicamente britannico) e di situazioni paradossali quanto divertenti. Col risultato, scrive un commentatore, di “mettere in luce il lato buffo di ogni vicenda umana anche apparentemente seria”. Un esempio? Il folgorante inizio, in cui l’autore, dopo la lettura di un testo di medicina, si convince di essere affetto da tutte le malattie possibili e immaginabili, tranne il “ginocchio della lavandaia”. O l’ironia sul gusto inglese per i cimiteri e l’attendibilità delle previsioni del tempo.

Ma per tornare dove eravamo partiti, così prosegue il celebre inno al lavoro: “Mi piace tenermelo vicino: l’idea di sbarazzarmene, quasi mi spezza il cuore. E non ne ho mai di troppo; accumulare il lavoro è diventato quasi una passione, in me: il mio studio è talmente pieno di lavoro, ormai, che difficilmente si potrebbe trovare lo spazio per mettercene ancora”.

Ci sono due finestre accese su Roma e sul mondo…

Ieri sera, sistemando le fotografie degli ultimi mesi, mi è capitata questa davanti agli occhi. Non la ricordavo, anche se risale a poco tempo fa. Una freddissima sera di gennaio, appena dopo le feste.

Non credendo alle coincidenze, lo considero un regalo giunto per essere condiviso proprio oggi. Da sette anni dietro a quelle finestre un “umile lavoratore”, come si definì subito, serve la Chiesa “con mite fermezza”. Il nostro debito verso di lui è impagabile.

Non so a voi, ma a me alzare gli occhi a quella luce discreta, quasi invisibile,  che taglia la notte di Roma, ispira grande serenità e dolcezza. Gli stessi sentimenti che, con molta commozione, provo nel rileggere la conclusione dell’omelia che Benedetto XVI ha pronunciato lunedì, nel giorno del suo compleanno.

“Mi trovo di fronte all’ultimo tratto del percorso della mia vita e non so cosa mi aspetta. So, però, che la luce di Dio c’è, che Egli è risorto, che la sua luce è più forte di ogni oscurità; che la bontà di Dio è più forte di ogni male di questo mondo. E questo mi aiuta a procedere con sicurezza. Questo aiuta noi ad andare avanti, e in questa ora ringrazio di cuore tutti coloro che continuamente mi fanno percepire il «sì» di Dio attraverso la loro fede”.

Pensando alle prossime feste…

Oggi mentre cercavo, un po’ sconsolato, notizie sugli scioperi nei trasporti previsti per i prossimi giorni, mi sono imbattuto per caso in un’offerta di Trenitalia, valida fino a fine luglio, che permette l’entrata a prezzo ridotto al Parco Villa Gregoriana di Tivoli a quanti vi giungono in treno.

Sono molto tentato dalla proposta, sia perché è l’unica delle Ville tiburtine che non ho mai visitato – e le altre due sono piene di bei ricordi, personali e professionali – sia perché si profilano all’orizzonte un paio di giornate di festa ancora tutte da riempire… E la macchina fotografica che mi fa l’occhiolino dalla mensola qui a fianco… 😉

Consigli o suggerimenti?

La paura di essere inutile

Consiglio la lettura di questa bella riflessione di don Fabio Bartoli sulla solitudine maschile, la cui figura esemplare è il Father Mc Kenzie cantato dai Beatles in “Eleonor Rigby”. L’ho trovata molto sapiente. Del testo, peraltro breve, anticipo solo poche parole, provocatorie forse ma anche capaci di sciogliere la sindrome da “progetto incompiuto” che a volte ci prende o in cui ci rinchiudiamo.

“Ma allora, se il terrore di un uomo è non servire a niente, la risposta sarà una sola: la vita è servire, servire, servire. Chi non ha mai servito nessuno è come se non avesse mai vissuto”.

Obbedienza e libertà. L’una e l’altra

È da poco in libreria “Obbedienza e libertà. Critica e rinnovamento della coscienza cristiana” di Vito Mancuso. Avendo ricavato una pessima impressione dalla recensione che ne ha fatto Ferdinando Camon su “Tuttolibri” di sabato scorso, ho atteso con curiosità di vedere come lo stesso autore ne avrebbe parlato nel corso della trasmissione “Che tempo che fa” di domenica sera.

Mi hanno colpito diversi aspetti. In positivo e in negativo. Il primo positivo è che, pur essendo la libertà il tema di discussione, Fazio e Mancuso sono immediatamente finiti a parlare della verità, che “fa respirare la vita”, anche se poi lo scrittore non ha trovato parole migliori per definirla se non come generica “forma della relazione” e “armonia”. L’ho trovato comunque molto indicativo. Ho poi apprezzato quando Mancuso ha ribattuto a una domanda del conduttore: “Non sono per una Chiesa senza dogmi; ritengo sia importante avere alcune regole, dogmi, punti fermi” che siano di orientamento per la coscienza.

Mi hanno meravigliato, questa volta però in senso negativo, due inspiegabili assenze nel dialogo. Nel discorso, infatti, non sono mai entrate né l’obbedienza – evidentemente vista solo come umiliazione della libertà – né la fede, atteggiamento tutt’altro che secondario e mortificante per la coscienza cristiana. A meno che Mancuso non si riferisse ad essa quando ha stigmatizzato il “non capisco ma mi adeguo” che tutto è tranne che la formula dell’esistenza credente. Da parte mia, considero entrambe parte integrante dell’esperienza dell’amore. E una forma di grande libertà quella di scegliere di appartenere, con tutto ciò che questo comporta.

Di tutto il resto, non è mancato niente: il riferimento a “una certa Chiesa del potere”, la confusione fra discernimento e adeguamento allo spirito dei tempi, l’identificazione tra eresia e “spirito inquieto dell’indagine”. E il cavallo di battaglia di Mancuso: la definizione di anima come “energia allo stato puro”. Io preferisco la parola “spirito”: è più biblica e più ricca. Il dualismo, non così di moda in realtà, non viene certo dal pensiero cristiano delle origini, dove “corpo” è usato addirittura per parlare della vita eterna.

Sugli stessi temi, per una coincidenza davvero fortunata, si è soffermato anche Benedetto XVI nelle due omelie del Giovedì santo. Due testi meravigliosi, che vale la pena leggere integralmente, qui e qui. In attesa di tornarci, mi limito a una frase che assumerei volentieri come regola di vita: “Per una nuova fecondità ci vogliono l’essere ricolmi della gioia della fede, la radicalità dell’obbedienza, la dinamica della speranza e la forza dell’amore”.

Auguri, Benedetto!

Ricorre oggi l’85esimo compleanno di Joseph Ratzinger, da sette anni guida della Chiesa universale. Mi piace “festeggiare” meditando su una frase contenuta nel suo libro-intervista “Luce del mondo”, pubblicato due anni fa. Mi sembra un potente e commovente concentrato di tutto il magistero di questo grandissimo Papa.

“Gesù è venuto perché possiamo conoscere la verità. Perché possiamo toccare Dio. Perché troviamo la vita, la vita vera. Abbiamo bisogno di Dio, di un Altro che ci aiuta a essere quello che noi non riusciamo a essere, e abbiamo bisogno di Cristo che ci raccoglie in una comunità, che chiamiamo Chiesa”.

Cappellano degli oceani

In questi giorni in cui siamo inondati di rievocazioni del naufragio del Titanic e si torna a parlare della Costa Concordia, consiglio a tutti di leggere la bella intervista a don Giacomo Martino, “sacerdote marinaio” da ventiquattro anni e a lungo responsabile dell’Apostolato del mare, attraverso la Fondazione Migrantes e i centri “Stella Maris”.

L’articolo è pubblicato sul numero di aprile del Messaggero di Sant’Antonio, il mensile dei francescani di Padova diffuso in tutto il mondo. Dalle parole di don Giacomo, che ho sempre trovato schivo come un buon marinaio e umile come un ottimo prete, si impara tanto su quella realtà “invisibile” che è il mondo dei marittimi, certo non esauribile nelle navi da crociera. E ci si rammenta che il primo ad aver fatto apostolato del mare fu un certo Gesù: “Erano o non erano dei marittimi i primi apostoli?”.

Ancora Gesù sul comodino

Un amico mi segnala, senza risparmio di aggettivi entusiasti, l’appena ripubblicata “Lettera dal deserto” (ed. Iperborea, 2012), romanzo del 1979 dello scrittore svedese Goeran Tunstroem. Nel libro, l’autore immagina i trent’anni nascosti dell’infanzia e giovinezza di Gesù. E soprattutto “la vibrazione che attraverso lo sguardo, la parola, le azioni di questo Gesù riattiva il mondo in un modo unico ed esemplare. Può essere scossa, può essere carezza, ma che si trasmette a tutto quanto abbraccia e fa delle cose una cosa nuova”. Un racconto di fantasia ma forse neppure troppo…

Ugualmente mi attira un altro romanzo su Gesù, in questo caso fresco di stampa, che vedo pubblicizzato da un po’. Mi riferisco a “Era Dio” dell’accademico francese Max Gallo, dove il ruolo di primo piano, oltre al Nazareno, tocca al centurione sotto la croce. Nel carnet letterario dell’autore, ex comunista e ministro di Mitterand, figurano le biografie di Garibaldi, Mussolini, Napoleone, il Re Sole. Ma solo in questo caso ha scritto: “Mi inchino”. È il suo libro numero 110 e, confessa, “avrei dovuto scriverlo in ginocchio”. Se qualcuno ha già avuto modo di leggerli…

Luce

Ieri sera, nell’omelia durante la Veglia Pasquale, Benedetto XVI ha esordito affermando che, con la risurrezione di Gesù, “si è aperta una nuova dimensione per l’uomo”. È un tema che gli è molto caro. “La creazione – ha proseguito – è diventata più grande e più vasta. La Pasqua è il giorno di una nuova creazione, ma proprio per questo la Chiesa comincia in tale giorno la liturgia con l’antica creazione, affinché impariamo a capire bene quella nuova. Perciò all’inizio della Liturgia della Parola nella Veglia pasquale c’è il racconto della creazione del mondo”.

Ho sempre trovato bellissimo iniziare la Notte più luminosa della storia con il ricordo di quella in cui la luce, per prima, uscì dalle mani di Dio. “Che cosa intende dire con ciò il racconto della creazione?”, si è poi chiesto il Papa. “La luce rende possibile la vita. Rende possibile l’incontro. Rende possibile la comunicazione. Rende possibile la conoscenza, l’accesso alla realtà, alla verità. E rendendo possibile la conoscenza, rende possibile la libertà e il progresso. Il male si nasconde. La luce pertanto è anche espressione del bene che è luminosità e crea luminosità. È giorno in cui possiamo operare. Il fatto che Dio abbia creato la luce significa che Dio ha creato il mondo come spazio di conoscenza e di verità, spazio di incontro e di libertà, spazio del bene e dell’amore. La materia prima del mondo è buona, l’essere stesso è buono. E il male non proviene dall’essere che è creato da Dio, ma esiste in virtù della negazione. È il ‘no’”.

Bellissime anche le riflessioni successive: sulle nostre città illuminate ma buie. Sulla candela, che illumina consumando se stessa. Sulle parole di Gesù trasmesse da Origene: “Chi è vicino a me è vicino al fuoco”.

Ma, per tornare al racconto della creazione, è come se la luce della Risurrezione ci invitasse a guardare tutto diversamente, fin dall’inizio. Hai visto cosa ho fatto per te? Hai visto dov’eri tu fin dall’origine del mondo? Hai visto i giri immensi che fa l’amore? Si allontana, sembra perdersi, in realtà si allarga, si purifica. Diventa libero. Hai visto dove conduce? Quanto contiene? Hai capito le leggi che tengono in piedi le stelle, le nuvole, i desideri? Capisci che sei da sempre e sarai per sempre?

Un lungo venerdì

6 aprile 1992, vent’anni fa. A Sarajevo 300mila persone stanno sfilando in una grande manifestazione per la pace. Sono lì per condannare le violenze delle bande paramilitari serbe esplose dopo il referendum del 1 marzo, che ha sancito l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Mentre il corteo percorre le vie della città, i cecchini di Radovan Karadzic cominciano a sparare sulla folla. È l’inizio della guerra. Terminerà quattro anni dopo, alla fine di febbraio del 1996, dopo 4 inverni e 1395 giorni di assedio, il più lungo della storia moderna.

In questo venerdì santo mi lascio invadere dal dolore e dalle domande sprigionate da questo Calvario del ventesimo secolo, che lancia la sua ombra ancora oggi, a vent’anni di distanza. “La guerra non è finita, è stata solo interrotta”, ho sentito dire ripetutamente nei miei viaggi laggiù. La prima volta, nel 1997, andammo proprio a celebrare la Risurrezione, nella chiesa ancora scoperchiata dei frati di Mostar. Oggi a Sarajevo c’è Michela, giovane reporter con gli occhi aperti. Con i suoi racconti spero possa vincere un po’ la coltre di dimenticanza con cui ci illudiamo di proteggerci dall’orrore. D’altra parte, in quegli anni, la politica internazionale diede una delle peggiori prove di sé. E nonostante le indimenticabili grida di Giovanni Paolo II.

I testimoni scrivono che la Bosnia “è ancora  profondamente trauma­tizzata. Ci sono migliaia di donne vittime di stupro, migliaia di vedove di Srebrenica, 50mila invalidi, migliaia di orfani. I giovani cre­sciuti dopo la guerra frequentano scuole divi­se, studiano storie differenti e distorte. Ovun­que vengono insegnati l’odio e l’intolleranza”. Vale la pena conoscere cosa è successo e cosa resta. Qui, ad esempio.

Ivo Andric diceva che Sarajevo è “una città che, allo stesso tempo, si trasforma, agonizza e rinasce”. Ma quanto dura il venerdì santo?

Tentazione

“Pregate per non entrare in tentazione”. Abbiamo già sentito una volta in questi giorni, e ritornerà ancora, l’invito di Gesù ai suoi discepoli nella notte della consegna. Mi piace, come esame di coscienza, meditare su questo commento, sbucato fuori quasi per caso fra i vecchi ritagli.

“Per tentazione non si intende, almeno immediatamente, la spinta a fare il male. È qualcosa di molto sottile, drammatico e pericoloso. È la tentazione di fuggire dalle proprie responsabilità, la paura di decidersi, la paura di guardare in faccia una realtà che esige una decisione personale.
È la paura di affrontare i problemi della vita, è la tentazione di chiudere gli occhi, di nascondersi, di far finta di non vedere per non finire coinvolti.
E allora l’esortazione a pregare per non entrare in tentazione significa pregate per non entrare in quell’atmosfera di compromesso, di comodità, di fuga e di disinteresse in cui non si sceglie, non si decide alcunché. Questa situazione è esemplificata dagli apostoli che dormono per la tristezza, per non vedere.
La preghiera non è rifugiarsi nel privato: è guardare in faccia la tentazione, la paura, la responsabilità. La preghiera è audacia che affronta la decisione importante”.

Anticipo di Pasqua…

Dice il vangelo di oggi, lunedì santo, che Gesù iniziò la “settimana santa” a casa di amici. La conclusione sarà certo diversa, ma l’inizio no: anch’io ho trascorso gli ultimi giorni in bella compagnia, godendomi l’amicizia di splendide persone e non meno affascinanti scenari naturali…