“Ho contratto la fede”

Fra poco, come tradizione per me da qualche anno, uscirò per una passeggiata in centro e la Messa di ringraziamento. Qualche telefonata di auguri e un bel film. Qui, intanto, chiudo l’anno con questa pagina di Graham Greene. Il suo romanzo ha scaldato gli ultimi giorni. Anch’esso, in fondo, parla di passaggi, di prima e dopo, di fine e di inizi…

“Non voglio vivere senza di te, e so che un giorno ti incontrerò sul Common, e allora non mi importerà un bel nulla di Henry, di Dio e di nient’altro. Ma a cosa serve, Maurice? Io credo che Dio esista; io credo in tutta la paniera dei trucchi, non c’è nulla in cui non creda; potrebbero suddividere la Trinità in dodici parti che io ci crederei. Potrebbero esumare documenti che provassero che Cristo è stato inventato da Pilato per ottenere una promozione, e io crederei lo stesso. Ho contratto la fede come si contrae una malattia. Sono caduta nella fede come sono caduta nell’amore. Non avevo mai amato prima come amo te, e non avevo mai creduto in nulla come credo ora. Sono sicura. Non son mai stata sicura di nulla prima… Ho combattuto la fede più a lungo che non abbia combattuto l’amore, ma ora non posso più combattere”.

La speranza è contenuta in una domanda

Mi piacciono i giorni fra Natale e Capodanno: qualche “compito a casa” ci scappa sempre, ma sono per lo più giorni di riposo, amicizia, e magari anche progetti. Diverso il clima che si diffonde appena varcata la soglia simbolica del cambio data, quando tutto inizia a scivolare affannosamente verso il ritorno ai consueti ritmi di lavoro, viaggi, scadenze…

Nella “agenda delle vacanze” ho ancora un film da vedere, un libro da finire, alcune cene qua e là, qualche spesa, uno o due abbonamenti, e il classico “buon proposito di riordinare la casa” che non manca mai. Intanto, però, ho il tempo di godermi una bella intervista allo scrittore israeliano Amos Oz (su “Avvenire” del 18 dicembre) in cui parla così del futuro.

“Penso che [il fondamentalismo] sia la più grande sfida che il XXI secolo è chiamato ad affrontare. Ma attenzione, sarebbe un errore ritenere che esista soltanto un fondamentalismo religioso. Se ci guardiamo attorno, ci rendiamo conto che sono in atto derive fondamentaliste in senso nazionalista e addirittura in senso ambientalista. L’importante è che ciascuno di noi impari a contrastare il fondamentalista che cova dentro di sé. In questo senso, la speranza si basa anzitutto sulla responsabilità individuale”. Come? “Rispondendo a una domanda molto semplice: io che cosa posso fare?”.

Fine di una storia

Ci sono libri che si fanno amare con una sola frase. “Fine di una storia”, il romanzo di Graham Greene che mi sono regalato per Natale, ne ha molte di belle, in realtà. Mi ha talmente catturato che ne parlo qui ancor prima di finirlo, cosa alquanto strana.

Fin da subito mi aveva attirato la copertina dell’edizione Oscar Mondadori, con la celebre immagine di St. Paul tra i fumi dei bombardamenti tedeschi. Una fotografia quanto mai azzeccata visto che è in quel teatro che si svolge la scena chiave.

Quattro i personaggi: una moglie, un marito, l’altro e l’Altro. Tutto ruota attorno all’amore, che “si estende continuamente, in modo tale che possiamo amare persino con le nostre insensibili unghie: amiamo perfino con i nostri vestiti, cosicché una manica può sentire una manica”. La frase che non riesco a togliermi dalla mente? “Era come se sapessi che l’unico modo di ferirla era quello di ferire me stesso”.

Una mamma, un papà, un bimbo

Di passaggio a Bologna per visitare un amico all’ospedale, non potevo resistere alla tentazione di attraversare il centro, e magari vedere qualche presepe. Come questo, tenerissimo, allestito nella Cattedrale di San Pietro. Si è parlato tanto qui, nei giorni scorsi, delle varie posizioni assunte da Maria e Giuseppe, mamma e papà, nelle diverse tradizioni presepistiche. Questa non l’avevo mai vista, ma mi è sembrata così umana, così amorevole, così famiglia…