Un’idea luminosa

Con un lieve ritardo, è comparsa questa mattina in cappella una splendida Corona d’Avvento. Un tronco robusto come supporto, edera e vasto fogliame tutt’attorno, e le quattro candele viola (una rosa, per la domenica “Gaudete”) a segnare il crescere della luce avvicinandosi “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9).

È una tradizione che amo molto, così come mi piace il gesto devozionale di lasciare un piccolo lume acceso (meglio se di cera…) dopo una visita in chiesa, a “proseguire” la mia preghiera. Sarò d’altri tempi, ma l’ho sempre fatto, soprattutto nei miei numerosi giri e viaggi. In chiese di tutte le fogge… In casa ho molti piccoli lumini, proverò a fare anch’io la mia personale Corona d’Avvento. Se ad altri, poi, piace l’idea…

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Quella bimba che non volevo…

Il Natale, comunque lo si guardi, è pur sempre la storia di una maternità. Una maternità ricca di grazia, ma non priva di insicurezze e pericoli. Una maternità a rischio tanto quanto la madre, alla quale – ma anche a suo Figlio – il carpentiere Giuseppe ha salvato la vita, rifiutando di esporla all’accusa di adulterio.

Un buon modo per proseguire nel cammino verso Betlemme mi è sembrato, dunque, la testimonianza di Isabella, 19 anni, di Perugia. Qui racconta la sua trepidazione e fatica, insieme però a una certezza: “Sono al nono mese, ho ancora molti dubbi, molte incertezze ma di una cosa sono certa: c’è sempre un’alternativa all’aborto.  E chi sostiene che lasciare il proprio figlio in adozione sia  un atto peggiore dell’abortire stesso, dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza. Perché è un atto d’amore, dolore e sacrificio. Potrai convivere con te stessa, sapendo che quel figlio vive perché tu hai scelto di non ucciderlo. Sapendo che una famiglia si prenderà cura di lui con amore, e anche lui avrà la sua possibilità su questa terra. Perché una possibilità di vivere tu l’hai avuta, ed è giusto che ce l’abbia anche lui. Perché una possibilità ce la meritiamo tutti”.

Per cominciare

Con un giorno di ritardo, inauguro oggi il mio “calendario d’Avvento”. Per non rubare troppo la scena a quest’altro, meravigliosamente dedicato al presepio, mi limito ad aprire con qualche foto scattata ieri a piazza Navona. Potranno sembrare poco consone al tempo liturgico appena cominciato, ma in quel tripudio di colori, forme, movimenti mi sono tuffato a occhi aperti, come un bimbo stregato dai riflessi di luce e dal solletico dei dettagli. Poca roba davanti al Natale di Gesù, ma se mi commuove un po’ di plastica danzante, figuratevi il Dio che si fa bambino.

Il cielo di Cecilia

Oggi desidero condividere il “mattutino” proposto dal cardinale Ravasi ieri, festa di Santa Cecilia. Dedicato a chi ne porta il nome…

Cecilia parlava spesso col cielo / e il cielo non le rispondeva, non poteva / e nel cielo Cecilia / continuò a rispecchiarsi / fino al giorno in cui la sua immagine / coincise con il celeste specchio.

Dolce e intenso è questo ritratto di una Cecilia che potrebbe trasfigurarsi anche nella santa che oggi la liturgia celebra. A disegnarlo è un poeta, Antonio Porta (1935-1989), un cantore fine dell’umanità semplice e quotidiana. I versi mi rimandano spontaneamente a una considerazione di una donna di straordinaria intelligenza e spiritualità, la scrittrice ebrea Simone Weil. Per quanto cerchiamo di saltare o di volare in alto — diceva — noi non riusciremo mai a raggiungere il cielo. Se, invece, ci mettiamo a contemplarlo e a fissarvi il nostro sguardo, il cielo scenderà, ci avvolgerà e ci abbraccerà. Perché, continuava, citando il grande tragico greco Eschilo, «il divino è senza sforzo»: l’incontro con Dio è, infatti, dono, è grazia. Purtroppo noi ci siamo curvati sulla terra, ci dedichiamo esclusivamente alle cose, non possiamo perdere tempo fermandoci — nel silenzio di una notte — a guardare quegli spazi infiniti che turbavano Pascal e Leopardi e che evocano il mistero di Dio e dell’uomo, come cantava il Salmista: «Quando il cielo contemplo e la luna e le stelle che accendi nell’alto, io mi chiedo davanti al creato: cos’è l’uomo perché lo ricordi?» (8, 4-5). Chini sulle realtà materiali, senza mai uno sprazzo di luce, di contemplazione, di infinito, diventiamo simili a oggetti, governati dalla sola legge di gravità che ci appiattisce alla terra. Eppure noi viventi siamo fatti della stessa materia delle stelle e alle stelle va implicitamente il nostro “desiderare” (de sideribus). Un altro poeta, l’inglese William Blake (1757-1827) ci invitava a «vedere il mondo in un granello di sabbia, / il firmamento in un fiore di campo, / l’infinito nel cavo della mano, / l’eternità in un’ora».

Due passi a Firenze

Ogni anno in questo periodo mi affaccio a un convegno organizzato dalla splendida Comunità di San Leolino. Al centro, una importante figura della cultura cattolica del Novecento. Naturalmente, il percorso (a piedi) dalla stazione di Santa Maria Novella al cenacolo di Santa Croce passa per il Duomo, piazza della Signoria, il Ponte vecchio… specie con una splendida giornata di sole come quella odierna!

Un potenziale illimitato di felicità

Da qualche settimana sto leggendo “Ogni cosa è illuminata”, romanzo di successo del giovane scrittore statunitense Jonathan Safran Foer. Protagonista della vicenda è uno studente ebreo americano alla ricerca, in Ucraina, della donna che (forse) ha salvato suo nonno dai nazisti.

La prosa è molto particolare, non mancando né venature umoristiche né affondi lancinanti. Mi hanno toccato, in proposito, due passaggi letti ieri sera. Il primo è un breve “dialogo” tra l’usuraio Yankel e la neonata che riceve in affidamento (“Quello che senti è il battito del mio cuore. È quello che mi tiene vivo”). Il secondo, una riflessione amara e struggente. Questa:

“A sera era appagato: solo, nella illimitatezza del suo dolore; solo nella sua colpa senza scopo; solo, perfino nella sua solitudine. Non sono triste, io, si ripeteva tante volte. Non sono triste, come se un giorno potesse riuscire a convincersi… peggio di essere triste è solo quando gli altri sanno che sei triste. Non sono triste. Non sono triste. Perché la sua vita serbava un potenziale illimitato di felicità, in quanto era una stanza bianca e vuota. Si addormentava con il cuore ai piedi del letto, come un animale domestico che non faceva parte di lui. E ogni mattina si svegliava con il cuore di nuovo nel forziere della sua gabbia toracica, divenuto un po’ più greve, un po’ più debole, ma ancora in grado di pompare sangue”.