giovanni paolo II“Alzatevi, andiamo”
   

Il rintocco lento e sonoro delle campane della basilica vaticana. Interminabile. Profondo. Avvolgente. Martellante. E’ tra i ricordi più vivi in me di quel sabato sera 2 aprile di sei anni fa, sul sagrato di San Pietro. Poco prima, appena terminato il rosario, era giunta la notizia, lapidaria, dalle labbra di monsignor Sandri: “Fratelli e sorelle, alle 21,37 il nostro amatissimo Santo Padre Giovanni Paolo II è tornato alla casa del Padre. Preghiamo per lui”. E subito erano riprese a scorrere le Ave Marie e le lacrime. Ciò che sembrava non dovesse mai avvenire era successo.
   
Già quella sera, come poi durante i funerali, tirava vento in piazza San Pietro. Un vento freddo, noncurante delle migliaia di giovani che, in maglietta, rosario e sacco a pelo, si preparavano all’ennesima notte sotto le finestre del palazzo apostolico. Dopo l’annuncio, il silenzio durò poco, subito interrotto dagli applausi sgorgati, liberatori, dai gruppi di ragazzi venuti a vegliare il Papa. Molti di loro si abbracciavano e s’inginocchiavano, formando piccoli cerchi di preghiera spontanea nelle più diverse lingue. E, dopo il vento, era il secondo richiamo alla Pentecoste.
   
Ce n’era anche un terzo: le innumerevoli fiammelle che illuminavano la notte, riflesse sui visi rigati dalle lacrime, sui colori dei bambini stretti in braccio ai genitori, sulle chitarre spuntate qua e là per accompagnare gli stessi canti delle giornate della gioventù volute da Giovanni Paolo II. L’atmosfera sembrava la stessa: non la pesante coltre di una morte, ma una nuova giornata di festa ancora con lui, il papa giovane. La sua presenza era palpabile, e non solo per le immagini che molti portavano con sé e appoggiavano per terra, circondandole di candele. Soprattutto la si poteva scorgere negli sguardi, lucidi di fede e di gratitudine. Non è un’invenzione giornalistica: la “generazione Wojtyla” esiste davvero.
   
Poche ore dopo, domenica mattina, siamo ancora lì. La piazza è invasa di nuovo per la Messa di suffragio celebrata dal cardinale Sodano. Si riempie anche via della Conciliazione. Non si svuoteranno più fino al venerdì successivo, al termine dei funerali. Le file interminabili di gente, pellegrinaggio imprevisto in tali dimensioni, restano fra i segni indelebili del pontificato. A veder scorrere questo popolo lungo le vie di Roma verso la basilica è la teologia stessa della Chiesa che si materializza: una famiglia di genti incamminate, da tutti gli angoli della terra, verso la pienezza della vita e della verità.
  
Karol è con loro. “Alzatevi, andiamo”, s’intitola il penultimo dei suoi libri. “Facendo eco alle parole del nostro Maestro e Signore”, scrive nella conclusione, “ripeto perciò anch'io a ciascuno di voi carissimi fratelli: Alzatevi, andiamo! Andiamo fidandoci di Cristo. Sarà Lui ad accompagnarci nel cammino, fino alla meta che solo Lui conosce”. Non è il Giovanni Paolo II politico, e nemmeno quello mediatico, che occorre soprattutto ricordare, ma l’uomo di Dio che ogni giorno della sua vita gli ha prestato il proprio corpo e il proprio cuore perché non mancasse il vangelo a questo mondo in subbuglio che, grazie a lui, ha vinto un po’ della sua paura.

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safe_image (Small)Solitudine e attesa
   

Fra le cose più belle lette nei giorni di Pasqua c’è sicuramente l’editoriale di Alessandro D’Avenia su Avvenire di sabato 23 aprile. Sarà perché sto leggendo il suo “Bianca come il latte”, sarà per la simpatia che non può mancare per un giovane prof appassionato del suo lavoro, fatto sta che mi ritrovo molto nella sua “definizione” di ciascuno di noi. “Ecco cosa siamo: un miscuglio di solitudine e attesa. Cerchiamo di lenire la solitudine con la compagnia degli uomini. Ma l’attesa?”. D’Avenia lo dice anche con le parole di Cesare Pavese: “Siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoti, un’attesa che ci fa trasalire la pelle nuda”. Straordinaria, poi, la conclusione del giovane scrittore: maestra dell’attesa è solo la donna.

cappella-sistina-giudizio-universale-dettaglio-cristo-giudiceL’ultima parola
  

“La fede nel ritorno di Cristo è il secondo pilastro della professione cristiana. Egli che si è fatto carne e ora rimane per sempre Uomo, che per sempre ha inaugurato in Dio la sfera dell’essere umano – chiama tutto il mondo ad entrare nelle braccia aperte di Dio, affinché alla fine Dio diventi tutto in tutti e il Figlio possa consegnare al Padre l’intero mondo raccolto in Lui. Questo implica la certezza nella speranza che Dio asciugherà ogni lacrima, non rimarrà niente che sia privo di senso, ogni ingiustizia sarà superata e stabilita la giustizia. La vittoria dell’amore sarà l’ultima parola della storia del mondo”.
  
Benedetto XVI

greco croce (Small)Il sangue di Gesù non chiede vendetta e punizione, ma è riconciliazione.
Non viene versato contro qualcuno, ma è sangue versato per molti, per tutti.
 
Benedetto XVI