“C’è di più!”

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Essere educatori significa avere una gioia nel cuore e comunicarla a tutti per rendere bella e buona la vita; significa offrire ragioni e traguardi per il cammino della vita, offrire la bellezza della persona di Gesù e far innamorare di Lui, del suo stile di vita, della sua libertà, del suo grande amore pieno di fiducia in Dio Padre.

Benedetto XVI, 30 ottobre 2010

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copertina OPsEducare a una vita buona
 
È stato diffuso oggi il testo del documento dei vescovi italiani che costituisce l’orientamento di fondo per i prossimi dieci anni: “Educare alla vita buona del Vangelo”. Fra le tante, ecco una frase che voglio ricordare:

“La relazione educativa esige pazienza, gradualità, reciprocità distesa nel tempo. Non è fatta di esperienze occasionali e di gratificazioni istantanee. Ha bisogno di stabilità, progettualità coraggiosa, impegno duraturo”.

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9788862401021 copiaNon muri, ma ponti

“Ponti e non muri” sono le parole che Giovanni Paolo II pronunciò nel corso dell’Angelus del 16 novembre 2003, quando, in occasione del ripetersi di attacchi terroristici in Medio Oriente e della costruzione di un muro tra il popolo israeliano e quello palestinese, tutt’ora ostacolo sulla strada di una pacifica convivenza, disse: “Non di muri ha bisogno la Terra Santa, ma di ponti! Senza riconciliazione degli animi, non ci può essere pace”.

Da queste espressioni di papa Wojtyla prende il titolo il nuovo libro di Giorgio Bernardelli: “Ponti non muri” (edizioni Terra Santa), presentato a Roma nei giorni scorsi fra gli eventi a margine del Sinodo dei Vescovi. Giorgio ha già pubblicato molto sulle esperienze, per lo più nascoste, di riconciliazione e di dolore nella terra di Gesù. Vale la pena seguirlo ancora nella scoperta di una realtà sofferta quanto affascinante e paradigmatica. Un punto di vista diverso: quello degli israeliani e dei palestinesi che dialogano, che collaborano, che perdonano. Come ha fatto Ismail al-Khatib, che dopo aver perso il figlio 12enne per mano di un soldato israeliano, ha deciso di donare gli organi per salvare la vita a tre ragazzi israeliani. O Robi Damelin, una madre che ha indirizzato una lettera di perdono al cecchino che ha ucciso suo figlio.

Qui un bel servizio sul volume, curato da altri cari amici: “La compagnia del libro”.

imm_hpTibhirine, patrimonio dell’umanità
Il film di ieri sera ha confermato i pronostici: molto bello e toccante! Come scrive Gabriele Pedrina in questa bella recensione, la pellicola tratta la drammatica vicenda “con la delicatezza di un sussurro”. A un certo punto, sembra essere la preghiera la vera protagonista del racconto. Non solo quella dei monaci. E, con essa, anche la terra fertile, la vita semplice, i rami degli alberi, a cui i sette martiri sono paragonati.
Alla fine, tra i molti sentimenti, mi è rimasta anche una domanda. Che fine ha fatto oggi il monastero di Tibhirine? La risposta viene direttamente da padre Jean-Marie Lassause, che da dieci anni ha riaperto i locali “perché questo monastero abbia sempre la porta aperta a tutti gli ospiti e per mantenere questo luogo di preghiera cristiana in mezzo ai fratelli musulmani”. Con lui lavorano i campi Youcef e Samir, i due operai che già aiutavano i trappisti uccisi nel 1996.
“La questione di oggi – prosegue il religioso – è quella di dare un futuro a questo monastero, segnato dalla memoria dei monaci che vi riposano e che hanno trasmesso al mondo lo spirito di Tibhirine. Questo Spirito non appartiene solo alla Chiesa, ma al mondo che riconosce questo valore immenso del vivere insieme in armonia tra credenti di diverse religioni e culture”.

uomini-di-dio1-336x480Uomini di Dio
Esce venerdì prossimo nelle sale italiane il film “Uomini di Dio”, basato sulla drammatica vicenda dei sette monaci trappisti rapiti e assassinati a Tibhirine, sulle montagne dell’Atlante algerino, nel marzo del 1996. Questa sera potrò assistere a un’anteprima della pellicola, che tanta emozione e consenso ha suscitato a Cannes, meritando il prestigioso Grand Prix da parte della giuria.

Sono molto ansioso di vederlo. Anche le recensioni che ho letto ne parlano in termini lusinghieri. “E’ un perfetto esempio di come si possa fare grande cinema affidandosi ai silenzi, agli sguardi, alla spiritualità e a temi che affrontano le grandi domande dell’uomo drammaticamente calato nell’arena della storia” scrive Alessandra De Luca. Il film non entra nei misteri ancora legati alla tragica fine dei religiosi, né cede agli aspetti più crudi del martirio. Punta invece a “offrire a un pubblico abituato a velocità ed effetti speciali, adrenalina e 3D un mondo fatto di lentezza, contemplazione e popolato di persone capaci di un amore e una compassione straordinari, pronti all’estremo sacrificio pur di dedicare la propria vita agli altri”. Da non perdere, dunque, anche e soprattutto per questo.