pietro

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2632Carmen!

Spettacolare. Emozionante. Avvincente. Non trovo parole migliori per definire la serata di ieri, immerso nella suggestiva cornice dell’Arena di Verona, con occhi e orecchi incollati sul palco per la rappresentazione della “Carmen” di Bizet. Quattro atti – e quattro ore – di ritmo, passione, gioco, dramma, sacrificio. Toccanti rovesciamenti. Mi basta chiudere gli occhi per tornare a vibrare con gli acuti della gitana più famosa dell’arte, la tenerezza del coro dei bambini, le nacchere del corpo di ballo. E poi i colori sgargianti dei costumi, la cura perfezionistica dei dettagli, l’esercito di comparse, con muli, carri e cavalli, i colpi di scena, l’atmosfera via via più struggente, la luna e le stelle… Il confine sempre più sottile fra amore e morte. Per me, una “prima” impossibile da dimenticare.

016rDio è così grande che ha posto anche per noi

Noi tutti oggi siamo ben consapevoli che col termine «cielo» non ci riferiamo ad un qualche luogo dell’universo, a una stella o a qualcosa di simile: no. Ci riferiamo a qualcosa di molto più grande e difficile da definire con i nostri limitati concetti umani. Con questo termine «cielo» vogliamo affermare che Dio, il Dio fattosi vicino a noi non ci abbandona neppure nella e oltre la morte, ma ha un posto per noi e ci dona l’eternità; vogliamo affermare che in Dio c’è un posto per noi.

Per comprendere un po’ di più questa realtà guardiamo alla nostra stessa vita: noi tutti sperimentiamo che una persona, quando è morta, continua a sussistere in qualche modo nella memoria e nel cuore di coloro che l’hanno conosciuta ed amata. Potremmo dire che in essi continua a vivere una parte di questa persona, ma è come un’«ombra» perché anche questa sopravvivenza nel cuore dei propri cari è destinata a finire. Dio invece non passa mai e noi tutti esistiamo in forza del Suo amore. Esistiamo perché egli ci ama, perché egli ci ha pensati e ci ha chiamati alla vita. Esistiamo nei pensieri e nell’amore di Dio. Esistiamo in tutta la nostra realtà, non solo nella nostra «ombra». La nostra serenità, la nostra speranza, la nostra pace si fondano proprio su questo: in Dio, nel Suo pensiero e nel Suo amore, non sopravvive soltanto un’«ombra» di noi stessi, ma in Lui, nel suo amore creatore, noi siamo custoditi e introdotti con tutta la nostra vita, con tutto il nostro essere nell’eternità.

È il suo Amore che vince la morte e ci dona l’eternità, ed è questo amore che chiamiamo «cielo»: Dio è così grande da avere posto anche per noi. (…) Niente di ciò che ci è prezioso e caro andrà in rovina, ma troverà pienezza in Dio. Noi siamo chiamati, proprio come cristiani, ad edificare questo mondo nuovo, a lavorare affinché diventi un giorno il «mondo di Dio», un mondo che sorpasserà tutto ciò che noi stessi potremmo costruire. In Maria Assunta in cielo, pienamente partecipe della Risurrezione del Figlio, noi contempliamo la realizzazione della creatura umana secondo il «mondo di Dio».

Benedetto XVI, 15 agosto 2010

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il-peso-della-farfalla-erri-de-lucaUn grazie al capomastro

Che meraviglia questo piccolo libro di Erri de Luca! Con il suo stile inconfondibile fatto di immagini, accostamenti, tocchi di pennello, sa disegnare storie che mirano sempre all’essenziale. Davvero riesce a mettere il tutto nel particolare, l’infinito nel dettaglio. Come questa pagina dedicata all’uomo senza nome coprotagonista del romanzo. Dopo la lunga chiacchierata di qualche giorno fa con G., proprio su queste parole, mi era rimasto un vivo appetito di leggere quelle prima e quelle dopo…

"La sua vita a spasso di stagioni era andata col mondo. Se l’era guadagnata molte volte, ma non era roba sua. Era da restituire, sgualcita dopo averla usata. Che creditore di manica larga era quello che gliela aveva prestata fresca e se la riprendeva usata, da buttare.

Gli serviva credere che c’era un capomastro e che il mondo era il suo manufatto? Non serviva per parlargli, per crederlo in ascolto, però era un pensiero che teneva compagnia. Un padrone di tutto se c’era, non avrebbe permesso il guasto della sua roba, non l’avrebbe lasciata alla malora in mano alla specie degli uomini. Un padrone se c’era, s’era ubriacato e aveva perso la via di casa. Meglio se non c’era. L’uomo prosperava in sua assenza. Aveva imparato il bene e il male servendosi da solo. Era impossibile un padrone di tutto, però quell’impossibile teneva compagnia. Gli piaceva dire di fronte al cielo che calava in terra per la sera, un grazie al capomastro".

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Non è mai la stessa, Assisi, città di incontri, di sole, di ricordi. Anche ieri mi si è rivelata così: uno scrigno sempre pieno e misterioso, da condividere e lasciar accadere. C’era una luce avvolgente, a tratti dura, sempre generosa e penetrante. Musicale come il suo figlio più celebre e seguito, la cui mitezza è forse la predica più inattuale. Ogni passaggio da qui è una semina, anche se deve sempre venire il freddo e la solitudine per veder crescere qualcosa.

 

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