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29 luglio 2010 058 (Large)La lacrima che non si vede

Nel corso della lunga discesa in Puglia (intendo il viaggio, perché a Monopoli sono rimasto meno di 18 ore, di cui 4 di sonno…) per il matrimonio di una cara amica e collega, compagnia migliore non potevo averla. Sono molti, infatti, i versi di Alda Merini sull’amore, “nudo e santo come la croce”. È il cuore dell’amante – scrive ancora – il luogo “dove si trova libertà e silenzio”.

In questa che è l’ultima sua raccolta, pubblicata pochi mesi prima della scomparsa, non poteva certo mancare un pensiero alla morte: “un impero di angeli che precipita sul cuore… E scoprirai quel giorno che Dio fa una cosa sola: disperde il nostro profumo nell’infinito per dare vita al Suo respiro”.

A proposito…

Angeli,

voi siete la lacrima che non si vede.

Voi siete quel gioco di sospiri

che l’uomo non dice,

un germe senza parole.

Entrate nelle nostre dimore

come carezze velate

e avete sempre alle spalle la tenebra.

Divini seduttori,

voi acquietate la fronte

e vi imprimete il sigillo della povertà.

Quanto è dolce l’anima

che si misura con il vostro perdono,

come diventa bambina la voce di chi soffre.

Come entrate nell’alveo dei sogni

e ne togliete il pargolo prediletto.

Quel divino fanciullo

che avete portato sulla terra

e messo nel cuore di ognuno di noi,

sicché noi ogni giorno godiamo

di questa natività.

Sicché noi tutti uomini

ogni giorno partoriamo un figlio.

Il nostro cuore è il suo nido prediletto,

e lui come una rondine nata ferita

si mette al fianco del nostro pensiero.

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maddalena piedi capelliAncora alcune perle rubate tra le righe di Alda Merini.
La sovrana della Sindone è la peccatrice, colei che raccoglie i resti di un’anima travagliata fino alla morte. È normale, per colei che ha toccato i piedi di Cristo e ha capito il suo lungo cammino, trovarsi la sua anima tra le mani… Eppure Dio è morto di sete, soprattutto di sete di verità, di sete d’amore.
La solitudine è un tremendo ibis che vive nel deserto della fede. Tu non sai come colei che ci molesta ogni giorno si accuccia ogni sera accanto alle nostre lenzuola.

In giro per Castelli (romani)

Grottaferrata, Rocca di Papa, il lago di Nemi, Tivoli. Un bel giretto, fra ieri e oggi… Con una cara “vecchia” compagnia e tanti splendidi ricordi! Compresa la prima volta che visitai Villa d’Este, quasi trent’anni fa… Anche allora feci delle foto: la gita a Roma nel 1981, dopo la cresima, fu il mio “battesimo” fotografico. Sotto quelle fontane, non c’è proprio da lamentarsi!

 

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foto_cieli_013Mi parlano spesso dell’amore.
E io, quando mi sento offrire
Con tanta leggerezza un problema così grave,
inorridisco.
L’amore è qualcosa
Che può capovolgere la storia,
può dannare un’anima
o farla salire in paradiso:
è questione di fortuna.
L’amore è una piramide alata
Con radici ben profonde nella terra.
Amore e morte sono la stessa cosa.
L’uomo innamorato non conosce il suo destino:
sa che è stato colpito a morte
da un evento storico,
sa che può morirne,
perché l’amore è un accadimento miracoloso.
Alda Merini

loiTremori
Mentre mi inoltro fra i versi struggenti e spogli di Alda Merini, trovo una bella intervista a Franco Loi, uno dei più apprezzati poeti italiani. Che dice: “Una persona che sta attenta alla vita ha tante occasioni di tremore… Quando questa vibrazione si prova in due, allora si ha il senso di aver toccato il mistero”. D’altra parte, per lui “compito della poesia è portare alla consapevolezza della propria essenza divina. Quando dico tremare intendo l’essere travolti da qualcosa che non sappiamo bene che cosa sia. Noi gli diamo dei nomi, come ai colori, ai fiori, alla dolcezza di una stella: gli diamo inesorabilmente una veste corporale, ma sentiamo anche di aver raggiunto le corde divine dentro di noi. Io ho provato, in poesia, l’importanza che ha questo ‘lasciarsi dire’ da ciò che si muove dentro”. Una battuta ce l’ha anche per la scuola: la ragione fondamentale per cui è nata non è imparare dai libri, ma “far crescere la consapevolezza profonda di sé, il ‘regno dei cieli’ in noi”.

cult_17114419_33090La Vita canta nel silenzio
Mi è molto piaciuto leggere nel libro di Benedetta Tobagi che “papà si soffermava spesso a riflettere sul senso complessivo, sia della professione che degli avvenimenti”. Non è scontato, né semplice. Viene più facile saltare da una cosa all’altra senza soste, lasciarsi portare dalla corrente dei giorni, del lavoro, dei doveri… Invece no. E il senso di questi “segnalibri” è proprio far sì che non mi scivoli tutto addosso o dalle mani. Saranno pochi e magari inaspettati, per nulla partoriti da lunghi ragionamenti, ma alcuni momenti di consapevolezza, nella nostra vita, ci sono. Amari o esaltanti, il loro frutto di solito è l’anticamera di qualche decisione. Un lampo che ci fa vedere le stesse cose in modo diverso. E magari ci spinge fuori dal rifugio che ci difende (e ci isola) dagli altri. Devo ringraziare Benedetta per avermi ricordato che per dare un senso alla propria vita occorre “aprirsi alle necessità della società presente, riscoprire la radicalità, nell’essere e nell’agire, che è qualcosa di totalmente diverso dall’estremismo o dal fanatismo”. Perchè “nella realtà il male, in tutte le sue forme, si mescola alla vita senza soluzione di continuità, e può essere contrastato solo dai gesti, dalle mentalità e dalle azioni di una miriade di singoli”.
Lo sa bene Roberto Saviano, autore di una bellissima recensione del libro su Tobagi. E Fulvia Miglietta, un tempo arruolata nelle file del terrore, di cui ho già raccontato (qui) il segno che mi ha lasciato.
Un’altra perla è in queste parole. Ci ho visto tante coppie, tanti sacrifici, tanta felicità. “Ti voglio bene, tanto bene e non riuscirei a fare nulla di quello che faccio, se non ti sapessi vicina a me in ogni momento”. Walter Tobagi le scrive alla moglie nel Natale del 1978. Una lettera che lei conserva “nella Bibbia consumata, gonfia di fogli, biglietti e fotografie, che mia madre legge ogni mattina da una vita”. Fra le stesse pagine c’è anche un segnalibro con una frase di una bellezza inaudita.
Più tenace della paura
Più profonda del tuo dolore
Nel silenzio dell’essere
La Vita canta.

benedetta-tobagi_h_al“Penso a te ogni giorno”
Due su quattro. Sono a metà del programmino di letture estive di cui parlavo qui qualche giorno fa. Riposto nello scaffale il documentatissimo libro di Agnoli, una sorta di manuale da spulciare all’occorrenza, mi sono tuffato nel viaggio di Benedetta Tobagi alla scoperta del padre e del complesso mondo – culturale, politico, giornalistico… – degli Anni Settanta, in cui è maturato il suo assassinio. È stata una lettura davvero preziosa. Spesso commovente, sempre istruttiva, talvolta inquietante, nel senso letterale del termine. Uno di quei libri che lasciano il segno.
Non ho mai avuto una particolare attrazione per gli anni di piombo. Forse perché ricordo bene – a otto anni si interiorizzano molte cose – il clima soffocante dei giorni del rapimento di Aldo Moro. L’interruzione delle lezioni scolastiche, i discorsi in casa, i silenzi durante il telegiornale e le parole del mio babbo, in particolare.
Dovrò tornarci sopra ma, a proposito di padri, mi ha scosso non poco la lettera a papà con cui Benedetta chiude il libro. “Penso a te ogni giorno. Ogni mattina, quando apro i quotidiani, ogni volta che mi entusiasmo per qualcosa, quando devo prendere una decisione importante… Voglio ringraziarti perché mi hai dato la vita, due volte. Quando mi hai generata, e quando mi hai dato la forza di scegliere di lottare per essere viva, invece di lasciarmi sopravvivere, senza essere”.