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gift-guideAmore è…

Fulvio Scaparro sul giornale di sabato: Ricordo la risposta di un bambino di cinque anni nel corso di un’indagine di qualche anno fa su cosa intendessero per “amore” i bambini: “Amore è quello che c’è nella stanza a Natale quando smetti di aprire i regali”.

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Lumini 3Una festa per adulti

Da questa sera inizia il periodo liturgico dell’Avvento, tempo di attesa e di speranza. Sul Corriere della Sera, aprono un inserto di consigli per gli acquisti natalizi due articoli molto diversi fra loro. Nel primo, il giornalista finisce per ammettere la sconfitta delle alternative laiche alle tradizioni religiose di questo periodo, e suggerisce di “ingoiare il rospo” e “accettare il pacchetto completo”. Compresa la Messa di mezzanotte, immagino. Tanto più che è gratis…

Subito sotto, monsignor Carlo Ghidelli ricorda che “il Natale è mistero e qui per mistero non si intende qualcosa che non si può capire, quanto piuttosto qualcosa che non si finisce mai di capire”. (Bella questa differenza). E invita a lascarselo spiegare dai bambini. Condivido. Ma guai se riducessimo il Natale a una festa per i più piccoli. In un certo senso, solo gli adulti possono vivere un Natale “completo”, fatto di consapevole apertura del cuore, pulizia degli occhi, eccesso di semplicità. Di ricordi e di ritorni. Di doni e perdoni.

Presepi fatti insieme, acquisti responsabili, telefonate, musiche, lettere e letture, piccole scelte dal grande significato… Se il Natale ci fa tornare bambini tanto meglio, ma se anche ci facesse diventare davvero adulti non sarebbe male…

carverDomanda e risposta

È una settimana intera che mi frulla in testa una poesia: l’ultima composta dal grande narratore americano Raymond Carver. Sta tutta in una domanda e una risposta.

And did you get what

you wanted from this life, even so?

I did.

And what did you want?

To call myself beloved, to feel myself

beloved on the earth.

 

E hai ottenuto quello che

volevi da questa vita, nonostante tutto?

Sì .

E cos’è che volevi?

Potermi dire amato, sentirmi

amato sulla terra.

questionedio_bannerpiccoloGuardare al cielo per vedere la terra

Non sarà un paludato convegno di studi e neppure uno dei tanti festival, vera o presunta rivoluzione culturale del momento, che spesso e volentieri già sporgono sul sacro. Non un simposio di intellettuali, né gli stati generali della cultura cattolica. L’evento internazionale sulla questione di Dio, ideato dal Comitato per il progetto culturale della Cei, e in calendario per il 10-12 dicembre a Roma, si propone con piglio vivace e una certa dose di novità, nonostante il tema sia vecchio quanto il mondo. Si offre come un segno, più che lanciarsi come una sfida.

L’obiettivo somiglia molto a quello che ha condotto, nello scorso settembre, alla pubblicazione del “rapporto-proposta” sull’educazione (La sfida educativa, ed. Laterza): quello cioè di immettere, nel dibattito pubblico, temi e punti di vista che aiutino ad allargare lo sguardo e gli “orizzonti della razionalità”, per usare le parole cui ci ha abituato Benedetto XVI. D’altronde, l’insegnamento di papa Ratzinger è la principale fonte ispiratrice e il motore dell’iniziativa. Nel nostro tempo – scriveva nel marzo 2009 – “la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio”. Un accesso che, per i responsabili del progetto culturale, può avvalersi di numerosi varchi, a giudicare dai contenuti dell’evento in programma: non solo la fede, ma anche la filosofia, il cinema, la letteratura, la poesia. E poi la cultura, la bellezza, la musica. Perfino l’arte della politica e le conquiste delle scienze.

“Dio oggi” è il titolo lapidario – e paradossale – che abbraccia i tre giorni di incontri. Ciò che, per definizione, sfugge alla prigionia del tempo, è incatenato a un piccolo spicchio dell’incessante divenire. Il nostro. Un accostamento possibile solo a chi veda l’Eterno agire nella storia e quest’ultima non prescindere da lui. La “questione di Dio” di cui si parlerà all’Auditorium della Conciliazione, infatti, è tutt’altro che un generico e indefinito riferimento all’assoluto. È il “Dio dal volto umano” quello di cui si tratterà nelle diverse sessioni: il “Deus caritas est” su cui si sono costruiti due millenni di vita e di pensiero. E se nel suo nome si confrontano oggi studiosi di varia provenienza e ispirazione, non è per scandagliarne le pretese o vivisezionare le gesta dei suoi discepoli, ma per affermare la credibilità e la piena cittadinanza alla fede in lui. E magari riconoscere che “sbagliarsi su Dio è un dramma, è la cosa peggiore che possa capitarci, perché poi ci sbagliamo sul mondo, sulla storia, sull’uomo, su noi stessi. Sbagliamo la vita” (David M. Turoldo).

Guardare al cielo aiuta a vedere meglio anche la terra, tanto che “con Lui o senza di Lui cambia tutto”, insinua il sottotitolo dell’evento, di chiaro sapore pascaliano. Non è un cambio di rotta per chi, come il cardinale Ruini, ha da tempo portato a considerare i risvolti di quella nuova questione antropologica scoppiata in seguito agli sviluppi delle tecnoscienze, alla ridefinizione dei valori di riferimento e alle conseguenti scelte pubbliche. Per questo, fa notare acutamente il cardinale presentando l’appuntamento, “il progetto culturale della Cei, che ha come suo scopo fondamentale incarnare la fede cristiana nella cultura del nostro tempo, va a toccare, con questa iniziativa, il suo nucleo più essenziale e determinante”. Lo stesso a cui ogni uomo è irrimediabilmente aggrovigliato.

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800px-Santa_croce,_albero_della_vitaScatti e letture

Nella breve sosta fiorentina di oggi pomeriggio, una scena mi è rimasta vivamente impressa. Quella di alcuni turisti che, in una sala del museo di Santa Croce, ricchissima di opere straordinarie, hanno mostrato ben più attenzione per il monitor touch-screen con la guida al percorso espositivo, che per i capolavori che avevano ad altezza di occhio. Crocifisso di Cimabue compreso. Mah…

Splendido, pochi minuti dopo, il convegno sulla figura dello scrittore Mario Pomilio, di cui ricorre quest’anno il ventesimo della morte. Non poteva lasciarmi indifferente il modo in cui, in apertura, p. Antonio Spadaro ha legato fra loro le mie passioni più accese.

“La nostra vita è un cumulo di fotografie”, ha detto. “Ogni giornata è un continuo scattare delle fotografie con i nostri occhi. La lettura è il laboratorio in cui è possibile sviluppare le immagini della vita. La lettura non è evasione, ma visione della vita”.

prima1La prima linea

Uscirà domani, in 150 sale, il film di Renato De Maria sui terroristi di “Prima linea”, organizzazione meno nota ma non meno feroce delle Brigate rosse. E infatti, al centro del racconto, quasi punto di svolta, sta l’omicidio del magistrato milanese Emilio Alessandrini, figura limpidissima, barbaramente freddato da Sergio Segio e Marco Donat Cattin il 29 gennaio 1979. Senza dubbio, il filmato d’archivio in cui si vede la bara del magistrato attraversare una piazza Duomo gremita, alla presenza del presidente Pertini, è la punta più elevata del film.

Avevo letto qualcosa delle polemiche che hanno preceduto l’uscita della pellicola e, dopo averla vista, restano in me molte perplessità. Non si può dire che “La prima linea” giustifichi la lotta armata, ma è vero – come qualcuno ha scritto – che i terroristi di cui racconta, a partire da Segio impersonato da Scamarcio, appaiano quasi come eroi sconfitti. Circondati anche da un alone romantico e da film western. Vedi le scene in cui camminano lenti, con le pistole in mano, in mezzo al fumo, dopo aver ucciso o portato a termine un’evasione. È apprezzabile la domanda posta quasi a suggello del film: “E’ giusto rinunciare alla propria umanità?”. Ma i 96 minuti di immagini non restituiscono, se non superficialmente, il quadro drammatico degli anni di piombo. Fare i conti col passato e diffonderne la conoscenza fra i giovani è certo necessario, ma può essere una fiction di “belli e dannati” a coniugare memoria, coscienza e giustizia?

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farfalle_di_paroleParole

Pochissime vere parole si scambiano ogni giorno, davvero poche. Forse ci si innamora soltanto per cominciare a parlare davvero. Forse si apre un libro soltanto per cominciare davvero a comprendere.

C. Bobin