Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”;
mso-ansi-language:#0400;
mso-fareast-language:#0400;
mso-bidi-language:#0400;}

I colori della notte

DSCF9119 (Medium) (2)DSCF9141 (Medium) (2)DSCF9137 (Medium) (2)DSCF9162 (Medium) (2)DSCF9163 (Medium) (2)

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

st1:*{behavior:url(#ieooui) }

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”;
mso-ansi-language:#0400;
mso-fareast-language:#0400;
mso-bidi-language:#0400;}

The Big Ship



Domani è la festa di Pietro, e della sua Grande Barca. Prendo a prestito dal piccolo Zaccheo musica e citazione, entrambe molto suggestive. Grazie!

«Nel Cinquecento la Chiesa ha visto il trionfo del paganesimo rinascimentale, il dilagare della corruzione, giunta con Alessandro VI fino al soglio pontificio, un’incredibile ignoranza del clero, l’abbandono delle sedi vescovili, le pratiche simoniache, la scissione della cristianità occidentale a causa delle riforme luterana e calvinista, il sacco di Roma, la minaccia dell’invasione turca. Sembrava che sotto tanti colpi la Chiesa dovesse crollare, tanto più che Carlo V, il difensore ufficiale del cattolicesimo, si alleava con i principi protestanti, i quali si impadronivano della maggior parte delle regioni settentrionali dell’Europa, e Francesco I, re di Francia, si alleava con Solimano, il nemico della cristianità.

Eppure, forse in nessun secolo della sua storia come nel Cinquecento la Chiesa diede segni più forti di vitalità. È straordinario il numero dei santi canonizzati vissuti nel Cinquecento. Eccone alcuni: Girolamo Emiliani, Antonio Maria Zaccaria, Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Gaetano da Thiene, Giuseppe Calasanzio, Filippo Neri, Francesco Saverio, Pietro Canisio, Francesco Borgia, Giovanni di Dio, Francesco Caracciolo, Giovanni Leonardi, Andrea Avellino, Pietro di Alcantara, Tommaso da Villanova, Tommaso Moro, Giovanni Fisher, Pio V, Stanislao Kostka, Luigi Gonzaga, Pasquale Baylon, Camillo de Lellis, Lorenzo da Brindisi, Turibio di Mongrovejo, Giovanni della Croce, Francesco Solano, Roberto Bellarmino, Angela Merici, Teresa di Gesù, Maria Maddalena de’ Pazzi, ecc. È un elenco impressionante, anche se incompleto: si tratta, nella maggior parte dei casi, di giganti della santità cristiana, della carità, della mistica e dell’apostolato cattolico.

Non è tutto. Nel Cinquecento fu celebrato il Concilio di Trento il quale, da una parte, mise in chiaro la dottrina cattolica e, dall’altro, pose le basi per la riforma della vita cristiana; furono fondati molti ordini religiosi (teatini, scolopi, barnabiti, cappuccini, gesuiti, fatebenefratelli, camilliani, carmelitani scalzi, ecc.), che costituirono una delle forze ecclesiali più vive e attive; vennero aperte al Vangelo l’Asia, l’Africa e l’America Latina; fu definitivamente respinta la minaccia turca con la vittoria di Lepanto; si riuscì a fermare la diffusione del protestantesimo nel sud dell’Europa e a riconquistare in parte il terreno perduto con la riforma luterana.

Lo storico che si pone di fronte a questi fatti non può non essere sorpreso dalla capacità della Chiesa di riprendersi da pesanti sconfitte e di rinnovarsi continuamente; ma la sua sorpresa crescerà, se rifletterà che non soltanto essa è stata ed è combattuta da forze esterne ad essa assai superiori, ma è debole interiormente. Certo, se la Chiesa fosse stata e fosse forte e vigorosa e potesse quindi combattere con i suoi avversari ad armi pari, la sua sopravvivenza potrebbe spiegarsi; ma sfortunatamente la Chiesa è debole e divisa; ci sono in essa mediocrità, debolezze, peccati; c’è spesso mancanza di intelligenza dei problemi, di strategie adeguate, di iniziativa e di coraggio.

In realtà, i colpi più duri si sono abbattuti sulla Chiesa non dal di fuori, ma dall’interno, per opera dei suoi stessi figli: per causa loro essa ha versato le lacrime più amare e ha corso i più gravi pericoli per la stessa esistenza. La storia è piena di debolezze e di tradimenti perpetrati dai suoi figli ai suoi danni. Eppure, sottoposta ad attacchi combinati esterni ed interni, la Chiesa non è finita, ma ogni volta si è ripresa vigorosamente, mentre i suoi avversari, tanto più forti di essa, sono scomparsi».

Da un editoriale de “La Civiltà Cattolica”, n. 3562, 21 novembre 1998

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

st1:*{behavior:url(#ieooui) }

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”;
mso-ansi-language:#0400;
mso-fareast-language:#0400;
mso-bidi-language:#0400;}

educazioneIl coraggio di essere padri

Nel corso dell’ultima assemblea generale, i vescovi hanno scelto di dedicare all’educazione gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio. Dagli anni Settanta al primo scorcio del duemila, di volta in volta la Chiesa italiana ha caratterizzato il suo cammino disegnandolo attorno ai “fondamentali” della vita cristiana: l’evangelizzazione, la comunione, la testimonianza della carità, il parlare a un mondo che cambia. In questa serie, l’educazione ci sta benissimo. La funzione della Chiesa, amava dire Giovanni XXIII, è quella “di generare figli, di educarli e reggerli”. Chi annuncia il vangelo ne tradirebbe il messaggio se non assumesse anche la responsabilità di accompagnare la persona che cresce, di affiancarla nel difficile ma straordinario percorso di scoperta di sé, della vita, della verità, dell’amore.

Al di là delle semplificazioni mediatiche o delle distorsioni ideologiche, tra l’altro, è questa l’esperienza di Chiesa più diffusa fra la gente, il suo volto più frequente. Una comunità che si prende cura di ciascuno, con passione e gratuità, e in cui tutti – dai preti alle suore, dai catechisti alle famiglie, dagli animatori dell’oratorio agli allenatori nel campetto parrocchiale – “hanno tempo per me”. È questo patrimonio di maternità e di sapienza di vita che le comunità cristiane non vogliono disperdere. Perché oggi, lo dicono tutti ormai, educare è diventato più difficile. E dagli alla televisione o ai videogames. Ma una babysitter digitale non è più forte di una speranza affidabile, di un progetto di vita buona, di una compagnia autorevole che ti ama. Al massimo può fatalmente colmarne il vuoto.

Investire sull’educazione è una scelta coraggiosa e in controtendenza, in una società che ha fretta e non vuole legami. Invocare il diritto a una libertà assoluta lascia il tempo che trova: non si può essere genitori di se stessi, né appellarsi a un’impossibile neutralità etica. Si può rinunciare ad insegnare, ma non smettere di imparare.

A giorni sarà diffusa la terza enciclica di Benedetto XVI, “Caritas in veritate”. Carità nella verità. Il magistero sociale è una delle forme più alte dell’attività educativa della Chiesa, e l’economia una delle attività che oggi più necessitano di un ripasso della grammatica umana elementare. Da qualche giorno, inoltre, siamo entrati nell’Anno sacerdotale. Non è una coincidenza fortuita, né solo una cosa da preti. Tanto meno una chiamata alle armi per far fronte al calo delle vocazioni. Rientra invece nello stesso bisogno che ha l’uomo di oggi di riscoprirsi figlio e di avere il coraggio di esser padre.

giovanni“Giovanni è il suo nome”

Seppure a distanza da casa, non mi faccio sfuggire l’occasione di festeggiare un po’ San Giovanni Battista, patrono di Cesena. Anche senza fischietto e lavanda, la fiera e i baracconi, consegnati ai bei ricordi fanciulleschi, il fascino rimane. Lo sprigiona ad esempio questa piccola immagine del santo, “ritrovata” di recente nella sacrestia del Duomo. Giovanni Battista è l’emblema dell’umiltà: tutto dedicato a indicare un altro, che deve crescere, mentre “io devo diminuire”. Eppure il ritornello del salmo di oggi invita a sentimenti di apparente autocompiacimento. “Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda”. Non è forse vero? Altro che superbia: ringraziare così è un atto di piccolezza e di responsabilità. Due cose che, paradossalmente, vanno insieme.

galileogalilei"Io Galileo, figlio di Vincenzo Galileo di Fiorenza…”

Il 22 giugno di 376 anni fa, entro le mura del convento romano di Santa Maria sopra Minerva, Galileo Galilei pronunciava la famosa abiura circa l’ “eretica dottrina” copernicana. In questo anno, in cui si ricordano le sue prime osservazioni al cannocchiale, non è male sfatare qualche luogo comune, e magari colmare qualche lacuna. Come fa Vittorio Messori, nel brano riportato qui sotto.

Stando a un’inchiesta dei Consiglio d’Europa tra gli studenti di scienze in tutti i Paesi della Comunità, quasi il 30 per cento è convinto che Galileo Galilei sia stato arso vivo dalla Chiesa sul rogo. La quasi totalità (il 97 per cento) è comunque convinta che sia stato sottoposto a tortura.
Coloro – non molti, in verità – che sono in grado di dire qualcosa di più sullo scienziato pisano, ricordano, come frase "sicuramente storica", un suo "Eppur si muove!", fieramente lanciato in faccia, dopo la lettura della sentenza, agli inquisitori convinti di fermare il moto della Terra con gli anatemi teologici. Quegli studenti sarebbero sorpresi se qualcuno dicesse loro che siamo, qui, nella fortunata situazione di poter datare esattamente almeno quest’ultimo falso: la "frase storica" fu inventata a Londra, nel 1757, da quel brillante quanto spesso inattendibile giornalista che fu Giuseppe Baretti.

Il 22 giugno del 1633, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva tenuto dai domenicani, udita la sentenza, il Galileo "vero" (non quello del mito) sembra mormorasse un ringraziamento per i dieci cardinali – tre dei quali avevano votato perché fosse prosciolto – per la mitezza della pena. Anche perché era consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il tribunale, cercando per di più di prendere in giro quei giudici – tra i quali c’erano uomini di scienza non inferiore alla sua – assicurando che, nel libro contestatogli (e che era uscito con una approvazione ecclesiastica estorta con ambigui sotterfugi), aveva in realtà sostenuto il contrario di quanto si poteva credere. Di più: nei quattro giorni di discussione, ad appoggio della sua certezza che la Terra girasse attorno al Sole aveva portato un solo argomento. Ed era sbagliato. Sosteneva, infatti, che le maree erano dovute allo "scuotimento" delle acque provocato dal moto terrestre. Tesi risibile, alla quale i suoi giudici-colleghi ne opponevano un’altra che Galileo giudicava "da imbecilli": era, invece, quella giusta. L’alzarsi e l’abbassarsi dell’acqua dei mari, cioè, è dovuta all’attrazione della Luna. Come dicevano, appunto, quegli inquisitori insultati sprezzantemente dal Pisano. (…)

Torture? carceri dell’Inquisizione? addirittura rogo? Anche qui, gli studenti europei del sondaggio avrebbero qualche sorpresa. Galileo non fece un solo giorno di carcere, né fu sottoposto ad alcuna violenza fisica. Anzi, convocato a Roma per il processo, si sistemò (a spese e cura della Santa Sede), in un alloggio di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e cameriere personale. Dopo la sentenza, fu alloggiato nella splendida villa dei Medici al Pincio. Da lì, il "condannato" si trasferì come ospite nel palazzo dell’arcivescovo di Siena, uno dei tanti ecclesiastici insigni che gli volevano bene, che lo avevano aiutato e incoraggiato e ai quali aveva dedicato le sue opere. Infine, si sistemò nella sua confortevole villa di Arcetri, dal nome significativo "Il gioiello". (…)

Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell’indulgenza plenaria e della benedizione del papa. Era l’8 gennaio 1642, nove anni dopo la "condanna" e dopo 78 di vita. Una delle due figlie suore raccolse la sua ultima parola. Fu: "Gesù!".

Leggi il brano integrale qui.

cercatori di dioCercatori

Presentando la “Lettera ai cercatori di Dio”, pubblicata dalla Cei qualche settimana fa, mons. Ravasi scriveva domenica scorsa sul Sole24ore:

“Cercatori” non è che sia una parola molto comune ai nostri giorni. Al massimo si parla di “ricercatori” universitari (malpagati) o, peggio, si pensa ai frati questuanti. Eppure, nella saga di Harry Potter, quando la professoressa McGranitt presenta il protagonista a Oliver Baston, proclama solennemente: “Baston… ti ho trovato un Cercatore!”. Ed effettivamente questo tipo di persona merita la maiuscola perché ai nostri giorni si ama la risposta preconfezionata, la soluzione precotta, la ricetta predisposta. Siamo ben lontani dal monito dell’Apologia di Socrate in cui Platone poneva in bocca al maestro la frase: “Una vita senza ricerca non mette conto d’esser vissuta”.