Image_3Una salvezza oltre misura
Su “Avvenire” di ieri Gianni Gennari dedica la sua quotidiana rubrica ad alcuni articoli recenti. Con il piglio proprio del “lupus in pagina”, l’autore ricorda a tutti come la dottrina cattolica sia assai più inclusiva di quanto comunemente si pensi o si scriva. È un’utile provocazione, la incollo di seguito.
“Il Giornale” (27/4, p. 2) titolone: ‘La libertà di coscienza conta più del Papa’. Lo insegna «Joseph Ratzinger»! Stupisce lo stupore: san Paolo insegna che chi pratica la giustizia è legge a se stesso, san Tommaso insegna che in caso di contrasto tra la coscienza – ovviamente sincera, matura e informata – e un ordine della Chiesa, prevale la prima, e il cardinale Newman – come ricordato qui su ‘Avvenire’ da Jan Ker (26/3) – chiama la coscienza «voce di Dio» e «originario vicario di Cristo». Meraviglie senza ragione. Vale ancora di più per certe trovate di Vito Mancuso su ‘Repubblica’ (p. es. 9/3, p. 1: ‘La Chiesa e la bioetica. Non c’è fede senza libertà’) ove la scoperta viene solo da distorsione dei principi, essendo da sempre chiaro che una fede senza libertà è bestemmia. Ma l’ultima «trovata» è di ieri (p. 1): ‘Cosa vuol dire salvezza al di fuori della Chiesa’. Polemizza, Mancuso, con chi pensa la salvezza eterna solo dentro i confini della Chiesa «istituzione storica». Ma da sempre è dottrina di fede che la salvezza è in Cristo, raggiunto con l’amore del prossimo e la pratica della giustizia – «Non chi dice Signore, Signore…», e Mt 25, «avevo fame… avevo sete, e voi…» è il testo più solenne sul tema – e che la Chiesa istituzione storica è strumento ordinario di Cristo stesso, unico che salva, e che salva tutti coloro che lo accolgono, anche senza conoscerlo. Quindi ovunque c’è salvezza – e Dio sa dov’è – lì c’è anche presenza misteriosa di Chiesa/Mistero, ben oltre i confini limitati della Chiesa istituzione. Noi annunciamo una salvezza che va oltre le nostre piccole misure.
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bernardelli terra santaViaggio dove tutto è iniziato

È stato presentato oggi pomeriggio qui a Roma l’ultimo libro di Giorgio Bernardelli: Terra Santa. Viaggio dove la fede è giovane(Editrice Ave). È il quarto libro di Giorgio, oggi giornalista di “Mondo e missione”, sul luogo più spirituale e affascinante del mondo. Ricordo bene i miei tre viaggi nei luoghi delle più accese fedi e delle più acute contraddizioni. In queste pagine ci sono itinerari essenziali e persone da scoprire, esperienze e speranze inimmaginabili. Una mappa del dolore e della riconciliazione, delle radici e delle foglie della pace. È davvero unico questo angolo di mondo in cui, come dice padre Pizzaballa nella prefazione, “le pietre, il cielo, i profili dell’orizzonte ci parlano di Dio”; dove si respira la “verità di una Parola che non passa e che qui si è fatta carne”; ma anche una “Terra offesa dall’endemica mancanza di giustizia”.

Qui la Bibbia non è solo archeologia, ma vita vissuta. È il posto dove ogni pellegrino – confessa Bernardelli – “dovrebbe lasciarsi riconsegnare dalla Terra Santa la propria Bibbia”. Non esiste, dunque, un modo giusto o sbagliato di visitare questi luoghi: “la Terra Santa è un luogo che parla da solo, basta ascoltare. La sua bellezza sta proprio nel fatto che tutti comunque portano a casa qualcosa”. “A me fanno un po’ paura due opposti – prosegue –: da una parte il pellegrinaggio solo spirituale, dove si passa piamente da una chiesa all’altra senza lasciarsi più di tanto interpellare dal fatto che questa è una ‘terra’, non alcuni ‘squarci di Cielo’ apparsi qua e là. Credo che un cristiano che va in Terra Santa per contemplare un Dio che si fa carne, non possa fermarsi alle ‘location’ dei racconti biblici; deve anche porsi in dialogo con la storia travagliata di Israele della Palestina di oggi. All’estremo opposto, però, non mi convincono neanche i pellegrinaggi troppo ‘militanti’ (filo-israeliani o filo-palestinesi, alla fine cambia poco). Dio è entrato nella storia, ma per dire una parola nuova: ‘Amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano’”. Il fascino di questi luoghi, conclude Giorgio, sta principalmente nell’"intreccio tra un Volto di duemila anni fa e i volti degli uomini e delle donne che vivono oggi nella Terra Santa… I cristiani di Terra Santa non sono né dei santi da incensare né un esercito in rotta da riorganizzare. Sono lo specchio della nostra gioia e della nostra fatica di vivere da cristiani nel mondo di oggi”.

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155_arslan-antoniaLa strada di Smirne

Sono giornate molto piene, ma non ho sacrificato il tempo della lettura. Anche perché in cima alla pila sul comodino mi guardava “La strada di Smirne”, il romanzo di Antonia Arslan che prende le mosse da dove si fermavano le pagine commoventi de “La masseria delle allodole”. Il libro che più di ogni altro ha contribuito a sollevare il velo sul genocidio armeno del primo Novecento.

Come nel precedente racconto, non è difficile immedesimarsi nella vicenda dei protagonisti: i piccoli figli di Shushanig, scampati per miracolo al massacro turco e avviati verso l’Italia; il mendicante zoppo Nazim; il giovane prete ortodosso Isacco e la moglie Ismene, insieme ai cinquanta bimbi del loro orfanotrofio. Tra la partenza da Aleppo dei sopravvissuti e i bagliori dell’incendio di Smirne, che chiudono il romanzo, ancora una storia struggente ed emozionante, in cui a prevalere sulle ferite della memoria sono la fecondità del sacrificio e la forza della speranza.

Doni di Pasqua

auguri pasqua 2009 (Medium)

Non c’è bisogno di attendere l’apertura dell’uovo di cioccolato per godere dei tanti e diversi doni ricevuti in questa strana Pasqua. Gli incontri, le telefonate, gli auguri… specie quelli dei più giovani. E il pomeriggio trascorso fra i bambini! Cosa c’è di più bello?

Voglio annotare anche la bella intuizione di questa mattina: il perdono (di Dio) non rimette le cose a posto, non fa tornare indietro. Ma ci cambia e libera energie davvero inaspettate. Ci fa fare cose (quasi) da incoscienti!

Infine, mi fermo sulle parole della poetessa Alda Merini, pronunciate su Italia 1, l’altra sera, e trovate per caso in un blog: “La natura sarà arrabbiata con noi. Dio è con noi anche nel dolore, ma noi non possiamo capirlo. Noi non abbiamo gli strumenti per capire la volontà di Dio… Anch’io sono stata ‘terremotata’ da un manicomio all’altro. Ognuno di noi ha avuto le sue scosse, però è nel momento del dolore che bisogna stringere i denti. Noi adesso partecipiamo a questa tragedia italiana, però non fermiamoci al dolore. Stringiamo i denti e andiamo avanti. Dio guarda tutti, ci vede, guarda i terremotati, vede gli infelici e non abbandona il mondo. Io sono sicura. E uno dei mezzi perchè Dio ci ascolti è proprio la poesia, la preghiera, il canto. Anche nel dolore bisogna saper vincere. In questi momenti di tragedia la forza del poeta può aiutare: lui che ha subito, che ha saputo magnificare il dolore credo che serva da esempio per chi è colpito. La mia ignoranza di poeta e di donna non capisce il male. Mi rifiuto. Il silenzio non deve essere un silenzio mortale, ma di rinascita; un silenzio di compassione, ma non di sconvolgimento totale. Guai se si perde la speranza nella nostra forza”.

crocifisso abruzzoRisurrezione quotidiana

In questa Pasqua vorrei poter dire a me stesso con fede le parole di Paolo nella seconda lettera ai Corinti: «Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne». (2Corinti 4,16-18). È così che siamo invitati a guardare anche ai dolori del mondo di oggi: come a «gemiti della creazione», come a «doglie del parto» (Romani, 8,22) che stanno generando un mondo più bello e definitivo, anche se non riusciamo bene a immaginarlo. Tutto questo richiede una grande tensione di speranza.

Più difficile è però per me l’esprimere che cosa può dire la Pasqua a chi non partecipa della mia fede ed è curvo sotto i pesi della vita. Ma qui mi vengono in aiuto persone che ho incontrato e in cui ho sentito come una scaturigine misteriosa dentro, che li aiuta a guardare in faccia la sofferenza e la morte anche senza potersi dare ragione di ciò che seguirà. Vedo così che c’è dentro tutti noi qualcosa di quello che san Paolo chiama «speranza contro ogni speranza» (ivi, 4,17), cioè una volontà e un coraggio di andare avanti malgrado tutto, anche se non si è capito il senso di quanto è avvenuto. È così che molti uomini e donne hanno dato prova di una capacità di ripresa che ha del miracoloso. Si pensi a tutto quanto è stato fatto con indomita energia dopo lo tsunami del 26 dicembre di due anni fa o dopo l’inondazione di New Orleans. Si pensi alle energie di ricostruzione sorte come dal nulla dopo la tempesta delle guerre.

È così che la risurrezione entra nell’esperienza quotidiana di tutti i sofferenti, in particolare dei malati e degli anziani, dando loro modo di produrre ancora frutti abbondanti a dispetto delle forze che vengono meno e della debolezza che li assale. La vita nella Pasqua si mostra più forte della morte ed è così che tutti ci auguriamo di coglierla.

Card. C. M. Martini