1126962_cheshire_matterhorn_2Quaresima essenziale
Riposare il proprio cuore in Dio, lasciarsi galleggiare sulle acque sicure, amare la vita così come si presenta, col suo corteo di asperità. Dare, senza contare gli anni che ci restano da vivere… L’essenziale, di fronte a chiunque, è sempre il comprendere tutto di lui e, quando si riesce a comprendere l’altro, è una festa.
frère Roger Schutz
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i frutti dimenticati cristiano cavinaI frutti dimenticati
“In una mattina di sole, sbucando da chissà quale cunicolo segreto, mi ritrovo a cercare uno sconosciuto tra la gente a passeggio in piazza del Popolo, a Cesena”. Non può che incuriosire e attirare un libro che inizia così! Nella fattispecie, “I frutti dimenticati” del giovane Cristiano Cavina (Marcos y Marcos editore). Tanto più che lo sconosciuto di cui si parla, due pagine dopo è tratteggiato così: “E’ il 6 aprile del 2007, ho quasi trentatrè anni e un figlio in arrivo che non so se è maschio o femmina, quando lo vedo. Aspetta seduto su una panchina al limite dell’ombra gettata dal portico. Si alza con grande fatica; uno sconosciuto come tanti altri di cui è pieno il mondo. è mio padre. È la prima volta che lo vedo in tutta la mia vita”.

20090225Senza amore, è solo fame

Le ali del digiuno sono la misericordia e l’amore, dalle quali esso è preso e portato fino al cielo, e senza le quali rimane in basso e si avvoltola in terra. Il digiuno senza misericordia è il ritratto della fame, e in nessun modo esso è immagine della santità. Senza l’amore il digiuno è occasione di avarizia, non proposito di sobrietà. Il digiuno senza misericordia non è verità, ma apparenza. Dove invece c’è la misericordia lì c’è anche la verità, come attesta il profeta quando dice: Misericordia e verità si incontreranno.

San Pietro Crisologo

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Martiri, Mosaici, Maria. Sono le tre “m” della puntata odierna delle scappatelle domenicali nel cuore della vecchia Roma. Quella dei fori, in cui siamo sbucati dopo uno zig zag nel rione Monti (un’altra “m”), ma anche quella delle prime Chiese domestiche, le comunità che si riunivano – erano tempi di persecuzioni – nelle case patrizie dei primi convertiti. Emblema delle origini cristiane, e “pezzo forte” della mattinata insieme al Mosè di Michelangelo, è Santa Prassede. A un tiro di sasso da Santa Maria Maggiore, nascosta dalle case che le si addossano da tutti i lati, racchiude un’abside completamente mosaicata, un pavimento neocosmatesco da brivido e la reliquia della colonna della flagellazione di Gesù. Da mozzafiato la volta che la sovrasta: l’oro delle minuscole tesserine risplende anche al buio! Abbiamo così scoperto le aureole quadrate e l’unica donna mai definita “episcopa” da un papa. Scendendo dall’Esquilino verso l’antica Suburra, ecco San Martino ai Monti, S. Maria ai Monti – con una splendida icona francescana – e S. Pietro in Vincoli, dove le antiche catene del primo Papa non attirano certo le folle quanto il colosso scolpito da Michelangelo per la tomba di papa Giulio II. Infine, un’occhiata a S. Francesca Romana, la chiesa dei matrimoni, ricavata nella cella di un antico tempio del foro, e S. Marco, pietra preziosa incastonata su un fianco di Palazzo Venezia.

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fuoco5A chi appartieni?
Questa mattina mi è molto piaciuto un passaggio del commento di Cristiano Bortoli al vangelo di oggi: “E voi chi dite che io sia?”. Una domanda che tradisce tutt’altro che curiosità.
“Quando due si vogliono bene, quando due si amano, dicono: io per te chi sono? È la domanda fondamentale: cosa conto per te? Che parte sono della tua vita? È il bisogno di essere riconosciuti. Gesù sentiva il bisogno di essere riconosciuto. È lo sguardo affettuoso che riesce a capire la persona… E’ il bisogno di appartenenza. Ognuno di noi ha bisogno di appartenere a qualcosa. Se non appartengo a nessuno, sono una foglia al vento. Io sono straniero a me e a tutti”.

1088901_the_end_of_a_beautiful_thingDolce morte di una civiltà
“La verità è che non basta più cambiare il mondo, perché esso cambia anche senza il nostro intervento. Si tratta piuttosto di interpretare questo cambiamento, affinché esso non porti a un mondo senza di noi. A un regno dell’uomo senza monarca”. Chi scriveva così, agli albori del Novecento, era il pensatore britannico Bertrand Russell. Cent’anni dopo, la scena parrebbe rovesciata.
L’ebbrezza scatenata dall’escalation tecnoscientifica spinge illustri luminari ad annunciare il superamento definitivo e completo dei confini biologici cui siamo stati fino ad oggi vincolati. È la fine dell’evoluzione naturale dell’homo sapiens, il mito del superuomo che si realizza, l’apoteosi di un’idea nata, tre secoli fa, in nome dell’emancipazione da ogni sovranità che non sia la propria. Il sogno dell’assoluta e totale autonomia.
Eppure la profezia del filosofo inglese non è mai stata così prossima ad avverarsi. “ Lo stiamo perdendo”, dicono i chirurghi degli sceneggiati tv enfatizzati dalle parodie dei comici, ma applicato alla condizione dell’uomo di oggi non c’è molto da ridere.
Guardiamoci. Diluiti come siamo nella fiction, lasciamo che la realtà ci sfugga di mano. Abbiamo legato la qualità della vita all’immagine fisica, identificato la difesa della verità con l’integralismo, il rispetto con l’indifferenza etica, la pietà con l’abbandono. Non sopportiamo gli altri, e ormai neanche più noi stessi. È il tagliente paradosso che attraversa la cultura moderna: da una parte si invocano limiti per una scienza invasiva e irrispettosa, dall’altra la si idolatra come la nuova redentrice cui tutto deve essere permesso. Guai, infatti, a regolamentare la ricerca o chiedere almeno il rispetto dei patti fondamentali. Dall’economia alla medicina, le zone dichiarate extraterritoriali per l’etica crescono a dismisura, e sembra che nessuno possa farci niente.
Ecco l’inganno da cui metteva in guardia già l’ateo Russell: rinunciare a capire, e a guidare, magari nascondendosi dietro alla complessità odierna o a nuovi diritti ancora da dimostrare. Mani ben ferme sul volante, ecco ciò che serve. Senza per questo crederci padroni della vita e della dignità, ma anche scrollandoci di dosso l’inerzia e il narcisismo che accomuna ormai tutte le generazioni.
Il brivido che ha scosso l’Italia con la vicenda di Eluana Englaro non ha solo aperto gli occhi sui rischi che corriamo e sulle sfide del futuro. Ha anche mostrato l’esistenza di una base di valori che molti, al di là delle appartenenze, possono condividere. E che è l’amore che ci fa essere e restare vivi.

turoldoNeppure un foglio di carta velina
Un caro amico – anch’egli religioso servita – mi manda un ricordo di padre David Maria Turoldo, scomparso il 6 febbraio di diciassette anni fa.
Nel testo, mi colpisce soprattutto un pensiero che il poeta di origini friulane amava ripetere circa i defunti: “coloro che la nostra poca fede chiama morti, e invece sono vivi in Dio. E da loro non ci separa neppure lo spessore di un foglio di carta velina”.