682766_candle_lights_1“Da potenze benigne”

Non trovo parole più belle per l’inizio del nuovo anno di quelle della poesia “Da potenze benigne”, che il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer scrisse alla vigilia del suo martirio. Da meditare, in questo 2009, anche le parole da lui dedicate al significato del tempo: «Perduto sarebbe il tempo, nel quale noi non fossimo vissuti come uomini; nel quale noi non avessimo fatto esperienze, non avessimo appreso, creato, goduto e sofferto. Perduto è il tempo non vissuto, vuoto». È questo anche il mio augurio per tutti coloro che passano da qui…

Circondato fedelmente
e tacitamente da benigne potenze,
meravigliosamente protetto e consolato,
voglio questo giorno vivere con voi,
e con voi entrare in un nuovo anno;

il vecchio ancora vuole tormentare
i nostri cuori,
ancora ci opprime il grave peso
di brutti giorni.
Oh, Signore, dona alle nostre anime
impaurite
la salvezza per la quale ci hai creato.

E tu ci porgi il duro calice, l’amaro calice
della sofferenza, ripieno fino all’orlo,
e così lo prendiamo, senza tremare,
dalla tua buona, amata mano.

E tuttavia ancora ci vuoi donare gioia,
per questo mondo e per lo splendore
del suo sole,
e noi vogliamo allora ricordare il passato
e così appartiene a te la nostra intera vita.

Fa’ ardere oggi le calde e chiare candele,
che hai portato nella nostra oscurità;
riconducici, se è possibile, ancora insieme.
Noi lo sappiamo:
la tua luce risplende nella notte.

Quando il silenzio profondo scende
intorno a noi,
facci udire quel suono pieno
del mondo, che invisibile s’estende
intorno a noi,
l’alto canto di lode di tutti i tuoi figli.

Da potenze benigne prodigiosamente protetti,
attendiamo consolati quello che accadrà.
Dio ci è al fianco alla sera e al mattino,
e senza dubbio, in ogni giorno che verrà.

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gazaonu420x170Speranza a prova di bomba

         

Da sabato il pensiero spesso va a quanto sta succedendo nella Striscia di Gaza, il fazzoletto di terra con la più alta intensità abitativa del mondo, da oltre 48 ore oggetto di un attacco militare da parte di Israele. Un’offensiva che risponde – con effetti spaventosi – alle centinaia di missili lanciati dai miliziani di Hamas nelle scorse settimane verso le città israeliane. L’ormai consueta catena di rappresaglie e vendette, che dopo così tanto tempo e così tante vittime è difficile possa presentarsi con una parvenza di legittimità. A complicare le cose, la campagna elettorale da una parte e il fallimento dell’amministrazione “fondamentalista” di Hamas dall’altra. Ma non voglio addentrarmi in analisi politiche. Mi metto invece in ascolto, a cominciare dalle parole, sempre sagge, di padre Pierbattista Pizzaballa, il superiore della Custodia francescana in Terrasanta. Ecco alcune delle sue risposte alle domande della giornalista di “Avvenire”.

   

Possibile che non ci sia un’altra strada per proteggere i propri le­gittimi interessi, dall’una e dall’altra parte?

La via ci sarebbe anche: quella del dialogo. Ma manca la volontà, la forza politica di sceglierla. È un film purtroppo già visto molte volte. Che però, a quanto pare, non ha tra gli spettatori la comunità internazionale: mi domando quanto ancora dovrà succedere perché ci sia un intervento forte ed energico sulle due parti affinché agiscano con ragionevolezza.

   

A Betlemme, a Nazareth, in Cisgiordania, con quali sentimenti la popolazione accoglie questi fatti?

Con rabbia. Grande rabbia. Che va ad alimentare rancori antichissimi, rinfocolando l’odio e la voglia di vendetta.

   

Adesso qual è il compito delle autorità religiose? Cosa possono fare?

Presto uscirà una condanna unanime di questi eventi e poi dovremo tutti, tutti noi pastori, stringerci intorno alle nostre comunità, incoraggiarle, cercare di dare una prospettiva di fede.

   

Lei ha festeggiato il Natale alla Casa del fanciullo di Be­tlemme, che ospita bambini e ragazzi provenienti da famiglie disagiate. C’è ancora spazio, nei loro cuori, e no­nostante tutto, per un messaggio di pace?

Eccome se c’è. Ed è proprio questa disponibilità di cuore che ci aiuta, tutti, a sperare. Senza arrenderci mai.

suore sacra famigliaQuando la vita è un unico, infinito, grazie

Oggi pomeriggio Nadia e Alessandra faranno la loro professione religiosa e diventeranno suore francescane della Sacra Famiglia. Non mancherò alla festa… anche se sta nevicando furiosamente! Sono due ragazze semplici e straordinarie. Basta leggere quello che hanno scritto come testimonianza e invito alla celebrazione.

Per Nadia la chiave di tutto sta nell’evangelico “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”: la vita è una questione di riconoscere e continuare l’amore. “Se c’è una cosa che mi fa arrabbiare – dice – è quando le persone, davanti alla mia scelta esclamano: che brava! Come sei buona! E non capiscono che non è un atto di volontarismo o di “immolazione per una buona causa”, ma solo una risposta all’Amore che per primo mi è venuto incontro”. Questo è dunque il suo desiderio: “Volevo che tutti sapessero quanto è profondo, assoluto, gratuito, forte l’amore di Dio per ciascuno dei suoi figli, perché ho sperimentato che il segreto della felicità è proprio qui!”.

“Cercavo la felicità, cercavo l’amore – le fa eco Alessandra – e non mi ero ancora accorta che era l’Amore a cercare me! Dopo il diploma delle scuole superiori, ho iniziato a chiedermi cosa volevo fare della mia vita: non più cosa volevo fare da grande, ma chi volevo essere!!”. La ricerca è durata alcuni anni, durante i quali nulla apparentemente era cambiato: l’università, la famiglia, gli amici, la parrocchia… “ma tutto aveva un colore e un profumo diverso! Il Signore era riuscito ad entrare nel mio cuore e a riempirlo. La sua presenza nella mia vita rendeva bello e importante ciò che vivevo. Tutto veniva da Lui e tutto a Lui doveva tornare!”. E ora… “sto sperimentando che la pace è nel fare la sua volontà, non ciò che mi conviene o ciò che mi piace!”.

messoricopRagioni di fede, fede nella ragione

Fra le letture delle ultime settimane c’è stato anche il poderoso “Perché credo”, la lunga intervista di Andrea Tornielli a Vittorio Messori. Quattrocento e più pagine in cui il noto scrittore racconta la conversione e l’attività editoriale, le sue ricerche e pubblicazioni, ma soprattutto il centro attorno a cui ruota tutto ciò, ben richiamato nel sottotitolo: “una vita per rendere ragione della fede”. Da quando, ormai 22 anni fa, scopersi le sue “Ipotesi su Gesù”, il suo metodo non mi ha più abbandonato. Ricordo bene le serate di lettura comune, nel “saloncino”, gli approfondimenti di Done, i miei riassunti… Credo che non dovrebbe mancare nella formazione di ogni giovane questo “andare a scavare alle fondamenta”, insieme alle pagine di Pascal e alla verità su tanti falsi luoghi comuni che circolano in merito alla storia della Chiesa. È verissimo ciò che l’autore nota verso la fine del libro: l’ecumenismo e il dialogo con i non credenti sono molto più facili e più ricchi se si ama la propria differenza, senza temere quella altrui. Il cristianesimo, ha detto una volta il Papa, non è “una leggenda irrazionale”. Non è così scontato nella mentalità di molti… Sono d’accordo anche con ciò che Messori indica fra le priorità: “Oggi il credente deve riscoprire che significhi uno sguardo cristiano, una lettura cattolica dell’uomo, dell’umanità, degli eventi”. Cosa abbiamo di più prezioso da offrire? Da elaborare, condividere, suggerire, sviluppare, far contaminare…

presepi piccoliAncora Natale

«Da dove viene quel senso di dolcezza infinita, quasi di casa, di capanna, di grembo, che avvertiamo in noi quando ci poniamo a meditare su cosa significhi il Natale, una volta che lo si spogli d’ogni sua decorazione e lo si riconduca al vertice e all’abisso della sua umile e fulgida verità?». È l’inizio, semplice e potente, di una delle «meditazioni sul Natale» di Giovanni Testori raccolte in volume da Fulvio Panzeri e Valerio Rossi sotto il titolo “Un bambino per sempre”.

La nostalgia di «tornare a casa» attraversa e accomuna queste pagine. Dov’è il Natale oggi?, si chiede Testori e come segno di riconoscimento indica «tutto ciò che abita fuori dalle forme che la nostra società, per questi giorni di festa, suole prendere». Fuori dalla vanità e dallo sfarzo, «insulto ludico» alla miseria, alla sofferenza, alla fame «o anche solo alla quotidiana fatica e alla quotidiana ricerca e professione d’onestà». A questo «luttuoso brillio», a questi «Natali ingordi e privi di perdono», Testori oppone «l’enormità dolcissima del Natale»: il richiamo a una solidarietà e a una pietà «nel senso della giustizia di Cristo, della sua lucentezza, della sua santità, della sua intelligenza, della sua bellezza, del suo amore e della sua pace».

Laura Bosio

xin_271102031718628101814Ogni bambino

Su ogni bambino c’è il riverbero del bambino di Betlemme. Ogni bambino chiede il nostro amore. Pensiamo pertanto in questa notte in modo particolare anche a quei bambini ai quali è rifiutato l’amore dei genitori. Ai bambini di strada che non hanno il dono di un focolare domestico. Ai bambini che vengono brutalmente usati come soldati e resi strumenti della violenza, invece di poter essere portatori della riconciliazione e della pace. Ai bambini che mediante l’industria della pornografia e di tutte le altre forme abominevoli di abuso vengono feriti fin nel profondo della loro anima. Il Bambino di Betlemme è un nuovo appello rivolto a noi, di fare tutto il possibile affinché finisca la tribolazione di questi bambini; di fare tutto il possibile affinché la luce di Betlemme tocchi i cuori degli uomini. Soltanto attraverso la conversione dei cuori, soltanto attraverso un cambiamento nell’intimo dell’uomo può essere superata la causa di tutto questo male, può essere vinto il potere del maligno. Solo se cambiano gli uomini, cambia il mondo e, per cambiare, gli uomini hanno bisogno della luce proveniente da Dio, di quella luce che in modo così inaspettato è entrata nella nostra notte.

Benedetto XVI