138898_after_the_rain_4Tears

Ci sono cose che non si vedono bene se non con occhi che hanno pianto.

(mons. Cristophe Munzihirwa)

Trovato qui.

Cosa resta dopo lo spettacolo

logo_tregua_olimpica2006_lowSgoccioli di emozioni a Pechino. Volge al termine la tanto attesa e contestata Olimpiade del colosso cinese. Le immagini della cerimonia di apertura, nonostante i fuochi artificiali disegnati al computer e la bambina con la voce di un’altra, oscurata per salvare “gli interessi nazionali”, hanno affascinato la platea mondiale. Poi sono venute le gare, misto di passione e tecnica, di sacrificio e business, di medaglie e polemiche.

Come sempre in questi casi, abbiamo trepidato ed esultato, ci siamo scoperti tifosi di judo e di tiro al bersaglio. Commossi nel vedere la tiratrice russa e quella georgiana abbracciarsi sul podio, e indignati per il rifiuto del nuotatore iraniano di gareggiare accanto al collega israeliano. Grazie allo squadrone di cronisti inviati a Pechino, sappiamo tutto sulla cucina cinese e sul lato sexy delle atlete. E se è uscito sconfitto il tentativo di mescolare sport e politica, ci ha pensato comunque il cronometrico scoppio della guerra in Georgia a ricordare quanto la realtà sia diversa dalla grandiosità degli effetti speciali. L’hanno notato in molti: l’ipertecnologica liturgia iniziale ha rievocato i fasti di antiche tradizioni e stupito con l’utopia futuristica dell’era digitale, scavalcando a piè pari un presente a dir poco contraddittorio. Qui come altrove.

Splendida e abusata metafora della vita, a pochi giorni dalla conclusione l’Olimpiade si dimostra soprattutto un grande trionfo di immagine. Alla fine, la Cina farà il pieno di medaglie, ma non è tutto oro ciò che luccica. Le atmosfere esotiche e i sorrisi dei volontari, per lo più funzionari di partito e militari, non sono riusciti a nascondere – per fare solo qualche esempio – l’aria irrespirabile della capitale e le migliaia di sfrattati per far spazio alle avveniristiche architetture olimpioniche. Le decine di vescovi e preti scomparsi, i siti internet occidentali inaccessibili. Il grido di libertà del Tibet e le dure repressioni del regime comunista.

Ancora qualche giorno e gli occhi del mondo si volgeranno altrove: alla crisi alimentare e finanziaria internazionale, ai rigurgiti di Guerra fredda che soffiano dal Caucaso, alle prossime elezioni americane. Resterà il ricordo dei volti tirati di questi ragazzoni e delle loro compagne, le vere trionfatrici della spedizione nostrana. Resteranno, almeno per un po’, le imprese dei campioni, miste a qualche delusione e a nuove promesse. In attesa di un altro sogno da inseguire, per i più davanti a uno schermo.

 

Lewis sul grande schermo

locandinaNonostante qualche piccola licenza dello sceneggiatore, mi è molto piaciuto anche il secondo film tratto dalle Cronache di Narnia: la mia estate quest’anno è davvero fantasy!

Mt 15,21-28

womanL’uomo che cammina, come lo scrittore francese Christian Bobin definisce Gesù senza mai nominarlo, non si arresta alle frontiere. Esce dai confini, sia quelli geografici che culturali e religiosi del tempo. Oggi lo troviamo dalle parti di Tiro, ben oltre il limitare della sua terra. Il punto più lontano da Gerusalemme che egli raggiunge nel suo andare.

Qui, in piena periferia, sembra quasi in fuga dalla sua missione. Freddo, perfino offensivo verso la donna pagana che gli grida dietro. A poco servono i tentativi dei suoi discepoli, forse più infastiditi dagli strepiti di lei, dall’improvvisa attenzione su di loro, che mossi a compassione. Gesù cerca di resistere, ma si vede che non è capace. Dio non riesce a stare in silenzio così a lungo. Non è il suo mestiere, lui è la Parola. Addirittura perde la gara di teologia con la madre Cananea. Le distanze, fra i due, sono sempre più corte, tanto che alla fine usa per lei quell’appellativo – donna! – riservato nel vangelo ai grandi incontri: l’adultera perdonata, la Madre sotto la croce, la Maddalena davanti alla tomba vuota.

Cosa c’è di tanto speciale in quest’umile ma tenace mamma straniera? Ciò che deve aver sciolto Gesù è quel “Signore” che per tre volte, possiamo immaginare con quale crescente intensità, affiora sulle labbra della donna. Una semplice parola che vale più di un discorso. Gesù si sente riconosciuto: non è soltanto un medico che è venuta a cercare, un guaritore. Ci si prostra solamente davanti al Signore della vita, appunto. A qualcuno cui ci si affida per fede, non per disperazione o per reclamare un diritto sacrosanto, magari insinuando un sottile ricatto: “Se vuoi che creda in te…”.

La forza della donna non è l’insistenza né la lingua sciolta, ma l’amore. E il dono arriva non perché Dio voglia farsi pregare, ma perché è la fede stessa il prodigio, l’ingresso in un rapporto con Lui che sovverte ogni ordine costituito. Da quell’istante, annota il cronista, la figlia fu guarita. Prima, però, era guarita la madre.