Un anno con Paolo
   
san-paoloSabato il Papa ha avviato ufficialmente l’Anno Paolino, un giubileo particolare che ricorda i duemila anni della nascita del grande Apostolo. Mi sono molto dedicato a questo evento di recente (e non solo io, vedi www.progettoculturale.it/annopaolino e www.letterepaoline.it) e credo che Paolo sarà un ottimo compagno nei prossimi mesi.
Molto bello, in particolare, il passaggio dell’omelia di Benedetto XVI in cui si sottolinea il rapporto tra la fede e l’amore. Tutto ciò che Paolo fa parte da un centro ben preciso: “La sua fe­de è l’esperienza dell’essere amato da Ge­sù Cristo in modo tutto personale; è la co­scienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, co­me Risorto, lo ama tuttora, che cioè Cristo si è donato per lui. La sua fede è l’essere colpito dall’amore di Gesù Cristo, un a­more che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore”.

Fiastra!

Oggi, bellezza indescrivibile all’abbazia di Fiastra, nel cuore delle Marche. Credo che le foto qui sotto lo attestino abbondantemente…

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Ho sceso, dandoti il braccio

montale1Protagonista involontario degli errori ministeriali alla maturità 2008, Eugenio Montale mi si è presentato davanti anche ieri, in tutt’altro contesto. Con questa splendida, struggente, dolcissima lirica dedicata alla memoria della moglie.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Musica d’estate

introGrande serata ieri al Laterano per il concerto dedicato al cardinal Ruini, in occasione dell’apertura dell’Anno Paolino. Toccanti alcuni fraseggi di note e versi usciti dalla penna e dal genio di Cristian Carrara e Davide Rondoni. Il percorso nazionale promosso dal nostro Servizio non poteva cominciare meglio. Splendida anche la cornice della manifestazione: spero di poter godere ancora di qualche serata di musica e amicizia.

Colazione sull’erba
  
Un vero quadro impressionistico quello di domenica scorsa, a Villa Dora Pamphili, per festeggiare Marco e Priscilla. Anche se è passato qualche giorno, è vivo il ricordo di un bellissimo momento di fraternità e dolcezza (come dimostra il tenerissimo Lorenzo qui sotto…).
   
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La messe è molta…

campo grano (Small)Cresce nel mondo una grande fioritura di stanchezze, maturano spighe gonfie di lacrime, una messe di paure e angosce da abbattere. L’immagine dell’immenso campo da lavorare, con cui si apre il vangelo di oggi, è una chiara metafora dell’inquietudine umana. Insieme all’esempio del gregge abbandonato, l’ondeggiare degli steli parla di vite in balia di se stesse, che si muovono a tentoni, a seconda del vento che tira. In attesa della carità di una parola chiara e sicura.

Prima di una lettura in filigrana, però, perché non immergersi brevemente nello spettacolo che anche il predicatore di Nazaret deve aver visto mille volte fin da bambino? Fine giugno. In campagna è tempo di mietitura, di covoni accatastati su un tappeto giallo, di uomini dai molti dialetti curvi sotto il sole. I colori riempiono gli occhi. La frutta è sempre più dolce. Le notti ammalianti. Anche da noi, in un tempo non troppo lontano, religiosità, metereologia e superstizione si mescolavano in questa stagione, propizia per la terra e per le feste dei santi. Poi, l’evoluzione tecnologica ha soppiantato gli antichi riti contadini, e si è persa anche la forte atmosfera di convivialità e di mistero. Pochissimi tra noi conoscono la fatica e il miracolo del pane.

O della pesca, visto che questo era il mestiere di molti tra i primi che Gesù nominò operai di quella messe infinita di umanità in attesa di una speranza. I fratelli Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni. Con loro l’esattore Matteo, Giuda il generoso e l’omonimo traditore. Lo scettico smentito, Bartolomeo, e l’ex rivoluzionario Simone. L’altro Giacomo, primo vescovo di Gerusalemme e trascinatore di Filippo. E Tommaso, schietto e concreto ma anche fedele e impavido annunciatore. Il primo a far incontrare i versetti del vangelo e gli antichi mantra.

A loro Gesù consegna la “summa” della sua predicazione, l’intero vangelo in cinque parole: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Abbiamo ricevuto? Già le sento le obiezioni e l’ironia dei mai contenti. Cosa significa dobbiamo impararlo da una ragazza ebrea olandese, Etty Hillesum, nel diario sopravvissuto al lager. Parole che guariscono. “Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera”.

La vera emozione è educare l’uomo

917939_clockwork_in_the_light_2La 5B al completo ieri sera (che carini a invitarmi a cena anche se quest’anno non ci siamo visti…), due ragazze del linguistico oggi pomeriggio e la 1A poco fa per le vie del centro. Questo week end è stato un tuffo nei ricordi scolastici, non c’è che dire. Sono passati dodici mesi, ma il calore dei saluti e dei racconti non è cambiato in nulla. Mi mancano, un po’, questi ragazzi. A loro dedico l’editoriale uscito ieri sul “Corriere Cesenate”.

Svanito anche l’ultimo drin della campanella, ha chiuso i battenti un altro anno scolastico, con il consueto carico di misure e contromisure, proposte innovatrici e atavici ritardi. La scuola è forse il settore più rappresentativo di una società in perenne e incompiuta transizione.

Non tutti, però, possono accantonare i libri per tre mesi: sul campo resta l’esercito dei 500mila dell’esame di maturità e soprattutto l’ancor più nutrita pattuglia di chi ha “debiti” con l’istruzione da saldare. Al termine del primo quadrimestre erano due milioni gli studenti ad aver riportato almeno un’insufficienza in pagella. Sette alunni su dieci, per un totale di otto milioni di voti inferiori al sei. Normalmente, negli scrutini finali la cifra si dimezza. Quest’anno però c’è da fare i conti con l’incognita dei corsi estivi di recupero e delle valutazioni supplementari, ennesimo tentativo – vedremo quanto riuscito – di dare alla scuola italiana un surplus di serietà e coerenza.

Quella che proprio non può andare in vacanza, invece, è la responsabilità educativa. Ce lo ricorda, se ce ne fosse ancora bisogno, la cronaca degli ultimi giorni. Gang di ragazzini devasta un edificio pubblico e si filma col telefonino. Pillola del giorno dopo: è boom tra le under 20. La cena di fine anno fra compagne si trasforma in rissa: botte in piazza. E così via. Non sorprende, poi, il rapporto del Censis sull’uso dei media, fresco di stampa. I giovani divorano tutto ciò che è comunicazione. Cellulari, internet, radio, mp3. La fruizione resta in maggioranza individualistica, ma nella dieta degli adolescenti c’è un po’ meno tv e un po’ più libri e quotidiani.

Basta dunque con l’indice puntato. Sognano ancora i nostri ragazzi. Non sono tutti bullismo, promiscuità e spinello. Semmai questo è l’esito di una fragilità che interessa i genitori e gli insegnanti non meno di loro. L’emergenza educativa è lì che affonda le sue cause. Tra chi dovrebbe accompagnare e offrire ragioni di vita. E non ce la caviamo amplificando gli allarmi o i controlli, per quanto necessari. Occorre ritrovare il coraggio di educare, tutti i giorni.

Anche questa estate, facilmente le spese le pagheranno i più giovani, spesso lasciati in balia di se stessi e lambiti appena da proposte costruttive e non effimere. Vittime di una cultura la cui regola è non accettare regole. “Uomo, dove stai andando? A che punto ti trovi con la tua umanità? Cesena, dove stai andando? Dove va l’uomo quando Dio muore?”. Si chiedeva venerdì scorso il vescovo Antonio in una Cattedrale gremita. Solo accettare la fatica di rispondere a questi interrogativi può darci l’emozione più forte. Quella di insegnare a vivere.