L’universo è un grande software

einstein (Small)Di ritorno da tre giorni (di lavoro) a Bibione, mi passa sotto gli occhi la recensione di un romanzo recente: “Einstein e la formula di Dio” (ed. Cavallo di ferro), del portoghese di origine africana José Rodrigues dos Santos. Il libro si annuncia come un thriller, ricco di colpi di scena e rivelazioni a sorpresa. il giudizio sul linguaggio è positivo, un pregio riconosciuto è quello di spiegare in parole semplici anche le teorie fisiche e metafisiche più complesse. Ma ciò che mi invoglia ad acquistarlo è soprattutto una citazione riportata in fondo all’articolo.

«Se si chiede a un ingegnere cos’ è un computer lui spiegherà che è una macchina formata da chips, fili e schemi elettrici. Ma un computer è molto di più di quanto sembri dalla mera osservazione dei suoi componenti tecnologici. I fisici e i matematici guardano l’ universo nello stesso modo: vedono solo gli atomi, le forze e le leggi che lo regolano. Ma qual è il programma di questo gigantesco computer? L’ universo è molto di più dell’ hardware che lo costituisce, è un gigantesco programma di software. Così, se troviamo in terra un orologio e lo analizziamo ci accorgiamo subito che è stato concepito da un essere intelligente con un’ intenzione precisa. Ora, se questo è valido per una cosa così semplice come un orologio, perché non dovrebbe essere valido per una cosa immensamente più intelligente e complessa come l’ universo?».

Angoli da ricordare
 
est1Una bella scoperta anche Monopoli! Il concerto in Cattedrale, le viuzze del centro storico, la masseria nascosta fra gli ulivi… sono molte le immagini che avrei voluto fissare! Peccato che il mio “giro d’Italia” abbia tappe sempre molto brevi.
   
In attesa di un nuovo week end in trasferta, inizio la settimana con le immagini e le parole del Papa a Ground Zero, punto culminante di un viaggio che va oltre il continente americano, e – perdonate l’accostamento – con alcuni interessanti articoli sul “don Camillo” di Guareschi, di cui quest’anno si festeggia il centenario della nascita. Parlano del sesto film, interrotto per la malattia di Fernandel e mai completato. Avrebbe fatto la gioia di molti che, come me, sono cresciuti con le imprese dei due amici-nemici.

Lettere di fuoco
   
abbazia1Da poco rientrato da Brescia – ieri ero nella splendida abbazia qui a fianco per un convegno su educazione ed ecologia (vedi qui una sintesi) – e già in partenza per la Puglia, riesco solo a lasciare una piccola traccia del dono ricevuto ieri all’editrice La Scuola.
  
Si tratta della recente riedizione delle “Lettere dal deserto” di Carlo Carretto. È un vero bestseller: 37 edizioni e 400mila copie vendute. Ma per me è soprattutto uno dei libri che più ha segnato il mio cammino di fede. L’ho letto più volte – la prima esattamente vent’anni fa, appena giunto a Milano – e regalato a molti. Ne conosco brani (quasi) a memoria. Come l’attacco del terzo capitolo:
   
2132c_big“La grande ricchezza del noviziato sahariano è senza dubbio la solitudine e la gioia della solitudine, il silenzio. Un silenzio, il vero, che penetra per ogni dove, che invade tutto l’essere, che parla all’anima con una forza meravigliosa e nuova, non certo conosciuta dall’uomo distratto.
Quaggiù si vive sempre in silenzio e si impara a distinguerne le sfumature: silenzio della chiesa, silenzio della cella, silenzio del lavoro, silenzio interiore, silenzio dell’anima, silenzio di Dio”.

“Ho cercato di far sapere che c’ero”

025_PA15_2008Mi ha tenuto incollato fino alla fine, ieri pomeriggio, la lunga intervista pubblicata da un noto settimanale a Veronica, una delle tre ragazze di Chiavenna (Sondrio) che il 6 giugno 2000 uccisero a pugnalate suor Maria Laura Mainetti. Allora la giovane omicida aveva 16 anni, oggi è appena uscita dal carcere e ne ha quasi 24.

“Dopo tanti anni, sto cercando di fare di me una persona decente. Dentro e fuori”, confida al giornalista. Ma si sente ancora all’inizio. Come si decide di uccidere a 16 anni? Gli chiede. “Stando sedute sei ore davanti a una birra in un piccolo bar di paese. Tutto quello che dicevamo, pensavamo, facevamo era senza valore”. Segue il racconto di quei giorni, a volte un po’ confuso ma per nulla rimosso. Le accuse (false) di far parte di una setta satanica. Le indagini. Il rapporto con le altre due ragazze. Chi è oggi Veronica? “Dopo tanti anni di psichiatria mi conosco un po’ meglio. Non mi faccio più tanto schifo”.

Che adolescente era? “Sino a 11 anni sono stata una bambina invisibile. Quindi ho iniziato a combinare guai. Mi ubriacavo tutti i sabati… La prima sbronza l’ho presa a 12 anni”. Quando ha sentito di aver toccato il fondo? “A 16 anni ero diventata un disastro. Fuori ero goffa e dentro ero brutta. Ero circondata da tante persone e non assomigliavo, neppure lontanamente, a nessuna di loro. Era come essere una nuvoletta e guardare tutto dall’alto”. Perché ha iniziato a esagerare? “Ho cercato di far sapere al mondo che c’ero”.

Gli anni più belli della sua vita, confessa, sono quelli passati nel carcere minorile. “Finalmente avevo delle regole, qualcuno che mi ascoltava, si preoccupava di me, anche se ero diversa”. Alla fine questa storia come l’ha segnata? “Mi sento in colpa quando lo dico, ma quella tragedia mi ha salato dalla mia adolescenza… In un modo o nell’altro sarei venuta via, non da Chiavenna, ma da Veronica”.

Aquiloni al grande schermo

film aquiloniAccade facilmente che un romanzo, trasportato su pellicola, finisca per deludere il lettore. Non è questo però il caso del primo fortunato bestseller di Khaled Hosseini, “Il cacciatore di aquiloni”, da pochi giorni nelle sale in versione cinematografica. Certo i tagli ci sono, così come i necessari adattamenti, ma il risultato mi è sembrato davvero ben riuscito. Nelle due ore di proiezione si ritrovano le emozioni e i conflitti suscitati dal libro, e le immagini di Kabul vista dagli aquiloni valgono mille riflessioni sulla necessità di alzare gli occhi. Come il romanzo, il film mescola bene innocenza e paura, dramma e riscatto. E fa venir voglia di riprendere in mano quelle pagine di amicizia e di lotta che han fatto ormai il giro del mondo.

Portonovo!

Chiesa.Portonovo-800 (Small)La trasferta marchigiana, ieri, ha regalato una sosta in un angolo di rara bellezza: Portonovo! Un gioiello romanico incastonato nel verde del Conero e affacciato sulle acque spumose della piccola insenatura. Merita una visita più distesa. Intanto non ho resistito alla tentazione di portare con me un piccolo souvenir: il mare regala volentieri il suo splendido artigianato, sassi bianchi e arrotondati che a toccarli sembran quasi di velluto.