Buon Anno!

2008Qui un bellissimo augurio che faccio mio volentieri!

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Sessanta minuti all’ora

clockh_11Si conclude oggi l’appuntamento quotidiano con Gianfranco Ravasi sulle colonne di Avvenire. Devo molto a questo piccolo spazio “mattutino”, di cui conservo numerosi ritagli e avrò certo nostalgia. Dalla rubrica, sapiente e acuta fino all’ultimo, raccolgo una parola anche per questi estremi scampoli d’anno.

Il futuro è qualcosa che ciascuno raggiunge alla velocità di sessanta minuti all’ora, qualunque cosa faccia, chiunque sia”.

Un giorno sua moglie, Ombretta Colli, mi aveva invitato a incontrare Giorgio Gaber, ma il tempo passò e la morte, avvenuta nel 2003, mi impedì di parlare con questo cantautore milanese così originale. Ora un lettore mi invia una frase che non so se faccia parte di un recital di Gaber o di un’intervista. Mi sembra, comunque, adatta a questi ultimi giorni dell’anno, mentre stiamo già tendendo verso il nuovo, verso il futuro. In quelle parole c’è una verità indiscussa ma anche un dato imperfetto. La verità è che il fluire del tempo, edax rerum, «divoratore di ogni cosa», come diceva il poeta latino Ovidio, avanza inesorabile su tutto e su tutti. La sua scansione di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni macina le realtà belle e quelle brutte, spande lacrime e le asciuga, ospita crimini e illumina gesti nobili e gloriosi. C’è, però, una riserva da fare. Se è vero che il tempo oggettivo non guarda in faccia a nessuno e tutto consuma come «un vorace cormorano», per usare una definizione di Shakespeare, è altrettanto vero che il tempo soggettivo è diverso per ciascuno di noi, anzi per ogni stato della nostra esistenza. Sessanta minuti di noia non sono uguali a un’ora trascorsa tra due innamorati. Il tempo può essere «ammazzato» perché non si ha voglia di fare nulla o perché si è disperati e in questi casi pare infinito; ma può essere anche colmato di opere, di creazioni, di pensieri, di ricerca. Il filosofo americano ottocentesco William James osservava giustamente che «l’uso migliore della vita è di spenderla per qualcosa di più duraturo della vita stessa». Solo così il tempo acquista una durata, un sapore e un colore diverso per ciascuno.

Christmas Joy

cover_miniGrazie a Littlerome è stato un Natale anche musicale! Difficile dire quale mi sia piaciuto di più dei dodici brani di Joy, l’album 2006 del prodigioso pianista marchigiano Giovanni Allevi. Forse Water Dance, per la sua giocosità. O la dolcissima Follow you. O Back to life, commovente e sognatrice. E che dire del nostalgico Bacio finale?

Il popolo del presepe

presepe per blogNel presepe napoletano ogni personaggio ha un ruolo particolare. Ci sono richiami alla tradizione e alla vita quotidiana, ma anche forti simbolismi: accenni alla futura passione di Gesù, alla verginità di Maria e alle antiche profezie. Nulla è lasciato al caso; c’è un immenso tesoro da scoprire.

Nello scegliere le figure del mio presepe non pensavo certo a reconditi significati, ma mi piace ora scandagliare le storie nascoste dietro al popolo che circonda il Bambino. C’è la donna che munge la capra, forse per offrirgli un po’ di latte. Il mugnaio, prefigurazione del pane eucaristico. La lavandaia e il fruttivendolo: Gesù nasce in un giorno feriale. E poi i pastori, naturalmente. Tre come i magi. Erano in fondo alla scala sociale, evitati da tutti tranne che dal Figlio di Dio, che in loro si identificherà più volte. Allegorica anche l’ultima statuina: un giovane che trascina un vitello. Il riferimento alla parabola del figlio prodigo mi sembra evidente: è il simbolo della gioia del Padre. E dell’infinita festa che ci attende.

Un doppio sì

maria e giuseppeNel vangelo non c’è solo l’annunciazione dell’angelo a Maria, ma anche quella a Giuseppe. Ne parla Matteo; è il brano letto questa mattina in tutte le Messe. Questo “doppio sì” all’ingresso di Dio nella storia getta una luce nuova sul rapporto tra il creatore e la coppia. Così lo commenta padre Ermes Ronchi (qui la versione integrale).

“Dentro ogni coppia Dio è all’opera: cerca il doppio sì dell’uomo e della donna, senza il cui coraggio neanche Dio avrebbe dei figli sulla terra. Nelle relazioni, nella casa, Dio ti sfiora e ti tocca, lo fa in un giorno in cui sei così ubriaco di gioia da dire a chi ami parole stupite, totali, eterne, lo fa in un giorno di crisi, di dubbi, di lacrime. Giuseppe, benché innamorato, decide di lasciare la fidanzata, per rispetto non per sospetto; non vuole denunciarla, ma continua a pensare a lei, insoddisfatto della decisione presa, a lei presente perfino nei suoi sogni, a lei che lo ama riamata. Poveri di tutto Maria e Giuseppe, ma Dio non ha voluto che fossero poveri d’amore, perché se c’è qualcosa sulla terra che apre la via alla trascendenza, questa cosa è l’amore”.