Pagine mistiche

pagine misticheNella Giornata della memoria di quest’anno il consiglio di lettura è quasi scontato. E’ appena uscito, per l’editrice Ancora, un prezioso libro su Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943 e nota in tutto il mondo per il Diario e le lettere dal campo di smistamento. Sono pagine mistiche, come evidenzia il titolo. Molte delle quali, tra l’altro, ancora inedite in Italia.

L’autrice non mi è nuova. Cristiana Dobner, moanaca carmelitana, è collaboratrice del Sir, l’agenzia con cui anch’io collaboro. Ci sono tutte le premesse per una nuova vibrante esperienza di quella misteriosa comunione e consegna che fanno di Etty non solo il “cuore pensante" della baracca di Westerbork ma dell’intero nostro tempo.

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Approdi per naviganti

Sono giorni di lavoro intenso. Meno male che poi capita che ti si spalanchi davanti qualche sorsata di quello buono. Oggi due: qui e qui.

Qui sei amato

abbe pierreLa scomparsa, a 94 anni, dell’Abbé Pierre lascia un gran vuoto nella coscienza del mondo. Era il 1954 quando lanciò il suo primo appello. Si concludeva così: “Bisogna che questa sera stessa, in tutte le città della Francia, in ogni quartiere di Parigi, dei cartelli siano appesi sotto una luce nella notte, alla porta dei luoghi dove ci sono delle coperte, un giaciglio, una minestra, e dove sotto questo semplice titolo, Centro fraterno di riparazione, si leggano queste semplici parole: «Tu che soffri, chiunque tu sia, entra, dormi, mangia, riprendi speranza, qui sei amato».

Quarant’anni dopo, in una sorta di “testamento” racconta le tappe della sua vita. Annoto voracemente le frasi che spuntano qua e là: Abbiamo bisogno di persone contagiose. E di un’umanità più umana. La vita è imparare ad amare.

Vignette d’infinito

peanuts_3_bigMi ha molto incuriosito leggere sull’edizione online del “Corriere” la notizia circa la spiccata presenza di riferimenti religiosi nei fumetti. Da una rapida occhiata ai siti citati ce n’è davvero per tutti i gusti! Non posso dire che sia una sorpresa, vista la mia assidua frequentazione di Mafalda e Charlie Brown, ma i supereroi proprio mi mancavano.

È stata anche l’occasione per rileggermi il bell’album di Dylan Dog “Lassù qualcuno ci chiama” che mi regalò, a Natale di sei anni fa, il caro preside Mercuriali. Lo aveva colpito, nelle ultime pagine, un riferimento al dialogo fra il cardinal Martini e Umberto Eco (“In cosa crede chi non crede?”, edizioni Liberal 1996). Poco più di una citazione, ma sufficiente per insinuare qualche domanda.

Non so se risponda a una moda o ad una tendenza un po’ esagerata di qualche appassionato americano. O se dietro ci sia qualcosa di più. Credo comunque che l’Onnipotente qualche sbirciatina ai fumetti se la conceda ogni tanto. In quanto a senso dell’umorismo non lo batte nessuno.

Più e meno


La genesiHaim Baharier, nato a Parigi da genitori ebrei polacchi sopravvissuti ad Auschwitz, è uno straordinario commentatore della Torah. Nel periodo natalizio mi sono imbattuto nel suo agile “La Genesi spiegata da mia figlia”: ieri era la giornata per il dialogo ebraico-cristiano e mi è tornato in mente il suo commento, ispirato dalla piccola Avigail, protagonista con lui di affollatissime serate di esegesi in un teatro milanese.

Non è stato facile stargli sempre dietro, nell’arrampicata lungo le radici delle origini, ma alla fine mi resta impresso un concetto spesso ripetuto nel libro: il di più viene dal meno. E l’essere in più porta con sé un compito: insegnare ad accogliere: “Parlare di coppia, è anche parlare di popolo e di popoli, partorire l’identità accogliente prima all’interno della propria identità, poi nei confronti delle altre”.

Sono i paradossi della sapienza ebraica: aggiungere è sottrarre. E togliere è dare. “Studiavo da anni quando nacque mia figlia”, scrive Baharier. “E tutto quello che avevo appreso fino ad allora divenne in quel momento pregnante, nuovo; col tempo, più chiaro. Capii che io, l’essere umano che continuamente cerca, avevo generato l’essere che cerca e si lascia trovare”.

Incontriamoci per strada

stradaLa meta è partire (G. Ungaretti)

Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece paura che possa non cominciare mai davvero (J. H. Newman)

Solo chi non cammina non ha mai bisogno di chiedere la strada (G. Alberione)

Fra ieri e oggi sono quasi bombardato da frasi come queste, forti stimoli a verificare la direzione del proprio cammino e, soprattutto, di non essere fermi. Che vogliano dirmi qualcosa?

Piccola principessa di Dio

Strano l’incontro di oggi. Conoscevo già la storia di santa Elisabetta di Ungheria, eppure non mi aveva mai toccato tanto come poco fa, capitato per caso fra le pagine di una rivista del terz’ordine francescano.

Elis_Ungheria13Nata ottocento anni fa nella famiglia reale ungherese, a soli quattro anni Elisabetta è promessa all’erede al trono di Turingia, che sposa a tredici anni. Le testimonianze parlano di un matrimonio profondamente felice, tanto che quando nel 1227 – lei ha vent’anni, Francesco d’Assisi è morto appena un anno prima – il marito Ludovico muore ad Otranto di malaria, lei lascia tutto, si fa penitente francescana e si dedica ai poveri. Sono anni così intensi e generosi da consumare il suo fragile corpo e portarla alla morte nel 1231, ad appena 24 anni d’età (la stessa età in cui morirono Pier Giorgio Frassati e Teresa di Lisieux). Ancora quattro anni e nel 1235 è proclamata santa.

Donna innamorata e madre affettuosa, laica, contemplativa e dedita incondizionatamente alla carità. Sono le definizioni che la descrivono di più. Dei tanti aggettivi, il più bello e completo è forse il più asciutto e francescano: piccola.

Una buona compagnia per quest’anno.