“Il silenzio fa come l’acqua che riempie i vuoti”

fuschiniÈ morto ieri a Ravenna don Francesco Fuschini. Aveva 92 anni. Nato nell’ultima casa romagnola, tra le province di Ravenna e Ferrara, fu battezzato di nascosto, clandestinamente, “altrimenti gli altri fiocinini avrebbero preso in giro mio babbo dicendogli che teneva in casa della carne battezzata”. La sua vocazione, però, era quella del pescatore di anime, non di anguille. Pescatore di anime in una landa deserta di fede, ma in compenso ricchissima di umanità. E scrittore di razza. “Usava la penna come pulpito”, si è detto di lui. Dal Frontespizio all’Avvenire d’Italia, dal Resto del Carlino fino all’Osservatore romano, le sue “parole poverette” hanno varcato l’argine del grande fiume, con il loro “sugo d’uomo allo stato puro”.

Per me è stato una scoperta recente, un incontro straordinario. Discreto e tiepido come “quello sbadiglio di luce che è un giorno d’inverno”. Galantuomo "come un bicchiere di Sangiovese per annegarci dentro le castagne".

Indimenticabile la predica all’ultimo anarchico, capace di “un bene forte e romagnolo”: “Fai pure come ti pare, anarchico, ma non la scampi. Sei un uomo che cavalca paradossi evangelici; sei un ‘puro di cuore’: e chi ti salverà dal Paradiso?”.

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Bilancio di Natale

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Esplode la guerra in Somalia: aeroporti bombardati e migliaia di persone in fuga. Centinaia di morti per lo scoppio di un oleodotto in Nigeria. Almeno tre bambini uccisi, e altri sei feriti, da un ordigno nella città petrolifera di Kirkuk, nel nord dell’Iraq. È il tragico bilancio di un altro Natale di sangue. Come la prima volta, duemila e più anni fa, il mondo pare non essersi nemmeno accorto del brivido di speranza che ha percorso la sua notte, e ha ripreso ad oscurar le stelle con tragici fumi di morte.

Nel feroce conteggio di questo Natale, una notizia sovrasta le altre per la sua carica paradossale. Con i soldati americani spazzati via ieri e oggi in due imboscate a Baghdad, il numero dei militari Usa morti in Iraq raggiunge la cifra di 2.978, cinque in più rispetto alle vittime degli attentati dell’11 settembre. Quando il rimedio è peggiore del male.

Viene da chiedersi a cosa serve festeggiare il Bambino, quando migliaia di altri piccoli non vedranno più – o mai – la luce del giorno. Forse, però, è il segno che abbiamo ancora più bisogno del Natale. Non delle sue luccicanti illusioni, ma della sua scandalosa verità; del suo cambio di prospettiva rispetto a come va il mondo; del sogno di Dio che ci appare per un attimo l’unica via davvero umana.




Un anno di segnalibri

segnalibro piccoloOggi questo blog compie un anno: dodici mesi di segnalibri che spuntano qua e là tra i fogli di questo consumato 2006, e ne tirano fuori non poche pagine di vita da ricordare e condividere. Un anno di doni ricevuti; di immagini fisse nel cuore; di parole da sfogliare e di momenti per cui ringraziare. Mi ha fatto conoscere persone nuove e ritrovare degli amici. Ha registrato domande e pensieri di passaggio. Ha illustrato grandi fatti e piccoli passi. Ha fatto un po’ di compagnia. Grazie.

Buon Natale!

natale2

Dio ha dato il suo Figlio per noi
e noi, pur senza vederlo,
crediamo in Lui e lo amiamo.
Il suo amore ci basta. 

Benedetto XVI – Verona, 19 ottobre 2006
 

BUON NATALE

La sera della vigilia

in camminoAndiamo a vederlo. Percorriamo all’indietro questa lontananza che pare immensa, scendiamo questa torre di duemilasei Natali fra noi e lui. In questi giorni gli uomini si fanno formiche a trascinar nel loro buco quanta più roba sono capaci, e la sera della vigilia vivi si fanno murare nel formicaio e stuccano ogni fessura perché la felicità non scappi.

Betlemme è lontana: una foresta di secoli fra la nostra nascita e la sua. Beati pastori, che avevano soltanto qualche pendio di collina, qualche greto di torrente, forse un quarto d’ora di marcia. A noi tocca scavalcare la storia, questa muraglia dall’immane spessore dietro cui non giunge il tuo vagito, non il coro degli spiriti a noi tardissimo nati.

Dieci parole

…trovarono Maria e Giuseppe e il bambino giacente nella mangiatoia.

È tutto. Questo presepio di dieci parole è dell’evangelista Luca che nemmeno lui lo vide, come non lo vide il suo maestro Paolo di Tarso: soltanto quei pastori notturni polverizzati nel nulla. Tre nomi, un arnese. Facciamolo anche noi così piccolo e vero il presepio. Leggiamo e rileggiamo queste dieci parole – come ci si curva su un diamante fino ad appannarlo col fiato. Sono tutto il nostro Natale: le ha scritte un medico di Antiochia, senza che la sua penna tremasse per la tentazione di dire di più.

(liberamente adattato da: Luigi Santucci, “Una vita di Cristo. Volete andarvene anche voi?”)

Figlio di un vento di parole

copljc.aspLetto in un’ora, anche meno. Con la posta di oggi è arrivato anche il regalo di don Francesco. Erri De Luca, “In nome della madre”. Commovente, dolcissimo, misterioso. Come la storia che racconta dando la parola a lei, la madre. Una ragazza tenera e forte, tutta suo figlio.

Altissima la statura di Giuseppe: difficile immaginare un uomo che sappia amare di più. “E’ una faccenda che ha bisogno di amore a prima vista – dice alla sposa, davanti alle incomprensioni dei religiosi e dei saggi – mentre loro s’ingarbugliano sui codici, le usanze. Per loro tu sei pietra d’inciampo, per me sei la pietra angolare da cui inizia la casa”. “Da dove prendi la forza di stare da solo contro tutti, Iosef?”. “Da te, risponde”.

La prima mossa

Avvicinandosi la festa, la mia scrivania si affolla di ritagli natalizi, per lo più incipit o chiusure di articoli letti in questi giorni.

Da incorniciare l’attacco di Alda Merini su “Avvenire” di ieri: “E’ Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra”.

presepe3Sembra proseguire il discorso Giorgio Israel, ebreo, poche pagine più avanti: “Ho accompagnato tante volte delle compagne di scuola a comprare le bellissime figurine dei presepi di stile napoletano e sono ancora qui, senza aver perso nulla della mia identità ebraica. È molto più importante sbarazzarsi di questo Babbo Natale politicamente corretto, con la pelle multicolore e vestito da Arlecchino e la slitta vuota di spiritualità e carica di cellulari”.

Per finire con la chiusa di Pierangelo Sequeri: “La partita fra Dio e il mondo si gioca proprio lì. A Natale, Dio fa la prima mossa”. Anche quest’anno.