Piccoli tamburi di pace

assisi 27 ottobre 2006Di quella storica giornata ne avevano solo sentito parlare, e molti ancora ignorano che la loro festa di oggi l’ha inventata un papa, vent’anni fa. Per i novecento bambini che hanno riempito di occhi attenti e curiosi l’auditorum della Cittadella, vent’anni dopo il primo incontro interreligioso di Assisi, il 27 ottobre 1986, le grandi fedi e spiritualità del mondo hanno il volto del compagno di scuola, dell’amico di giochi, del vicino di casa.

Sarebbe contento Giovanni Paolo II di vedere che il suo testimone è stato raccolto dai più giovani; di saperli riuniti insieme, a pochi passi dalle strette viuzze già calpestate da Francesco in un tempo lontano ma, tutto sommato, non tanto diverso dal nostro. Sono troppo piccoli per ricordare anche l’11 settembre 2001, che pure ha cambiato il loro futuro. Faticano soprattutto a capire come Yussef o Amina, con lo zainetto uguale al loro e la stessa voglia di giocare, possano costituire una minaccia per la nostra società.

Le lezione di vent’anni fa ha fatto scuola. Nel senso letterale del termine. L’idea, lanciata dalla rivista “Scuola italiana moderna”, di una giornata delle religioni per la pace, nelle scuole primarie, il 27 ottobre di ogni anno, è la sapiente traduzione dell’intuizione di papa Wojtyla, che davanti alla Basilica inferiore affidò la causa della pace specialmente ai giovani, “perché possano contribuire – auspicò allora – a liberare la storia dalle false strade in cui si svia l’umanità”. La fragile pace in mani piccole: una follia degna del giullare di Dio e del pontefice pellegrino ai quattro punti cardinali. Un’utopia raccolta oggi da chi vive tutti i giorni una sfida altrettanto esaltante e impegnativa, quella dell’educazione.

“Esiste un’altra dimensione della pace e un altro modo di promuoverla”, ricordava Giovanni Paolo II nel 1986 ai diversi leader religiosi parlando della preghiera. “Un modo che non è il risultato di negoziati, di compromessi politici o di mercanteggiamenti economici”. Ce n’è almeno un altro, che passa dalle aule e dai cortili delle scuole. Non ci sono solo war games, giochi di guerra, nel bagaglio dei nostri figli. Ad Assisi ieri hanno giocato alla pace, ma quando i bambini giocano fanno sul serio. E in un tempo in cui i piccoli vanno in pagina solo per gli abusi di cui sono vittime, e le tradizioni spirituali per le reciproche incomprensioni, centinaia di bambini delle diverse religioni che fanno festa insieme è una notizia che merita i titoli più grandi.

Crocevia dell’integrazione, palestra di dialogo, laboratorio di convivenza. Sono molte le definizioni attribuite alla scuola. Belle e impossibili, però, se viene lasciata sola in questo compito. L’Umbria, cuore spirituale d’Italia, è la seconda regione del Paese in quanto al numero degli studenti immigrati. Eccoli qui, oggi, con i tamburi e i drappi degli sbandieratori medioevali, il riproduttore digitale di musica in una mano e nell’altra i loro disegni su Giovanni Paolo II. Cantano la storia di Francesco, ascoltano storie di pace. E il monito severo di Martin Luther King: “Abbiamo imparato a volare come gli uccelli e a nuotare come i pesci, ma non abbiamo ancora appreso a vivere come fratelli”.

Al recente convegno ecclesiale di Verona, l’emergenza educativa del nostro tempo è risuonata in tutti gli ambiti della riflessione. Occorre investire di più in formazione, si è chiesto. E inserire segni di speranza nelle pieghe della vita quotidiana. Ad Assisi, il 27 ottobre di quest’anno, si è fatto l’uno e l’altro.

Fede e Arena

ph_verona-cattedrale-arena_grph_convegno-verona2006-cpp-001_grph_convegno-verona2006-cvit-001_grph_asuaimagine-verona-16102006-005_grE’ difficile per me raccogliere in poche righe le indimenticabili giornate di Verona. La lunga preparazione, i dialoghi carichi di attesa, la trepidazione della vigilia hanno lasciato lo spazio a un intenso rincorrersi di volti, parole, preghiere, intuizioni impossibili ora da mettere in ordine, ma seminati senza risparmio nel mio animo.

I frutti non so prevederli. Mi escono a fatica anche le parole, tanto vorrei che non suonassero scontate, enfatiche, irrimediabilmente viziate di gergo ecclesiale. Per me Verona è stata soprattutto una collezione di incontri, una mappa delle cose essenziali. Se la speranza – come ho trovato scritto alcuni giorni fa in una bella vignetta – è aprire bottiglie finché non trovi il messaggio, forse tocca anche a ciascuno di noi nascondere qua e là qualche biglietto.

I colori dell’autunno – 1

zuccheHo provato a trasformarle in carrozze, ma con scarsi risultati. Meglio così: poco dopo sono diventate dei fantastici gnocchi. Alla faccia di Halloween…

La forma della gioia

risortoDelle molte foto scattate a Roma negli ultimi giorni ho scelto questa. Un particolare della Risurrezione che riempie gli occhi entrando in aula Nervi. Mi piace riassumere sotto questo sguardo il pellegrinaggio della Romagna in ricordo di Giovanni Paolo II. È soprattutto questo, infatti, il motivo di tanta gioia. E l’invasione dei diecimila romagnoli all’ombra del Cupolone è stata davvero una testimonianza festosa e appassionata.

Lo slancio del Risorto mi ricorda anche il Convegno ecclesiale che si aprirà a Verona tra una settimana esatta. Mi piace legare i due eventi: in entrambi i casi ci sono dei credenti che si mettono in cammino, unendosi ad altri, per ascoltare e pregare. E dare una forma visibile alla propria gioia.

Pennellate di cielo per Mariacristina

tramonto 3 ottobre 2006

Voglio ricordare con i colori del tramonto di oggi Mariacristina Gori, collega e studiosa sensibile e appassionata. Il rosso che è esploso poco fa, proprio nel cielo sopra Forlì, lei ora lo vede con occhi ancora più dolci e profondi. I nostri, un po’ gonfi a dire la verità, devono a lei l’aver goduto di tanta bellezza antica.