Sul comodino

cbcd72d87d571498b023859b15ebec13Sono rimasto molto colpito da un’indagine sul mercato librario, i cui risultati sono stati anticipati nei giorni scorsi. Nel 2005 in Italia il 58 per cento della popolazione non ha letto alcun libro, se non quelli scolastici o di uso professionale. Il restante 42 per cento di lettori fa una magra figura a confronto con il 61 della Francia, il 66 della Germania e il 73 del Regno Unito. Ma c’è di più: solo 5 italiani su 100 leggono un libro al mese, e sono sempre più forti gli squilibri tra Nord e Sud, dove 19 comuni su 20 non possiedono neppure una libreria. C’è da pensare, no?

Prendendo alla lettera il titolo del mio blog, ho pensato perciò di riproporre qui, in questa vigilia di agosto, un gioco al quale quanti mi conoscono hanno già avuto modo di partecipare. Allora si trattava della “biblioteca essenziale” ma, vista l’atmosfera di vacanza, forse potrebbe bastare scambiarci i titoli di ciò che abbiamo “sul comodino”. Cosa stiamo leggendo? Che bel libro ci fa compagnia in questa estate?

Naturalmente comincio io. Dopo aver concluso “New York brucia?” di Dominique Lapierre e Larry Collins (ma i due autori hanno fatto di molto meglio…), il mio segnalibro taglia ormai a metà “Una vita di Cristo” di Luigi Santucci. Sottotitolo: “Volete andarvene anche voi?”. Si tratta di un lungo racconto che mi hanno regalato Romina e Marco alcuni mesi fa, scritto con grande stile letterario e una rara profondità. Tanto che lo leggo a piccoli sorsi, voglio farlo durare.

Chi vuole arricchire la pila sul comodino, si accomodi.

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La strada sbagliata

bimba in un rifugio ad HaifaNon c’è pace per la Terra Santa. Da oltre una settimana, nel Libano e nel nord della Galilea si vive con l’incubo dei bombardamenti. Un nuovo fronte dopo quello già aperto nella striscia di Gaza, invasa dall’esercito di Tel Aviv in seguito al sequestro di un militare israeliano. Il rapimento di altri due soldati con la stella di Davide da parte degli Hezbollah libanesi ha scatenato la pesante rappresaglia israeliana e, di contro, la pioggia di missili su Haifa e dintorni. Il risultato è di duecento morti in sette giorni e 700mila sfollati nel solo Paese dei cedri e il rischio, reale, che si inneschi una spirale di guerra di proporzioni ancora più vaste nell’instabile scacchiere mediorientale.

Abbiamo quasi fatto l’abitudine alle cronache di guerra in questo primo scorcio del nuovo secolo, che in pochi anni ha già riesumato il peggio del precedente, dal quale d’altronde ha ereditato questioni irrisolte e antiche ingiustizie, insieme all’illusione che le armi risolvano i conflitti e alla sconcertante impotenza dei “grandi” della terra, Nazioni Unite in testa a tutti. Le parole più chiare, anche in questa circostanza, le ha dette il Papa: «All’origine di tali spietate contrapposizioni vi sono purtroppo oggettive situazioni di violazione del diritto e della giustizia. Ma né gli atti terroristici né le rappresaglie, soprattutto quando vi sono tragiche conseguenze per la popolazione civile, possono giustificarsi. Su simili strade – come l’amara esperienza dimostra – non si arriva a risultati positivi».

In Medio Oriente serve qualcosa di nuovo, che veda l’Onu protagonista e l’Europa fare la sua parte: se non altro per la coscienza delle proprie responsabilità circa le origini di tanti squilibri. Anche qui, come in altri inquietanti scenari mondiali, non c’è alternativa al dialogo tra le parti, appoggiato con forza da tutti: è l’unica via capace di dare stabilità al silenzio delle armi e al rispetto dei diritti. Una strada in salita, senza dubbio, e certo la meno percorsa. Ma il sangue degli innocenti esige di non essere versato invano. Sarebbero morti due volte.

Non sono poi tanto lontani da noi il Libano in ginocchio, i profughi senza speranza di ritorno, i genitori che – avendo due figli – li mandano a scuola su autobus diversi. O le domande nascoste tra le lacrime di Angelica, che scrive dalla Galilea: “Ci risiamo. Siamo di nuovo in guerra. Un’altra di quelle guerre che non vogliamo, che non abbiamo cercato, che non abbiamo provocato. E’ luglio. Siamo gia pronti per cogliere le mele, i kiwi, qui, nei nostri frutteti. Perchè non impegnarsi a costruire invece di distruggere tutto?”.

copertine.murgiaLa strage degli innocenti

Me la ricordavo ironica e agguerrita. È stato un piacere ritrovarla, per niente cambiata, sulle pagine del suo primo libro. Michela ha la scorza dura come la sua terra di Sardegna. E la stessa luminosità.

Il suo “romanzo tragicomico”, autobiografia di trenta giorni di co.co.pro., è uno spietato e illuminante racconto di cosa accade spesso nei call center. “Il mondo deve sapere” (Isbn edizioni) rivela la faccia sporca dei contratti precari: giovani spolpati fino in fondo all’anima.

Se non fosse per la scrittura frizzante e l’umorismo coraggioso con cui ci sbatte in faccia il “kamasutra del marketing”, ci sarebbe da starci male. E sarebbe anche giusto. Ha ragione Michela: il mondo deve sapere.

La famiglia non è una via crucis

“Urbano, Rodolfo, partite anche voi per le vacanze?”. “Vacanza? Una Via crucis!”. Si sfoga con le quattro ragazze sulla decappottabile bianca il disperato vigile urbano Persichetti. Lo spot di un noto gestore di telefonia mobile, che sta imperversando sui nostri teleschermi, racchiude un’amara verità. La famiglia è considerata spesso come un peso, un limite alla libertà. Una via crucis, appunto. Meglio single piuttosto che col fardello dei familiari al seguito, specie se comprende una suocera che scorda le pasticche nella valigia “in fondo a tutto”.

La pubblicità, specchio dei nostri tempi, non manca di scherzarci su. In realtà, però, c’è poco da ridere. Le famiglie italiane, rivelano impietose le cifre, si restringono e si indeboliscono. Sempre più, l’amore è eterno “finché dura”. E “tengo famiglia” sembra quasi la diagnosi di una malattia incurabile. A rimetterci, lo sappiamo, è l’intera società. Se il Paese tiene, spesso è proprio perché le famiglie si fanno carico delle sue fragilità.

Timidamente inizia ad accorgersene anche la politica. Non è retorica affermare che la famiglia è la struttura essenziale della società. Un elemento naturale, sottoposto però alle dinamiche culturali. E dunque anche alle bufere di certo relativismo che rende la libertà individuale un idolo cui sacrificare tutto. Mai come oggi, invece, abbiamo bisogno di famiglie solide, perché cresce la povertà di quelle relazioni umane “costruttive” che nessun’altra istituzione può offrire.

Il problema non è solo economico e giuridico. È una questione antropologica, dice la Chiesa. Ossia umana: che investe i fondamenti stessi dell’essere uomo. “Non troviamo più il tempo per raccontare ai nostri figli ciò che conta davvero”, confessava qualche giorno fa ad un quotidiano una coppia di genitori. È per questo che la trasmissione della fede in famiglia è il tema al centro dell’incontro mondiale delle famiglie, in corso a Valencia.

Nella Spagna dei divorzi facili e dell’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio, non è una crociata quella che la comunità cristiana sta celebrando, ma un atto di fiducia e di vicinanza alle famiglie. Un investimento nel futuro. Quello che oggi nessuno sembra voler fare. Talvolta l’impressione è che sia rimasta solo la Chiesa a dire che la famiglia non è un calvario ma, semmai, una beatitudine. Per le persone e per la società, compresi i single in vacanza.