Dietro le apparenze, un Io triste

Mi passa davanti agli occhi un articolo di qualche mese fa del sociologo Mauro Magatti. “Dietro le apparenze, un Io triste”. L’inizio attira la mia attenzione per la impressionante somiglianza con quanto leggevo ieri in merito ad una recente indagine, che dipinge come “nuovi infelici” i giovani adulti tra i 25 e i 45 anni. Una generazione, dicono, che vive un presente senza mezzi e non ha speranza per il futuro. A rischio depressione, aggressività, crisi sentimentali. E vittima dell’incomunicabilità, a giudicare da quanto si chiede, acutamente, lo stesso Magatti: siamo liberi dagli altri o semplicemente soli?

Domande grosse, da non sottovalutare, anche se la mia reazione istintiva – sarà perché in quanto ad età ci capito nel bel mezzo…  – è quella di giudicare esagerate simili conclusioni. E però un fondo di verità c’è: siamo malati di scontentezza, e di gelosia per la felicità degli altri. È la condanna di chi è abituato ad ottenere senza cercare. Certo, la gioia uno non se la può dare. Quello che si può – e forse si deve – fare è far scendere in profondità qualche scelta importante, cui restare fedeli. Credo fosse questo ciò che permetteva ad Etty Hillesum di salire sul treno per Auschwitz cantando, come all’inizio di un pellegrinaggio.

Su questo terreno, inoltre, bisogna abbandonare la distaccata terza persona plurale delle analisi e coniugare tutto alla prima singolare. Lo diceva anche un film, qualche anno fa: Chiedimi se sono felice.

pasqua 2006
Domenica, la Pasqua raccontata in punta di cuore

don LuisitoE Pasqua? Confesso che questo giorno era rimasto fuori dal gioco quotidiano che ha riempito la grande Settimana di sei “meditazioni” da vedere e sfogliare. A colmare il vuoto ci ha pensato, senza volerlo, un’amica carissima con un regalo davvero dei suoi. C’era una volta Pasqua al mio paese. L’ultimo libro di Luisito Bianchi. Nelle sue mani la penna è pennello, scalpello e forse anche spugna vista la pulizia che la lettura dei suoi scritti lascia nell’anima. “Forse – prendo a prestito le sue stesse parole – è l’effetto d’un paio di lacrime salite dal cuore agli occhi per curiosare senza chiedermene l’autorizzazione. Certamente un paio di lacrime tanto indipendenti dovete portarvele addosso anche voi…”.

Non vi meravigliate se si affacceranno mentre, sfogliando i ricordi e le storie di don Luisito, vi troverete in compagnia del centurione del Golgota o delle guardie del sepolcro. O, definitivamente liberati, nelle maglie della rete pasquale.

Venerdì, la passione continua

hotelDei troppi Golgota che ancora si ergono nel venerdì santo della storia, molti sono quelli africani. Me lo ha ricordato, qualche settimana fa, un film visto a scuola, nel cineforum proposto dagli studenti. Hotel Rwanda è una pellicola dai grandi meriti, a cominciare da quello di raccontare un olocausto nero le cui conseguenze durano ancora oggi. Nell’aprile di dodici anni fa cominciava, nel paese centrafricano poco più esteso del Piemonte, un massacro che in cento giorni fece quasi un milione di vittime, fra l’indifferenza e l’ipocrisia internazionale. Quando muoiono degli innocenti, c’è sempre un Pilato che se ne lava le mani. Si vede anche questo nel film che, pur senza indulgere a rappresentazioni raccapriccianti, riporta in primo piano il tema della pulizia etnica. Una spirale di odio a colpi di machete cui solo il senso di dignità e l’integrità di piccoli grandi uomini è capace di mettere un argine. Così, alla fine della proiezione, oltre agli occhi umidi e ad un nodo allo stomaco, resta anche la fierezza per un’umanità degna di essere ancora chiamata tale. L’Uomo è il crocifisso, non i crocifissori. Adorare la croce significa essere disposti a tutto perché non ci siano più madri piegate sui corpi esanimi dei figli.

Sabato, il grande silenzio

film il grande silenzioE proprio questo è il titolo dello strano film che sta mietendo successi un po’ dovunque. Il grande silenzio. Due ore e quaranta di vita monastica, senza altro commento che la voce del creato e della preghiera. Sarà un bel modo per far sì che la gioia della risurrezione possa echeggiare senza disperdersi nelle pareti isolanti con cui spesso foderiamo il cuore. Auguri, dunque, in ascolto del grande silenzio che parla.

Giovedì, questo è il mio sangue

4799_8083“Questo è il mio sangue, che è dato per voi”. Le parole di Gesù durante l’ultima cena mi riportano ad uno degli episodi che Giorgio Bernardelli racconta nel suo Oltre il muro, il libro che questo giovane giornalista ha dedicato al dialogo tra israeliani e palestinesi in Terra Santa. Si tratta delle donazioni incrociate di sangue, promossa dal Parent’s Circle, l’associazione che raccoglie oltre cinquecento famiglie – di entrambi i popoli – che hanno perso qualche familiare negli attentati suicidi o nelle rappresaglie militari. Per noi, assuefatti alle notizie a senso unico che ci giungono dal Medio Oriente, la cosa ha dell’incredibile: genitori israeliani che vanno all’ospedale di Ramallah a donare il sangue, ed altri palestinesi in fila davanti ai centri trasfusionali con la stella di Davide. “Quello stesso sangue versato dai propri cari a causa dell’odio – commenta l’autore del libro – è diventato addirittura un dono per aiutare l’altro a risanare le proprie ferite”. Non è anche questa eucaristia?

Mercoledì, quando fissarono un prezzo per l’uomo

Etty_HillesumNella mia copia, non c’è pagina che non abbia qualche sottolineatura o segno. E ne trovo le citazioni anche in tanti blog! Il Diario di Etty Hillesum è senza dubbio il libro che più mi ha segnato negli ultimi tempi. Sono due anni esatti da quando lo lessi per la prima volta. Nella Settimana santa, mercoledì è il giorno in cui l’uomo viene venduto, il momento in cui si prepara la “soluzione finale” di Caifa e i suoi. Tutto è pronto. Se ne era accorta anche Etty, dalle notizie che arrivavano dal resto d’Europa. Era davvero questione di poco. E lei? “Il buffo è che non mi sento nelle loro grinfie, sia che io rimanga qui, sia che io venga deportata… Non mi sento nelle grinfie di nessuno, mi sento soltanto nelle braccia di Dio”. Un Dio al quale lei, ebrea, dà del tu: “Una cosa diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini”.

Mi piace quest’idea del disseppellire Dio dai cuori devastati. Una sorta di partecipazione alla risurrezione di Gesù. Di continuarla oggi. Parafrasando una celebre espressione di Angelo Silesio sul Natale, fosse risorto Gesù mille volte dal sepolcro, ma non ancora in te… Chi può dar voce alla speranza meglio di questa giovane ragazza, che scrive il 14 luglio 1942: “Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera”.

Martedì, il tempo si fa breve

oscarVisto il titolo, forse sarebbe stato questo il libro di Eric-Emmanuel Schmitt adatto per il secondo giorno della Settimana, ma “Il vangelo secondo Pilato” non mi è piaciuto granché. Troppo improbabile il Gesù in prima persona che si “arrende” alla sua missione. Molto più vero il bambino protagonista di Oscar e la dama in rosa, dove Dio prende per mano e conduce nel cuore del mistero della morte e della vita.
Ho aperto con lui questo blog, a Natale, ed ormai a Pasqua torno a godere della sua compagnia. Insieme a quella di Nonna Rosa, la vecchietta in camice rosa appunto, “con tutte le rughe simili a raggi di sole attorno agli occhi”. Ai piedi di una croce anche lei, e tutti e due a fissare il crocifisso della cappella dell’ospedale. “Se Fossi Dio, io non mi sarei lasciato ridurre in quel modo”. “Rifletti, Oscar. A chi ti senti più vicino? A un Dio che non prova niente o a un Dio che soffre?”.
La risposta di Oscar tarda poche pagine. Quando Dio va a trovarlo, in ospedale. Era lui, tutto intento a “fabbricare l’alba”. L’alba sempre nuova dell’incontro. L’alba in cui “mi trovavo vivo. Fremevo di pura gioia. La felicità di esistere. Ero incantato”. Adesso sì che Oscar può chiudere gli occhi, e riposare. Fino a quando Dio tornerà a svegliarlo. Solo lui, dice il biglietto lasciato sul comodino, ha il diritto di farlo.

Tre libri e tre film. Ho deciso di scandire così, in questo spazio, i sei giorni della settimana santa. Un po’ per riprendere alcuni spunti dei giorni scorsi che il tempo non mi ha permesso di pubblicare. Un po’ per condividere una riflessione, abbastanza laica, sulla settimana della nuova creazione dell’uomo. Non credo distrarranno dal mistero che queste ore continuano a rivelarci senza timore di ripetersi anno dopo anno. Chi vuole cimentarsi con lo stesso “gioco”, è il benvenuto.

Lunedì, crollano le distanze

Il vangelo di oggi è tra i più intensi e affascinanti. Protagonisti una donna innamorata e un vasetto di profumo interamente versato. L’amore spreca, sfida il buonsenso, mescola lacrime e dolcezza. Conservo apposta una piccola boccetta di nardo di Gerusalemme, per non dimenticare la lezione.
Del racconto mi colpisce soprattutto il contatto fisico tra Gesù e la donna. L’intimità di un gesto che polverizza ogni distanza e condanna ogni pregiudizio. Logico che il pensiero vada ad un film sorprendente, che ho visto due volte in tre giorni:
Crash – contatto fisico.
FP_crash01
Aveva ragione a consigliarmelo Marta Viola, una delle studentesse più sorridenti che conosco. Ci sta bene all’inizio di questa settimana incamminata verso la pasqua. Racconta infatti storie in cui non è difficile riconoscere tratti reali, e personali: vite inaridite dalla diffidenza, dall’incomunicabilità, dalla paura. Ci sono sconfitte e ingiustizie. Ma anche sorprese, tenerezza, perdono. Una luce in mezzo a troppe ombre è una bimba con la sua fede. E da lì in poi, tante piccole risurrezioni. Persone cioè capaci di ritrovare il contatto vero con l’altro, e quindi anche con se stessi. E magari anche con quel cielo da cui, alla fine, scendono incredibili fiocchi di neve su questi attimi, finalmente, di pace.