Caro prof, oggi le voglio proprio dire che…

BS00622AUno degli aspetti più difficili, ma anche fonte di grandi doni, del mio lavoro è l’appuntamento con le “lettere al prof”, un’opportunità che offro ai miei studenti due volte l’anno. Un’occasione che viene sempre sfruttata senza risparmio d’inchiostro. E di piccoli e grandi sfoghi.

Anche questa sera sono in loro compagnia. Ce n’è per tutti: per gli insegnanti (“Loro non sanno chi siamo e probabilmente non gli interessa affatto”), per gli adulti (“Sono fondamentalmente preoccupati che diventiamo come loro”), per una certa retorica diffusa (“Tutti dicono che i giovani sono il futuro e la speranza, eppure finiscono per strapparci sistematicamente le ali…”). Chi se la sente di dar torto a questi ragazzi ormai diciottenni?

Una frase la tengo cara per me. “L’ora di religione non la fa la Chiesa, la facciamo noi”. Mi è piaciuta. Credo non sia un’accusa nei confronti dell’istituzione ecclesiale, e neppure l’eco del dibattito sulla laicità. Ma, semplicemente, una delle più belle definizioni di scuola.

L’amore è il programma

“Nella mia prima enciclica desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri”. Ha scelto un tema difficile Benedetto XVI per inaugurare il suo magistero scritto: non è facile parlare dell’amore ad un mondo che ne ha fatto una parola inflazionata, svuotata, spesso banalizzata. Ma non poteva fare altrimenti: l’amore, dice il papa, è “il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino”.

papa_firma2Sono tanti i volti dell’amore, ricorda ancora il documento. E molti i punti di vista da cui Benedetto XVI affronta il discorso: dalla filosofia alla Bibbia, fino all’insegnamento sociale. Nella sua prima enciclica c’è il Ratzinger professore e teologo, ma anche il papa catechista e pastore che abbiamo visto in questi mesi sfatare d’un colpo il pregiudizio di inflessibile inquisitore.

Benedetto continua a sorprendere. L’amore non è un bene esclusivamente cristiano, ma di tutti gli uomini. È universale, presente nella coscienza di ogni persona. La rivelazione di Dio getta però una luce nuova su di esso: l’amore si capisce dal fianco squarciato del Trafitto sulla croce.

L’amore umano, prosegue, è la via per conoscere autenticamente Dio. Anche l’eros è rivalutato. Non però il suo stravolgimento, ossia l’esaltazione del corpo cui oggi assistiamo. Degradato a puro sesso, l’amore diventa merce, e così la persona. È la Chiesa, con i suoi comandamenti e divieti, a rendere amara la cosa più bella della vita, come voleva il filosofo tedesco Nietzsche o il vero inganno è un amore senz’anima e responsabilità?

Amore è Dio, amore è l’uomo, amore è anche la Chiesa e il suo programma. Amore organizzato. È la famiglia di Dio nel mondo. Ma non basta a contenere l’amore di Dio: esso infatti “travalica le frontiere della Chiesa”. È qui che Benedetto salda insieme giustizia e carità, preghiera e azione, verità e dialogo. Con un monito a non giudicare Dio per i suoi misteriosi silenzi: “Se tu lo comprendi, allora non è Dio”.

L’ultimo accenno è per chi ha guardato Dio “faccia a faccia”: anche la santità si spiega con l’amore. Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, scrive il papa, ma si fa veramente vicino. E viceversa. Ecco la prima enciclica di Benedetto XVI: settanta pagine, 15mila parole d’amore. E il programma del suo pontificato? Apparentemente il testo non ne parla. O invece sì?

Gli occhi di un bambino

Un amico della Comunità di Sant’Egidio, Mario Giro, mi manda l’invito alla presentazione del suo ultimo libro: “Gli occhi di un bambino ebreo. Storia di Merzoug, terrorista pentito” (edizioni Guerini e associati). Una storia vera, in prima persona:

occhi bimbo“Ho posato l’Uzi sul manubrio della bici, tolto la sicura. Davanti a me a dieci metri c’era la gente che dovevo colpire. Ma al momento di fare fuoco, gli occhi di alcuni bambini ebrei si sono voltati verso di me e mi hanno fissato, con uno sguardo di purezza, d’innocenza. Sembrava non capissero. Improvvisamente, qualcosa nel più profondo del mio cuore, che non so ancora spiegarmi bene, mi ha fatto cambiare parere”.

Mandato a sparare contro una sinagoga, Merzoug si ferma un attimo prima. Gli occhi di un bambino ebreo lo svegliano da un incubo.



Le parole sono vive

Dedicato a Etty. Nell’ultimo libro di Amos Oz, “La scatola nera”, il giovane Boaz risponde così al padre, che lo interroga sul perché legga un libro di grammatica come passatempo:

“Parole… è come conoscere della gente. Da dove vengono. Chi è parente di chi. Come si comporta ognuno in ogni genere di situazioni”.

Non ho potuto non pensare a Etty, sempre alle prese con le parole, il loro mistero creatore, la loro fragilità e potenza.

Don’t forget

 La telefonata di Renata poche ore fa, tanto inaspettata quanto gradita, merita un segnalibro fra le prime pagine di questo 2006. Fu grazie a lei e al suo “Ponte di solidarietà” che conobbi Mostar e Sarajevo, quasi dieci anni fa, tra le macerie ancora fumanti di una guerra assurda.

 

don Di quel viaggio non posso dimenticare i posti di blocco; l’accoglienza dei frati e di mons. Pero Sudar; le tombe che spuntavano come fiori secchi nei giardini innevati; l’ospitalità di Sergio, pronto a rinunciare al suo letto per far dormire più comodi me e Fabio.

La Veglia pasquale nella cripta del convento, davanti a quel tronco di crocifisso scampato al fuoco; il viale dei cecchini; i segni rossi delle granate sull’asfalto; la preghiera nella cappella della nave: immersa nel buio della notte, sulla “Regina della pace” non mancava neppure la cometa. Eravamo un po’ magi anche noi, in fondo, con

la Fiesta di Fabione stipata di doni, medicinali… e ostie! E poi il Ponte! Oggi a Mostar è tornato ad unire, allora solo uno scheletro di ferro per attraversarlo. Dall’altra parte, ci accolse una pietra, con un’incisione: “Don’t forget”, non dimenticare…

 Renata, al telefono, mi ha confidato anche il suo dolore. Oggi vive, sola, in ciò che resta di un vecchio eremo, sull’Appennino bolognese, tra faggi e caprioli. Circondata di lettere con timbri di tre diversi continenti: la solidarietà in questi anni è cresciuta. Hvala, Renata, grazie.

santosepolcro

I muri non arrivano al cielo

 Il pellegrinaggio dei giorni scorsi in Terra Santa di mia mamma e mio fratello, insieme a un folto gruppo diocesano, mi ha riportato ai miei viaggi, uno più bello dell’altro, in quei Luoghi. L’ultimo un anno fa.

Che incredibile attrazione, in quel crogiuolo di profumi, di preghiere, di paure, di speranze. Quanta durezza, nelle pietre e nei volti, e quale dolcezza, negli stessi occhi e pendii. Non bastano pochi giorni per carpirne il mistero, ma sono sufficienti per trovarsi irrimediabilmente coinvolti.

 

Così è stata una felicissima coincidenza trovare ieri sera un’email di Giorgio Bernardelli, caro amico dai tempi dell’università. Lui la situazione della Terra Santa la conosce bene. E l’ha raccontata, di recente, in due libri in cui merita incappare. Uno sul ritiro dei coloni israeliani da alcuni insediamenti nei Territori occupati, durante la scorsa estate (Gaza. Incatenati a un sogno, Medusa edizioni, 2005). L’altro per mostrare quello che nessuno ci fa vedere: palestinesi e israeliani che si incontrano e dialogano (Oltre il muro, ed. L’ancora del mediteranno, 2005).

oltre il muroIncoraggiato da una lettera del card. Martini, che apre il libro, Giorgio ci fa conoscere contadini palestinesi costretti a file disumane per andare a lavorare i propri campi che stanno dalla parte sbagliata del muro, padri israeliani che hanno perso figlie di 14 anni in un attentato e che lavorano con padri palestinesi che hanno perso figli in un raid aereo, ragazzi israeliani che fanno volontariato in associazioni per il dialogo tra i due popoli, rabbini che si battono per i diritti dei palestinesi, pellegrinaggi di israeliani e palestinesi insieme ad Auschwitz. Sono storie che crescono ai due lati del muro di sicurezza innalzato da Israele per difendersi. “Ma alla fine tutti subiscono il muro, sia chi sta dentro sia chi sta fuori. Specialmente se il muro, oltre che di cemento e filo spinato, è fatto di pensieri”.

In questo silenzio d’amore…

Di ritorno da Roma, ho trovato nella posta una lettera di Serena dal Monastero carmelitano di Firenze! “E’ una grazia di cui ogni giorno apprezzo sempre più la bellezza”, scrive di sé. “In questo silenzio d’amore che è tutta la mia vita… a Lui presento le necessità di tutti”. L’11 febbraio riceverà la vestizione e inizierà il Noviziato nel Carmelo. Vi chiedo una preghiera per lei: sarà più che ricambiata…

Pregare non è pensare a Dio

0093994_imgC’è una frase, lapidaria quanto semplicemente vera, che mi ha tolto il fiato mezz’ora fa. E’ di padre Timoty Radcliffe. E dice:

“Pregare non è pensare a Dio. Quando siamo con gli amici non pensiamo a loro, stiamo con loro. Pregare è stare con Dio”.

Vale da sola il libro da cui è tratta (Testimoni del vangelo, ed. Qiqajon), peraltro molto ricco di spunti su cui riflettere. Come la definizione che p. Radcliffe dà di missione: “Costruire una casa comune per l’umanità, nella quale Dio possa vivere”.

La foto (© Contrasto) che correda questo post è tratta da un bellissimo libro, che mi ha regalato ieri don Francesco: “Le vie della fede”, immagini lungo i grandi pellegrinaggi europei.