Stoner

image_stonerRomanzo perfetto, miracolo letterario, libro di culto. Così è stato definito “Stoner” di John Williams, pubblicato negli Stati Uniti nel 1965 ma giunto in Italia solo da pochi anni, ottenendo subito un grande successo. Un caso editoriale decretato in buona misura dal passaparola dei lettori, quanto mai in accordo con critici e recensori. “Perché chi finisce Stoner – si chiede ad esempio Daniela Brogi – continua a ripensarci, a tornare sulla storia, magari a metterla accanto alla propria, sentendo il bisogno di ricominciare a leggere?”.

La risposta credo stia non solo nella qualità della scrittura, ma nella straordinaria capacità dell’autore di affrontare gli aspetti più toccanti e universali della vita, raccontando una storia che più particolare non si potrebbe. E che, nella sua normalità, risulta “appassionante, profonda e straziante” (Peter Cameron).

Il protagonista, William Stoner, è un giovane contadino del Missouri che, iscrittosi alla facoltà di agraria nel 1910, finisce col restare in università tutta la vita, diventando insegnante di letteratura inglese grazie a un folgorante incontro con alcuni versi di Shakespeare. Nella sua biografia non c’è molto altro: una moglie, una figlia, due amici, qualche collega… Come identificarsi con lui? Eppure è inevitabile mettersi nei suoi panni, e divorare le pagine del libro alternando compassione, stupore, alla fine persino ammirazione e affetto. Una vittima? Un debole? E se invece fosse l’unico che non fugge mai davanti a nulla?

 

Lorenzo Milani. L’artista che trovò Dio

LorenzoMilani_copertinaFra i diversi volumi pubblicati in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di don Milani, ho molto apprezzato l’opera di Valentina Alberici: Lorenzo Milani. L’artista che trovò Dio (ed. San Paolo, 2017).

Sono tanti i pregi del libro, a partire dalla sottolineatura del ruolo rivestito dall’arte nella formazione del giovane Lorenzo e nella sua stessa conversione. Un amore che, da prete e da maestro, cambierà forma senza spegnersi: se don Milani non prenderà più in mano il pennello (se non per schizzare il “santo scolaro”) ai suoi allievi trasmetterà il gusto della bellezza in tutte le sue espressioni. E purificato da ogni estetismo: “quando una gioia è individuale – diceva – è minore di quella sociale”.

Approfondire gli anni giovanili del priore di Barbiana è davvero prezioso: è in essi infatti che si accende in lui la scintilla che divamperà fino all’ultimo giorno, come ben mostrano anche i testi pubblicati in appendice. Quando uno scopre – e sceglie – la ragione per cui vivere, l’opera d’arte risulta dal disegno dell’intera sua esistenza.

Il principio di esclusione

Lalli-BDVrossa-Cover.inddAlberto è il giovane direttore editoriale delle piccole ma affermate Edizioni Barassini. Riconosciuto cacciatore di talenti letterari, questa volta, alla fine della sua ricerca, troverà molto più di un bestseller da pubblicare per salvare dal fallimento l’azienda di famiglia.

Fra le tortuosità speculative della fisica quantistica e la fragrante filosofia di un pasticciere romano emigrato al nord, il ritmo cresce fino a portare il lettore a scendere dentro di sé, senza però restarvi chiuso o privo dell’ossigeno di qualche salutare irruzione esterna.

Sono pagine ben scritte quelle di Francesco Lalli, finemente ricamate e dense di ironia. Con una notevole capacità di penetrazione nel vissuto dei protagonisti e diversi colpi da maestro, l’autore non mira a sollevare del tutto il velo della malinconia, ma lo rende più leggero, merito anche di una scrittura ricca e curatissima.

Per chi volesse saperne di più, basta un salto sulla “Biblioteca del Vascello” di Robin Edizioni:

http://www.robinedizioni.it/nuovo/il-principio-di-esclusione

 

Eterno ritorno (alle origini)

copertina regnoIn questa festa degli apostoli Pietro e Paolo, in certo modo “co-fondatori” di Roma, mi tornano alla mente le parole di Emmanuel Carrère verso la fine del suo “Il Regno”, un libro interessante, ambizioso, accattivante.

“Ciò che più mi sorprende non è che la Chiesa sia così diversa da com’era alle origini. Al contrario, è che si sia fatta un dovere di essere fedele a quel suo passato, anche se poi non ci riesce. La Chiesa non ha mai dimenticato le sue origini. Ha sempre riconosciuto la superiorità e cercato di farvi ritorno come se la verità si trovasse là, come se la parte migliore dell’adulto stesse in ciò che resta del bambino… Pensa, come i suoi critici più violenti, che quei due o tre anni in cui Gesù ha predicato in Galilea e poi è morto a Gerusalemme rappresentino il momento della sua verità assoluta, dopo il quale le cose non potevano che peggiorare, e per sua stessa ammissione la Chiesa è viva soltanto quando si avvicina a quel momento”.

Che sarebbe poi l’Eucaristia e gli altri sacramenti, visto che non c’è nulla di più realmente vicino a “quel momento”.